domenica 10 aprile 2016

EPILOGO





Epilogo
-Papà? Papà?
Sono sdraiato in giardino con un libro in mano.
Ma possibile che questo bambino non possa mai stare fermo un attimo?
-Papà?
-Arrivo.
Mi alzo sbuffando leggermente e lo raggiungo sul retro della casa, dove è il grande pino su cui Anthony adora arrampicarsi.
-Dove sei, An? Non ti vedo.
-Sono quassù, papà! In altissimo!
Alzo gli occhi e lo vedo. Quasi in cima. A perlomeno dieci metri dal suolo.
Scuoto la testa. E stringo le mani a pugno, conficcandomi le unghie nel palmo.
-Reggiti e sta' attento, per favore. Okay?
Ho una paura bestia che cada.
Ma gliel'ho insegnato io ed anche io lo facevo da piccolo.
Sotto la supervisione del nonno le prime volte, poi da solo. O con mio fratello.
E' incredibile.
Quando sei lassù sei padrone del mondo. In pace. Tranquillo come un pesce rosso nella sua boccia.
Ho ripreso ad arrampicarmi proprio per insegnare a mio figlio. Per insegnargli ad amare e rispettare la natura e i limiti dell'uomo.
Fargli comprendere la linea sottile che separa ciò che può essere fatto, con la dovuta attenzione, e ciò che mai va iniziato.
Dove può arrivare la curiosità, e dove va assolutamente contrastata.
Fare il genitore non è semplicissimo, ma è stupendo.
In realtà ci sarebbe piaciuto avere altri figli, ma dopo i primi due anni, in cui siamo rimasti spesso delusi da ritardi e sintomi vari di Bella, ce ne siamo fatti una ragione.
Alla fine i miei spermatozoi sono pigri sul serio, ed Anthony è stato il miracolo che ci serviva. Di questo ringrazio il cielo ogni giorno e sono felice.
Lei e lui sono le mie ragioni di vita e va bene così.
Ho vissuto sospeso e in ansia tutto il quinto anno di vita di mio figlio, temendo che da un minuto all'altro si ammalasse, alla stessa età in cui mi sono ammalato io la prima volta. E' stato un anno terribile.
Poi è passato. Per fortuna. Lasciandoci indenni e felici.
Oggi Anthony ha sette anni ed è un bimbo sereno, amato, coccolato. D'accordo, forse anche un po' viziato.
E bellissimo, come dice continuamente sua madre.
Capelli castano chiaro, occhi verdi, sorriso timido ma accattivante, alto, longilineo. Non parla moltissimo. Adora disegnare e dipingere.
Mentre sono ancora con il naso per aria a guardare la scimmietta e a pensare, mi sento abbracciare da dietro.
-Cosa fanno i miei due uomini preferiti?
Mi giro verso di lei e le cingo la vita, poi la bacio.
-Riposata abbastanza?
-Non so cosa m'è preso. Ultimamente ho sempre sonno.
-Domani ti accompagno a fare due analisi, d'accordo?
Fa una smorfia in risposta.
-Va bene- acconsente.
Non posso farci niente, anche se da quando la conosco tutto è sempre andato alla perfezione, io sono sempre con le antenne dritte a captare possibili segnali di bufera.
In verità dritte non tengo solo le antenne, ma questa è un'altra storia.
E forse potrebbe spiegare come mai lei oggi abbia dormito due ore in pieno pomeriggio.
Sorrido, tornando col pensiero a stanotte, solo l'ultima delle nostre sessioni di fuoco, ormai quasi esclusivamente notturne, vista la presenza di Anthony. Anche se a volte va dai miei a dormire, e allora ci diamo dentro alla grande, a tutte le ore e in tutti i modi, come quando il puma mi ubriacava di sesso per poi conquistarmi con l'amore.
Flashback
Sto dormendo quando sento un fastidio del cazzo. Mi prude proprio lì, ed è un prurito talmente intenso da svegliarmi.
Ancora con gli occhi chiusi vado con la mano destra a darmi una bella ravanata a tutto l'apparato, ma trovo qualcosa che mi fa aprire gli occhi di scatto.
-Che cazzo c'è?- grido quasi, sollevandomi seduto e guardando giù.
Il mio pisello è stretto da un nastro rosso che lo circonda quattro volte e poi è annodato. Infilate nel nastro ci sono alcune perline tonde, piccole.
La visione è altamente erotica, ed ha quindi il potere di far aumentare sempre più le dimensioni del mio cazzo che si ritrova sempre più stretto, strizzato, dal laccio.
Fa un po' male, ma è un dolore che è anche piacere, in una fusione di sensazioni che mi mandano in tachicardia da sesso, altrimenti detto voglia incontenibile di figa. Quella di mia moglie, precisamente, che se la ridacchia sdraiata accanto a me.
-Strega malefica! Adesso mi spieghi come faccio a liberarmi?
-Aspetta che t'aiuto.
Ma è in difficoltà, visto che mentre tocca e sposta il mio pisello, e gira e torce il nastro, contribuisce al continuo aumento delle dimensioni della bestia incatenata.
-Prometeo è in fiamme, baby, leva quelle mani...faccio da solo.
-Se provassi a rilassarti, porca miseria, forse... Possibile che sei sempre in tiro?
-Se non toccassi sempre e dormissi, magari non andrebbe in tiro.
-Ah, sì? E chi era ieri notte che mi è entrato dentro mentre dormivo, come niente fosse?
-Non mi sembrava ti fosse dispiaciuto poi tanto.
-Infatti no, e neanche adesso mi dispiacerebbe tanto se...mi dessi una lezione per avere osato tanto!
Con lei è sempre così. Si ride e si scopa. Si scopa e ci si ama. Ci si ama e si ride.
Sempre in piena allegria e armonia. Non so come faccia.
A volte la sera arrivo a casa teso, stanco, nervoso.
Lei entra in modalità geisha e mi rilassa, mi distrae, mi distende.
E nello stretto giro di tempo che serve per cenare, sparecchiare e mettere a letto Anthony, sono dentro di lei, chiuso a chiave, beato e contento, con tutti i problemi e le noie fuori da casa nostra.
-Vuoi una lezione? L'avrai, cattivaccia che non sei altro.
E in un balzo le sono sopra, me lo prendo in mano, nastro e tutto, e lo allineo al suo ingresso, poi inspiro per cercare di trattenermi appena e riuscire a controllare l'erezione che continua a crescere.
Ma il nastro è elastico e lento, non stringe oltre un certo limite e alla fine il piacere dato dalla sensazione e dalla visione, supera il fastidio.
Espiro tenendole ferme le mani sopra la testa ed entrandole dentro lentamente.
La guardo fissa, senza battere ciglio né muovere muscolo.
Le vedo gli occhi velarsi di piacere, e la bocca schiudersi.
Inizio a muovermi su e giù, sempre molto lentamente, fuori e dentro di lei.
Nel mio paradiso. Fuori e dentro.
Calore e freddo. Fuori e dentro.
Umido e asciutto. Fuori e dentro.
Poi mi fermo e inizio a muovermi in circolo.
Sento le perline che si spostano lungo la mia asta dura e spessa. Colpendo terminazioni nervose e massaggiandole.
So che le sente anche lei.
Lo vedo nell'espressione dei suoi occhi, pura lussuria.
E la mia sensazione, unita a quella che leggo in lei, è incredibilmente eccitante.
Il piacere mi va alla testa come una droga, come alcool puro. E di più.
-Oh, sì. Muoviti di più, Edward. Spingi di più.
E comincia a muoversi in tondo anche lei, venendomi incontro, mentre mi spingo di bacino più a fondo che posso.
Un giro completo lei e una spinta poderosa mia.
Un altro giro e un'altra spinta.
Ancora un giro e ancora una spinta.
Sono al limite.
Digrigno i denti e mi fermo per aspettarla.
-Ci sei?- le chiedo. Non ne posso più.
-Toccami, ti prego.
Allora scendo con la mano a pizzicarle il clitoride, tenendolo stretto tra pollice, indice e medio e poi lasciandolo. Poi stringendo di nuovo. Poi lasciando di nuovo.
Lei si lecca il dito medio di entrambe le mani e si accarezza i seni, passando più volte le due dita sui capezzoli.
Sto impazzendo.
La sento stringermi dentro di sé e contrarre i glutei.
E' il segnale che aspettavo.
Ricomincio a spingere con tutta la forza arpionandomi alla testiera del letto. Una volta, due, tre. E ci sono.
Vengo dentro di lei mentre mi stringe ritmicamente nel suo orgasmo tenendosi una mano davanti alla bocca per non gridare e non rischiare di svegliare il bambino.
Anche io soffoco i grugniti e i ruggiti delle mie ondate di piacere nell'incavo del suo collo.
Poi rilasso il resto del corpo e mi schianto sopra di lei, appena un po' a destra, per non pesarle addosso completamente.
Il più intenso amplesso degli ultimi mesi.
Chissà dove ha scovato quel nastro.
-Baby, tu sarai la mia rovina e quindi la tua. Dove l'hai trovato quello?
-Tutta farina del mio sacco, caro. Nastro elastico comprato in merceria e perline da bigiotteria.
-E la misura?
-Tre volte il giro del mio polso, quattro quello della tua bestia feroce. Proporzione sperimentata negli anni.
La guardo mentre mi parla serissima.
Poi ride.
E rido anch'io.
-Secondo me se brevetti questo gioco, diventi famosa!
-No, lo tengo solo per noi. Gli altri devono usare la loro, di fantasia.
Esco da lei e dal mio membro, adesso rilassato, ciondola giù il nastro rosso con le perline. Lo sfilo e glielo consegno.
-Tienilo, eh? Non perderlo.
-Tranquillo. Lo lavo e lo conservo gelosamente.
Ridiamo di nuovo.
Poi mi alzo per andare in bagno.
E mentre cammino scuoto la testa e sorrido.
Incontrarla è stata la più grande botta di culo che potesse capitarmi.
Per svariati motivi.
Il sesso strepitoso è uno dei tanti. Ma non l'unico, né il principale.
E quando torno nel letto lei è sdraiata a pancia in giù, con i glutei meravigliosi e sodi all'insù.
E io sono di nuovo di pietra.
Ma che cazzo!
-Dormi, piccola?
-No. Ho sete.
-Vado a prenderti qualcosa?
-Dovrebbe esserci un chinotto in frigo, grazie.
Poi gira appena la testa e mi guarda. Ride.
-Ma vai così?
-Tengo un asciugamano davanti. Tanto An non si sveglia mai.
-Speriamo. Se no potrebbe rimanere sconvolto.
-Ma va'. Altro marchio di fabbrica Cullen. Tutti superdotati. Sarà così anche lui.
Rotea gli occhi in su.
Quando torno ho in mano due bicchieri e la lattina di chinotto.
-Dove lo vuoi?- le chiedo.
-Nel bicchiere- mi risponde.
E io, serafico, metto il mio cazzo nel bicchiere.
Ride come una pazza.
Afferra la lattina e beve direttamente da lì, poi me ne versa un po' nell'altro bicchiere.
Due matti. Ecco cosa siamo.
Ovviamente dopo il chinotto c'è stata un'altra sessione di sesso sfrenato. Senza nastro stavolta.
E poi ci siamo addormentati. Ma ormai era l'alba.
Fine flashback
Anthony mi distoglie dai miei ricordi e ci chiama.
-Mamma? Papà? Arrivano gli zii!
-Scendi, da bravo. E fa' attenzione.
Dal vialetto che porta a casa nostra si sente il rombo del motore della macchina di Emmett.
Poi uno strombazzare allegro.
Anthony corre incontro ai cugini, mentre io cingo Bella per le spalle.
Dall'auto scendono correndo e gridando i più piccoli dei Cullen, i gemelli Garrett e Victoria, due diavoletti scatenati di quattro anni. Seguiti da Rose, appesantita dalla seconda gravidanza.
Mio fratello s'è dato da fare, dopo il suo incidente.
Si sono sposati solo qualche mese dopo di noi e hanno continuato a girare il mondo insieme. Poi, quando Rose ha sentito voglia di maternità, Emmett ha cambiato lavoro ed è diventato sedentario.
Ora vivono poco lontano, ad Olympia, dove lui lavora per un'industria automobilistica.
Anthony e i cugini sono legatissimi e ci vediamo spesso nei fine-settimana.
La vita alla fine, nonostante qualche scossone potente, è stata generosa con tutti noi. E pensando questo, oggi mi dico davvero sereno.
Anch'io ho diminuito molto la mia presenza in ufficio. E Bella con me.
Andiamo solo al mattino, quando Anthony è a scuola. Nel pomeriggio i nostri due uffici sono sotto il dominio dei vecchi e cari Hale e Varn. Negli anni sono diventati amici sinceri e fidati.
Del mio socio, l'architetto Varn, mi fido quasi come di mio fratello. E per Bella è lo stesso riguardo ad Hale, che due anni fa ha sposato la signorina Alice.
-Ciao fratello!- grido all'indirizzo di Emmett e lui si avvicina, travolto a sorpresa dall'agguato di nipote e figlio, armati fino ai denti di asce e lance da indiani.
-Anthony! Garrett! Fate davvero paura!
-Siamo indiani sioux, zio. Non Anthony e Garrett.
-Scusate, indiani sioux.
Mi avvicino e l'aiuto a rialzarsi dal prato dove si è buttato insieme ai due piccoli.
Un abbraccio e un pugno sulle spalle.
Trentasette anni io, trentacinque lui, ma non siamo cambiati molto.
Dalla soglia di casa Bella e Rose ci chiamano.
Bella ha in braccio Victoria, riccioli biondi e occhi azzurri, una piccola dea Venere, somigliantissima alla mamma.
Passiamo il pomeriggio e la serata allegramente, tutti insieme, chiacchierando e ridendo, a parte un'oretta circa in cui le due signore vanno ad appartarsi in un angolo del salotto, e poi spariscono di sopra. Al ritorno si appartano di nuovo, ma noto un parlottare allegro ed eccitato, soprattutto da parte di Bella.
Probabilmente stanno parlando della nuova gravidanza di Rose.
E mi fa un po' male vedere la felicità negli occhi di mia moglie.
Avrei voluto dartelo anch'io un altro figlio.
Scusa se non ci sono riuscito, cazzo.
-Buonanotte, piccolo principe della mamma.
Bella bacia sulla testa Anthony.
-Naso naso?
Anthony annnuisce in risposta e Bella si avvicina. E' il loro gioco della buonanotte.
Sfregano i due nasi insieme, poi le ciglia, battendo le palpebre, infine strofinano le guance insieme.
Io li guardo dalla porta, poi mi avvicino commosso, come sempre. Mi sembra di vedere una bolla d'amore racchiuderli.
E mi sembra sempre troppo che entrambi mi appartengano.
-Buonanotte, papà.
-Buonanotte tesoro mio.
-E' stata una bella giornata- mi dice Bella mentre mi spoglio, lei già sotto le coperte.
-Sì. Adoro quei due discoli di Garrett e Vic.
-Vic è bellissima.
-Stupenda. E' il ritratto di Rose.
-Credevo ti piacessero le brune- si finge offesa.
-Dopo tutti questi anni, cambiare un po', no?
-Se vuoi, posso cambiarti i connotati della faccia, tesoro. Basta chiedere.
Rido e l'abbraccio.
-Bella come te, nessuna. Né mora, né bionda. Mai.
-Salvato in extremis. Ma non so se meriti un regalo.
-Regalo?
-Mh mh.
-Me curioso.
Le si illuminano gli occhi.
-Chiudi gli occhi e sdraiati.
Lo faccio.
Un altro giochino? Al pensiero, ecco qua. Sono già ammandrillato come un porco.
Sento un fruscio, poi il cigolare del letto, il suo cassetto del comodino che si apre, poi si richiude, un altro cigolio ed è su di me, con le braccia conserte sul mio petto.
-Apri gli occhi.
La metto a fuoco ed in mano ha un termometro. No, non è un termometro.
E'...
Sto per svenire.
Per fortuna sono sdraiato.
Se mi viene un colpo?
Le lacrime mi impediscono di vedere nitidamente.
Ma anche se ne vedo quattro, vuol dire che ce ne sono di sicuro due.
E quindi è vero.
Un nuovo miracolo.
Non è un termometro.
E' un test di gravidanza, con due lineette blu molto evidenti. Anzi quattro.
Bella è di nuovo incinta.
L'abbraccio, la bacio. E rido, e piango.
Non capisco più un cazzo di niente. Potrebbero arrivare gli alieni a rapirmi.
Li accoglierei ridendo.
***Otto mesi dopo
-Puttana Eva, Cullen! Almeno stavolta poteva essere una bambina?
Non rispondo ovviamente.
Sorrido e le massaggio la schiena.
Andiamo avanti così da due ore.
-Ho un caldo da morire. E i brividi. Puoi fare qualcosa?
Tipo cosa? Vorrei chiederle.
Le faccio aria con un ventaglio, poi le do dei baci su un braccio.
-Non toccarmi per piacere. Mi fa male tutta la pelle. Tira tutto.
Lo so come ti senti.
Duole tutto, dappertutto. E' terribile.
-Già ma tu che ne sai. Sei un uomo.
Non rispondo.
Faccio un cenno all'ostetrica però, quando si affaccia nella camera.
Tutto questo nervosismo forse significa che ormai ci siamo.
E così è.
Mezz'ora dopo viene alla luce un Cullen nuovo di zecca.
Tre chili e duecento per cinquantuno centimetri.
Robert Cullen.
Il nome stavolta lo ha scelto lei.
Perché le piaceva. E piace anche a me.
-Fatemelo vedere. Dov'è, dov'è?
-Eccolo amore. Solo un minuto.
Si ripete la stessa scena di otto anni fa.
Robert grida come un ossesso e poi si placa quando tocca la pancia di sua mamma.
Lo stesso miracolo.
Stesso faccino rotondo, stessi occhi grandi. Stesse manine con dita lunghe. Stessa peluria rossiccia intorno al cranio rotondo, perfetto. Sembra un alone, un'aureola.
Un altro angioletto.
Un'altra mia fotocopia.
Mi dispiace Bella.
-E di cosa?
Non mi sono accorto di aver parlato a voce alta.
-Che non somigli a te, neanche stavolta. Che non sia una bambina.
-Ma dici sul serio?
Annuisco e la guardo serio.
Lei allunga una mano ad accarezzarmi la guancia.
-Lo vuoi capire che per me il fatto che ti somiglino è un motivo in più per amare i miei figli?
E ovviamente cosa succede?
Mi commuovo.
Ma porco cazzo.
Più tardi siamo in piedi davanti al vetro del nido, ad aspettare che aprano la tendina, anche se Robert non si vedrà da qui, visto che è nella culla termica.
-Giusto un'oretta, perché si abitui alla differenza di temperatura.
Guardiamo gli altri piccoli. Maschi e femmine.
Teste di capelli neri, lisci o ricci, crani calvi, lucidi, faccini rossi, rosei, o scuri come le notti senza luna.
Sono tutti bellissimi, è vero.
Ma bello come mio figlio non è nessuno.
-Sei sempre il solito, Cullen...per mia grande fortuna.
Uh? Ho pensato di nuovo a voce alta?
La stringo a me.
-Grazie di rendere la mia vita ogni giorno migliore.
-No, non sei il solito Cullen. Se quando ti ho conosciuto mi avessero detto che quell'antipatico stronzo pieno di sé sarebbe diventato così romantico...
-Mi avresti preso a calci in culo fino a Boston?
-No, sarei caduta in ginocchio davanti a te, sguardo basso e mani dietro la schiena.
-Tu sottomessa? Non ti ci vedo proprio.
-Mai dire mai, Cullen. Dopo tutti questi mesi di quasi astinenza...sarei capace di qualsiasi cosa.
-Mh, qualsiasi cosa? Potrebbe essere interessante...
E' vero. La paura di perdere questo bambino, di causarne la nascita prematura, la possibilità di sentirmi colpevole del crimine peggiore per il resto della mia vita, mi ha reso quasi impotente.
Non mi andava quasi mai. Come se Bella fosse diventata mia madre, o mia sorella.
Abbiamo attraversato un brutto periodo di crisi per questo.
Perché lei capiva, ma non lo accettava.
-Cazzo! Sono tua moglie. La tua donna. Ho bisogno di te, ma anche del tuo corpo, possibile che tu non lo capisca?
Gridava e si chiudeva in bagno, in lacrime.
Allora mi sforzavo. Ma davvero reagivo a fatica alle sue provocazioni.
Siamo andati persino da un consulente.
Ed è emersa la mia atavica paura. Che posso farci?
-Questo sono io- le ho detto una sera, esasperato. -Se vuoi dormiamo in letti separati fino alla nascita di Robert.
E' scoppiata in lacrime di nuovo.
-E io che credevo che questo bambino ci avrebbe avvicinati ancora di più.
Un singhiozzo.
-Se l'avessi saputo, non l'avrei mai cercato, Edward.
Uno schiaffo per quanto violento potesse essere, mi avrebbe fatto meno male.
-Scusa. In qualche modo riesco sempre a farti del male.
-Vaffanculo, Edward. Non capisci un cazzo.
Sono stati giorni difficili.
Poi un pomeriggio ho temuto il peggio, e tutto è cambiato.
Flashback
-Signor Cullen, una chiamata per lei. E' l'ospedale di Birmingham.
Penso subito al peggio.
Bella è andata da due giorni a trovare suo padre, portando con sé anche Anthony. Io avrei dovuto raggiungerli domani, per riprendermeli.
Mi fa mancare l'aria non averli con me.
-Pronto?- il cuore mi pompa a mille battiti al secondo.
-Il signor Cullen?
-Sì, sono io.
-Sua moglie e suo figlio sono ricoverati qui da noi. Hanno avuto un incidente.
Non respiro più.
-Come...stanno?
Chiedo, ma non voglio sapere, e invece voglio sapere. Con la stessa fottutissima intensità.
-Il bambino bene. E' solo un po' spaventato. Sua moglie ha preso un brutto colpo al torace. E...temiamo per il bambino che porta in grembo.
No, no, no. No. No. NO.
-Arrivo immediatamente. Grazie per avermi avvisato.
Parto nel giro di mezz'ora, con un volo dell'ultimo minuto, e grazie ad un mio cliente che lavora in aeroporto.
Quando arrivo in ospedale ho la saliva azzerata, il cuore che ormai mi picchia in gola e la testa incatenata in una morsa d'acciaio.
Sono disposto ad immolarmi seduta stante.
Posso offrire la mia vita in cambio di quella di lei e del bambino? Chiedo troppo?
Sono davanti alla porta della rianimazione. Non mi fanno entrare.
Tengono Bella sedata e monitorata.
Devo andare da Anthony. Ma con quale viso ci vado?
Il mio regno per una maschera. Una maschera da merdoso uomo comune, bugiardo, finto. Posso averla?
Ah già, chiedo sempre troppo.
In qualche modo mi trascino in Pediatria, dove ci sono già mio suocero, sua moglie e sua figlia.
Abbraccio Anthony per prima cosa, poi lo bacio.
-Stai bene, ometto?
-Sì, la mamma dov'è?
-E' di sotto. In un altro reparto.
-Ma come sta?
-Ci sono i medici con lei, An. Vedrai che la faranno guarire.
-Anche i grandi vanno in castigo papà?
-Certo. Perché me lo chiedi?
E tremo prima di sentire la sua risposta. Lo so già cosa stai per dirmi, piccolo.
Vuoi la verità.
Mi ricordo che la volevo anche io. Non me la dicevano, e ci stavo male.
Credevano di proteggermi, e mi facevano sentire ancora più solo, ancora più spaventato.
-Se raccontano bugie.
Ingoia a vuoto, gli occhi lucidi. Gli prendo il faccino tra le mani e gli sorrido, con un sorriso che sa di fuoco spento, di sole pallido, di cielo grigio. Ma è un sorriso sincero. Lo vedi piccolo?
-La mamma è morta, papà?
Dio mio, no.
-Certo che no, cucciolo.
Lo abbraccio forte e sento che piange, si sta liberando della paura.
Piangi tesoro. Io piango con te.
-Vedrai che guarirà. E' forte la mamma.
E' forte. Ecco qual è la verità.
E' lei la roccia di questa famiglia.
E' lei che mi tiene in piedi, lo ha sempre fatto. E tiene in piedi Anthony. E fa crescere un'altra vita dentro di lei. Che mi sembrava la cosa più importante di tutte, solo perché era la più bisognosa e la più fragile.
Quando Anthony si calma e si mette a disegnare con Angela, apparentemente sereno, prendo una decisione.
E parlo.
-An, papà va dalla mamma, d'accordo?
Annuisce.
-Non tornare finché non sai come sta la mamma.
Grazie piccolo. Capisci più di me. Sei come tua madre.
Saluto Sue e Angela e scendo le scale.
Davanti alla rianimazione c'è Charlie.
-Niente?- chiedo.
-Niente.
Proseguo e arrivo alla cappella dell'Ospedale.
Non prego mai, io.
Non ci credo, forse. O forse sì. Non l'ho mai capito.
Ma in questo momento qualcosa devo fare.
E l'alternativa è picchiare la testa contro il muro, fino a non sentire più il male che mi fa.
Vuoi la mia di vita, Dio? Prendila in questo preciso istante.
Sembrava che ti interessasse, visto che hai cercato di prendertela per due volte.
Anche se non so che cazzo potresti fartene.
Senza di loro non vale niente.
Senza di lei non vale un cazzo.
Scusa piccolo sconosciuto. Scusa Robert.
Credevo mi interessassi così tanto. Ma vedi, io ancora non ti conosco.
Non so se posso fare a meno di te.
Forse sì.
Invece di lei so che non posso fare a meno.
E quindi Dio, facciamo così.
Se proprio devi prendere qualcuno, e non vuoi me, prendi lui. Quella vita piccolina. Quel cuoricino cucciolo che batte nel ventre di sua madre.
Però, scusa. Anzi, no. Scusa un cazzo.
Tu di angeli hai pieno il paradiso. Perché vuoi i miei?
Sono miei. Li ho sudati. Li ho cercati per trent'anni.
Li ho trovati scavando nella terra con le mani, sprofondato nel fango fino alla vita, disperato, perso, finito.
Li ho recuperati. Li ho meritati, in fondo.
Lasciameli. Sono miei.
Sono miei, cazzo.
Non so se è una preghiera la mia.
Ma parlo con te.
Mi senti?
Non so quanto mi trattengo in ginocchio nella cappella.
A pregare la mia rabbia e la mia impotenza.
Poi mi sento bussare su una spalla.
Charlie.
-Vieni. E' sveglia. Ti cerca.
Grazie, Dio.
Allora mi ascoltavi.
Fine flashback
Da quando lei si è ripresa, nonostante tre costole fratturate e lo sterno contuso, nonostante non potessero darle niente per il dolore perché lei non voleva che avvelenassero Robert, nonostante la paura provata, noi siamo rinati ancora più uniti.
E' rimasta in ospedale per un mese.
Ma ce l'ha fatta, la mia roccia.
E ce l'hai fatta anche tu, piccolo Robert.
Piccolo miracolo numero due.
E siamo tornati a farlo.
Con dolcezza e accortezza.
Con la luce spenta, sdraiati, sotto le lenzuola morbide.
Con carezze, baci e parole dolci.
Facendo l'amore.
-Ehi? Dormi in piedi? Parlo con te- mi scuote.
Siamo nella sua stanza, lei sdraiata, io seduto di fianco a lei.
-Scusa. Pensavo a noi. Ai mesi difficili.
-Adesso la pianti, per piacere. Hai dieci giorni di tempo per farti seghe, mentali e fisiche. Poi ti ammazzo di sesso duro, giuro. Ogni giorno. Preparati.
-Mai stato così preoccupato, baby. Mai in vita mia.
Ridiamo.
Un'infermiera fa capolino dalla porta.
-Signora Cullen? Può venire per favore? C'è un signorino che non si calma in nessun modo.
Ridiamo di nuovo.
-Un altro soldo di cacio incazzoso?
Tutto normale. Prevedibile. Già vissuto. Già visto.
Tiro un sospiro di sollievo.
Giorni sicuri, pieni di luce.
Fanculo al buio e all'incertezza.
Sono un uomo normale, felice di esserlo.
-Vieni?
Annuisco e stringo la mano che mi offre.
-Con te pure in culo alla luna, gioia.
E ci avviamo insieme ridendo.
The end

CAPITOLO 35




Ritorno al futuro
Oggi è il gran giorno. Si va a casa.
Bella ha la visita di controllo alle undici, le tolgono i punti. E poi a casa.
Casa.
Per ora staremo a casa mia, me lo ha concesso.
Poi cercheremo un angolino tutto nostro. Pensavamo a qualcosa un po' fuori dal caos, in periferia. Un bel giardino, qualche albero.
Ma poi alla fine ogni posto andrà bene. Perché ciò che conta siamo noi: io, lei e il piccolo. E noi ci siamo. Il resto segue a ruota.
Il resto che poi è il domani.
Un domani che non fa paura. Non più.
Sono in coda al bar per l'ennesima volta in questi ultimi due giorni quando mi sento chiamare e poi stritolare in un abbraccio.
-Emmett! Quando sei arrivato?
-Ora. In taxi. Direttamente dall'aeroporto. Dovevo assolutamente vedere l'ultimo Cullen, che mi ha usurpato il posto di piccolo di casa.
-Andiamo. Fanculo al caffè. Tanto fa schifo. E Rose?
-Già su, da Bella. Mi ha detto che eri qui e sono sceso a cercarti.
Ridiamo e cicaliamo abbracciati come due amanti mentre ci avviamo verso le scale.
Bella l'intesa con un fratello. Non devi dimostrare niente, parli come vuoi e ti comporti come ti senti. Senza inibizioni e paturnie varie.
-Ma quanto bello è questo cucciolino?- è Rose che tuba come una colomba sopra quel latin-lover biondo di mio figlio che sembra sorriderle.
D'accordo, lo so che non può essere. E' troppo presto. Ma se somiglia a suo padre è leggermente sovradimensionato in tutto. E precoce. E...
-Edward?
Ma perché mi chiamano tutti mentre sto tranquillamente gongolando in trance?
-Dimmi tesoro.
-Vieni con me a sentire cosa ha da dirci il pediatra? L'erede al trono possiamo lasciarlo con gli zii.
-Eh? Uh? Che ci devo fare?- Emmett sembra già preoccupato.
-Tranquillo, scimmione. Faccio io- gli risponde Rose e ricomincia a tubare.
Tutta una famiglia di rimbecilliti.
Povero Anthony. Siamo incompresi.
-E state tranquilli. La natura e l'istinto insegnano molto di più di qualunque manuale di istruzioni.
E' il saluto del pediatra che ci consegna il foglio di dimissioni del signor Anthony Cullen.
Mi fa un certo effetto.
Un'ora dopo siamo tutti nella macchina di mio padre, recuperata per il trasporto della mia famiglia.
La mia e quella di Bella, sportive, a due posti, sono ormai inutili e mi fa un piacere immenso. Le venderemo.
Dietro sono Bella e Rose, col fagottino nel suo trasportino blu. Davanti, vicino a me che guido, mio fratello.
E' una giornata stupenda.
Sono di nuovo a qualche metro da terra e sento le guance tirare.
Ma felice è sinonimo di mentecatto?
-Allora hai scelto il vestito?- è Rose a parlare.
-No, volevo consigliarmi con la mia testimone.
-E sarebbe?
-Tu, scema.
-Oh, che bello. Grazie! E chi è l'altro testimone?
-Non so. Lo sceglierà lo sposo, immagino.
-Ma di cosa stanno parlando le due dietro? Tu ne sai niente?
Io? Io sono tutto intento nel mio ultimo passatempo: il gongolamento.
-No- rispondo. Ma dentro mi sto ammazzando dalle risate.
-Oh. Io sento puzza di matrimonio.
-Puzza? La macchina l'ho fatta lavare stamattina. Non può essere.
-E matrimonio invece può essere?
-Matrimonio? Di chi? E mica puzza.
-Io non puzzo!
Brava amore mio che stai al gioco, così facciamo impazzire il poveretto di mio fratello.
-Ma non capite un cazzo nessuno?- si sta alterando.
-Secondo me dal coma non ti sono mica tornati tutti i neuroni.
-Ma vaffanculo, Edward!
E ormai si ride tutti. C'è un'atmosfera che metterebbe di buonumore anche il diavolo nero in persona.
Prendere per il culo Emmett è una cosa che mi viene facilissima da quando sono passato dalla modalità “incazzato col mondo” a quella “sereno andante”. Lui non si diverte tantissimo. Dice che il mondo si è rivoltato, anzi, gli si è rivoltato contro.
-Comunque neuroni o no, qualcuno qua vuole sposarsi e non lo dice.
-Rose, sei tu che ti sposi?
-Io? No no. Dovrei prima trovare un uomo che meriti. Che faccia le cose con la testa.
-A me piacerebbe fare le cose con la testa. Tuffarmici proprio di testa.
Una pausa.
Io aspetto, ridendo già.
-...Solo che ho paura mi ci restino incastrate le orecchie!
Ed ecco la stronzata megagalattica.
-No. Rose, no. Gliel'hai servita su un piatto d'argento!- fa Bella.
-No. Su un piatto è l'unico modo in cui non gliel'ho mai servita. Vero, Emm?
Noi due davanti stiamo starnazzando alle lacrime.
-Intendeva la battuta, Rose- dico, benevolo.
-Uffa, Edward. Mi hai rovinato l'uscita da bionda.
Ci sta venendo il singhiozzo dal ridere.
Giuro che non mi sono mai divertito tanto in vita mia.
Siamo un gruppo di matti in festa.
Evviva.
-Anthony?-chiedo, cercando di smettere di ridere.
-S'è addormentato.
-Stremato dalle stronzate, secondo me-dice Rose.
E giù risate.
A pranzo siamo dai miei.
E i toni continuano così, scherzosi e leggeri.
Poi faccio caso ad una cosa che non avevo notato.
Bella ha al polso il bracciale di cuoio che ha indossato per mesi dopo il nostro litigio, e che non le avevo più visto da quando siamo tornati insieme. Quello con le pietre incastonate. E che voleva farmi credere fosse un collare da slave.
Non ne ho motivo. E' una cosa sciocca. Non ha alcun senso.
Eppure mi innervosisce. Molto.
Voglio una spiegazione e la voglio adesso.
-Bella mi aiuti a scegliere il vino in cantina?
-Attenta Bella. Lui non ha mai mostrato a nessuna la collezione di farfalle, ma la cantina sì!- il solito scemo Emmett.
-Va' a cagare, Emm.
Risate.
Ma io non rido e Bella se ne accorge.
-Cosa ti prende?- chiede, mentre scendiamo le scale.
-Mi spieghi cos'è questo, sul serio? E chi te l'ha regalato, per piacere?- domando prendendole il polso, senza tante cerimonie.
Sorride.
-Cullen! Sei ancora geloso.
-Ne ho motivo?
-No. Assolutamente no- ride.
Mi rilasso un po'. Ma non del tutto, però.
-Dunque?- incalzo.
-E' un memento.
-Un meche?
-Un memento. Una cosa da ricordare. Un proposito. Me lo sono comprato dopo che te ne sei andato furibondo, facendo una specie di voto. Non me lo sarei mai tolto finché non avessi ottenuto la cosa che volevo.
-E cosa sarebbe questa cosa?
-Te.
-Io?
-Sì, tu. Dovevo riprenderti. A qualunque costo, prima o poi.
Sono scemo perso.
-Per questo te lo sei tolto dopo che siamo tornati insieme?
-Sì. Voto ultimato.
-E oggi perché te lo sei rimesso?
-Così. Un revival. E poi volevo parlartene. Contavo sul tuo spirito di osservazione.
-Contavi?
-Contavo.
-Stanotte ti faccio contare gli orgasmi che ti faccio raggiungere.
-Tunnel con lavori in corso, ricordi?
-Chissenefrega. Conosco un migliaio di strade secondarie e scorciatoie, gioia. Provare per credere. Sono perfetto come navigatore.
-Non ne dubito.
Rido e la bacio. Con tranquillità, mi prendo tutto il tempo che ora ho.
Non devo più correre ad acchiappare niente. Potrei anche buttare calendario e orologio.
-Ehi voi, là sotto! State vendemmiando?
E' Emmett. Non si lascia certo scappare l'occasione per scassare le palle.
-Schiatta invidioso!- gli urlo.
Quando risaliamo Anthony è singhiozzante tra le braccia di mia madre.
-Ha fame? Non riesco a farlo smettere.
-Non sono ancora passate tre ore, non credo- risponde Bella, ma allunga le braccia a prenderselo, per cullarlo.
E quel furbetto smette immediatamente di piangere, accoccolandosi tra il collo e la spalla di sua mamma, come un gattino.
Si inteneriscono tutti. Ma le lacrime agli occhi vengono solo a mia madre, e a me.
-Facevi così anche tu, sai Ed?
-Ma ha preso tutto da te, questo qua?- dice mio fratello. -Il cinquanta per cento del suo DNA non dovrebbe essere di Bella?
Questo pensiero un po' mi innervosisce.
-Di mio ha preso il cento per cento di midollo osseo. Il resto è suo- gli risponde Bella.
Sei sicura di non riuscire a leggere nel pensiero, tu?
Mi devo ricordare di ringraziarla perché scaccia i brutti pensieri dalla mia testa prima ancora che riesca a formularli con chiarezza.
Infatti mi strizza un occhio. E io le dedico una smorfia bagnamutande, marchio di famiglia.
A sera si torna a casa. Finalmente.
Lei è stanca, lo noto dalle occhiaie e dal numero di sbadigli che fa.
Accompagniamo Emmett e Rose a casa di lei. Poi proseguiamo.
Anthony dorme beato, in braccio ovviamente. Il port enfant serve perché così posso portare qualcosa anch'io.
-Butta da una parte le valigie. Ci penserò domani. Ora andiamocene a dormire, sono distrutta.
-Ho messo la culla per il cucciolo in camera, accanto al nostro letto.
-Perfetto, grazie. Così non devo alzarmi ogni volta per allattarlo.
Mi schiocca un bacio e poi mi molla in braccio il botolo azzurro addormentato.
-Vado a fare una doccia.
-Ti raggiungo tra un attimo.
Lo depongo nella culla facendo ben attenzione a non svegliarlo, poi accendo la radiolina trasmettitrice.
E porto la ricevitrice con me in bagno.
Ma appena entro qualcuno mi schianta contro la porta e mi strappa dalle mani la radiolina poggiandola sul ripiano di marmo.
-E ora siamo soli, finalmente.
-Soli e malintenzionati- rispondo.
Poi non ci sono più parole, ma solo gemiti, e carezze, e baci, e ancora gemiti, e ancora carezze, e ancora baci.
Alla fine in qualche modo siamo nudi e arriviamo alla doccia, dove entriamo e sotto il getto dell'acqua continuano i gemiti, le carezze, i baci.
Mi sento la bocca in fiamme, e anche qualcos'altro lo è.
-Houston abbiamo un problema- le dico.
-Servizio pompieri?
-Più che pompieri, pompino, grazie.
Ridiamo.
Poi lei diventa seria e scende sinuosa lungo il mio corpo, sfiorandomi appena con la massa dei capelli bagnati e neri, lasciati ricadere in avanti.
Si inginocchia di fronte a me e questa vista è da sempre una delle più eccitanti per me.
Mi bacia lungo la linea a V che separa gli addominali dal bacino, poi sfrega il naso sui miei riccioli tenendo delicatamente in basso il mio membro con le mani.
Con la lingua ci gira attorno e si ferma sui miei testicoli che prende in bocca uno alla volta, succhiandolo con delicatezza e poi rilasciandolo, ritmicamente, più volte.
Sento che se continua così finirò per svenire.
-Fallo adesso, ti prego- le dico, la voce spezzata.
E lei lo fa. Lo prende tutto.
Fino in fondo.
Mi succhia anche l'anima da lì.
E quando vengo dentro la sua bocca mi appoggio con una mano alla parete dietro di me e con l'altra stringo l'incavo tra il suo collo e la spalla.
E' sottile. E' morbida.
E' calda.
Chiudo gli occhi e tremo. Zampillo più volte e tremo.
Continuo a tremare e mi svuoto completamente dentro di lei, con contrazioni sempre più brevi e diradate.
Mi tremano anche le gambe, e le braccia, per il desiderio che ho di lei.
Per il desiderio che ne ho sempre.
E che non è più piacere estremo, pur se totale.
Un desiderio che sa di vita.
Mi appoggio con entrambe le spalle al muro e la tiro su per le braccia, premendomela contro, stringendola fino a farle male.
Non so controllare la forza in questi momenti così intensi. E' come se la gioia prorompesse e mi imponesse di agire. Incontrollabile. Insaziabile.
Come se mi fossi trattenuto per mesi ed ora avessi bisogno di riappropriarmi dei miei gesti più consueti.
La bacio, e sento il mio sapore nella sua bocca. Me ne nutro. Mi ci ubriaco.
E sento che mi stringe come faccio io.
Passione contro passione.
Desiderio contro desiderio.
Amore contro amore.
Più tardi siamo nel letto, abbracciati ma svegli.
La piccola abat-jour accesa, a terra.
Tre cuscini dietro la schiena, la tengo appoggiata a me, mentre lei allatta Anthony, che succhia da venti minuti.
E non c'è verso che impari a ciucciare dieci minuti da una parte e dieci dall'altra.
Bella ci prova, ma quando lo stacca dopo i primi dieci minuti, quello grida come un folle e non si riesce più a calmarlo. Così lo lascia fare e dopo venti minuti si addormenta stremato, le braccine rilassate, beato come un angelo.
Non fa il ruttino e non si sveglia più, nemmeno cambiandolo e sballottandolo.
Così ci abbiamo rinunciato.
Un lato a poppata e via. Imparerà, o sarà il corpo di Bella ad imparare.
-Ma si può? Una tetta gonfia e una no, alternate ogni tre ore. Sembro un mostro!- mi dice, mentre rimetto il piccolo nella sua culla, rivolto di lato per eventuali rigurgiti.
Inoltre il seno non succhiato le fa male. Si indurisce e si riempie talmente che alla poppata successiva anche il signorino fa fatica ad attaccarsi.
-Un mostro proprio no, gioia. E quel seno così gonfio è più affascinante di sempre.
-Anche se puzzo di latte e ne zampillo fuori quando Anthony tarda mezz'ora?
-Hai un odore buonissimo invece. Ti succhierei anch'io.
Non ha una faccia convinta.
Mi avvicino al suo seno, che ha appena ricoperto, mentre abbottona la camicia da notte, e le sposto le mani, come a voler continuare io.
Ma invece torno a sbottonargliela, preso da un'idea irrinunciabile.
E se facendo ciò che ho in mente sembrerò troppo possessivo, o maniacale, o infantile, o perverso, non me ne frega un cazzo.
-Fermami se non vuoi - le dico, guardandola negli occhi.
Ma ciò che leggo nel suo sguardo è luce, curiosità, amore. Non c'è traccia di disapprovazione.
Quando ho finito di liberare il suo seno gonfio, lo prendo tra entrambe le mani, lo tocco appena con tutta la delicatezza possibile.
Poi mi chino con la bocca sul suo capezzolo turgido e scuro e lo prendo tra le labbra succhiando appena e chiudendo nella bocca anche l' areola.
Resto immobile, poi succhio ancora, dolcemente e ritmicamente, una volta, due, tre.
E quando sto per lasciar perdere, pensando di non essere capace, sento un fiotto caldo riempirmi la bocca.
Ingoio vorace ed è incredibile. Buonissimo.
Non sembra nemmeno latte.
Sa di panna, ma leggermente salata. Ha un gusto strano, diverso da qualunque altro io abbia mai assaggiato.
Sa di lei, e sa di Anthony.
E con questo gesto mi sento parte di loro, di nuovo, ancora di più.
A intervalli regolari, al primo seguono altri fiotti, senza che io debba nemmeno succhiare. Poi non ne esce più. Resto immobile ancora qualche attimo. Infine sento la mano di lei sui miei capelli e lungo la mia guancia.
Aspetto immobile. E lei non respira quasi.
E' un altro attimo di magia, di cui in questi ultimi giorni la mia vita si è riempita.
E mi commuovo, di nuovo.
Sarò mica caduto in depressione post partum? Sorrido, staccandomi da lei.
Poi mi sollevo, accarezzandole lievemente il seno e leccandomi le labbra.
Mi guarda intenerita.
Non sembra sorpresa da ciò che ho appena fatto.
-Grazie- le dico semplicemente. - E' stato magico, come incontrare te.
-E' la cosa più dolce e nello stesso tempo erotica che ti abbia mai visto fare.
E forse è vero.
E' magico ed erotico ad un tempo.
Qualcosa di insolito e inusuale. Come noi.

martedì 5 aprile 2016

CAPITOLO 34




Funambolo
Tre ore dopo siamo nella sua stanza.
Bella sta mangiando una mega tazza di latte con biscotti.
E' la sua cena, dopo che ha saltato la colazione e il pranzo.
Anthony ce l'ho io in braccio. Ha avuto bisogno della culla termica solo per due ore, ed ora è con noi. E' un sogno irrinunciabile.
E non riesco ancora a decidere se guardare lei, che mi sembra aver fatto una magia, o un miracolo, o tutta una serie di magie e miracoli, o il nostro piccolo che dorme beato nell'incavo del mio braccio, arrotolato come una pallina, mentre nel sonno ogni tanto ciuccia, facendo un rumore buffissimo.
E mi commuovo di nuovo.
Cazzo, mi sto trasformando in una femmina.
-E' possibile che sia io la puerpera?
Ride.
-Direi di no, Cullen. L'ho fatto io quel batuffolo, e pure con una certa fatica. Non arrogarti meriti che non hai.
-E di questi che dici?
Le mostro i segni sul braccio libero, fiero come se fossero cicatrici ricevute in battaglia.
-Sono stata io?- strabuzza gli occhi.
-Sì, ma non ho fiatato.
Per paura che mi cavasse gli occhi, non per spirito di sacrificio, ma questo lo ometto.
-Accidenti, che valore!
-Mi prendi per il culo, gioia?
-Non mi permetterei mai, amoore.
Ridiamo.
Il batuffolo fa una smorfia, disturbato dal mio sussultare.
-Hai visto, Edward?
-Cosa?
-La smorfia che ha fatto.
-Sì, il principino è disturbato dalle nostre risate.
-Non hai visto bene. Quella smorfia è impressionante.
-Uh?
-E' la tua smorfia. Quella bagnamutande, Cullen. Quella che fai quando pensi che davanti a te c'è qualcuno che non capisce un cazzo. Anthony ha fatto la stessa identica smorfia.
-Ehi, piccoletto. Pensi che tuo padre non capisca un tronco? No, vero?
Sto di nuovo gongolando.
Non posso certo nascondere che il fatto che mi somigli così tanto mi faccia un piacere immenso.
Chissà cosa diranno i miei.
Ed Emmett. A giorni dimetteranno anche lui, e arriverà qui a razzo. E' curioso di vedere la mia opera d'arte.
Quasi quasi lo espongo nella pubblica piazza. Si può?
Sono tutti uguali i bambini? Sono tutti così orgogliosi i padri? Io mi sento esplodere d'orgoglio. Sono gonfio come un pavone. Se uscissi adesso fuori finirei dritto sotto una macchina, la prima che passa, perché guardare dove vado non è nelle mie priorità.
E infatti sto qui. Tanto il letto accanto a Bella è vuoto e nessuno mi dice niente.
Ci lasciano Anthony ancora un'oretta, poi lo porteranno al nido perché Bella riposi un po'.
Ma posso tenerlo io e stare sveglio pure tutta la notte. Che me ne frega di dormire?
Un cazzo. Dormire è non vivere.
Non esiste che io mi perda un attimo di mio figlio per dormire.
-Ci sei? Cullen?
-Scusa. Ero distratto.
-Ho visto. Ti chiedevo a che ora arrivano i tuoi.
-Intorno alle undici, più o meno.
-Passano di qui?
-Sì, ci provano, ma non li faranno entrare. E' troppo tardi.
-Sono le undici adesso. E dalla nursery verranno a prendere Anthony.
-Perché? Non posso tenerlo io?
-Lo stai già viziando.
-Tu l'hai tenuto più di otto mesi, io solo qualche ora in fondo.
-Cominciamo bene.
Sentiamo un brusio concitato in corridoio.
Poggio dolcemente il piccolo nella culla e vado a sbirciare dalla porta proprio mentre la porta si sta aprendo contro il mio naso.
Cazzo che dolore.
E' l'infermiera.
-Mi scusi signor Cullen. E' sveglia la signora? Ci sono due signori che...
Non riesce a finire di parlare che i miei entrano come due uragani nella stanza.
Mia madre mi abbraccia, poi abbraccia Bella, poi si china sulla culla a guardare suo nipote e comincia a piangere e a dire frasi sconnesse.
-Tesoro. Amore piccolo. Quanto sei bello. Ma come sei piccolo. Ma quanto sei bello.
Mio padre guarda tutti commosso e imbarazzato.
Poi si china a baciare Bella e guarda anche lui Anthony facendogli un verso schioccante con le labbra, come se chiamasse un gatto.
Io alzo gli occhi al cielo.
Grandioso.
Ci siamo tutti rincoglioniti.
Bella ride felice. Non le dà fastidio niente, per fortuna.
-E' impressionante- osserva ad un certo punto mia madre, guardando Anthony che dorme placido ma fa qualche smorfia nel sonno.
-La somiglianza con lui, eh?- risponde Bella indicandomi con l'indice.
-Scusaci, ma...- dicono i miei quasi all'unisono.
-Non scusatevi. Io ne sono orgogliosa. Lo volevo proprio così. Uguale identico a suo padre.
E di nuovo sono sovrastato, inondato, sottomesso, da questo sentimento nuovo che è l'orgoglio. Mi sembra di avere addirittura guadagnato qualche centimetro d'altezza. Sono del tutto rimbecillito.
I miei se ne sono andati quasi subito promettendo di tornare domattina.
Ora è l'alba ed io non ho dormito un cazzo di niente. E sono fresco come una rosellina.
Le gioie della paternità.
Guardo Bella che dorme beata, la bocca un po' aperta, le mani appoggiate sul lenzuolo, i capelli sparsi intorno a lei. Bella come una dea.
Guardo mio figlio. Ce l'hanno lasciato, visto che non piangeva. Dorme a pancia in giù e continua a intervalli regolari a succhiare a vuoto.
Mio figlio.
Bella ha già iniziato ad allattarlo. Non si tratta ancora di latte vero e proprio, ci hanno spiegato, ma è importante per stimolarne la produzione ed inoltre è pieno di difese immunitarie importantissime per il piccolo.
E lui attaccato al seno di sua madre sembra così beato.
Mi sento in paradiso.
Non credo che i beati stiano meglio di così.
Alle sei, puntuale come un orologio svizzero, tre ore precise dalla terza poppata, Anthony si sveglia e reclama con i suoi versi ridicoli che non sono un pianto vero e proprio, la quarta razione di latte della sua vita.
Lo tiro su con tutta la delicatezza possibile e lui si attacca a ventosa alla mia guancia, poi si ritrae gridando disperato.
Lo credo cucciolo.
Una tetta barbuta farebbe schifo anche a me.
Bella si è svegliata alle grida di questo allarme vivente.
Glielo passo mentre si tira su e mi sorride.
Apre la camicia dalla parte destra e avvicina la testolina del piccolo che si attacca immediatamente, per istinto, al suo seno gonfio. E succhia voracemente, gli occhioni aperti su sua madre e le manine strette a pugnetto.
Io li immortalo con la macchina fotografica e me li godo.
Succhia e ogni tanto sbaglia ritmo, così tossisce e sputacchia, è ridicolo e dolcissimo.
Mi viene da ridere e da piangere, ma si può?
Gli ormoni scombussolati sono i miei, non quelli della mamma.
Infatti nonostante Bella sia a seno nudo e bellissima, la bestia laggiù è stranamente mansueta. Non è che devo preoccuparmi?
Magari divento gay, o asceta. E non è che sia felice all'idea.
-Cosa fai lì in piedi? Vieni a sederti sul letto, vicino a noi- mi dice lei.
Ma io faccio di più che sedermi accanto a loro. Mi sdraio con la testa sulle gambe di lei e annuso l'odore di Anthony dalla sua tutina di spugna.
E' la prima volta che sto volentieri in un ospedale che, anzi, mi sembra il posto più bello del mondo. E anche questo letto mi sembra comodo, e non puzza più di disinfettante e malattia.
Com'è che un affarino di neanche mezzo metro ha sconvolto ogni mia convinzione?
Allungo un dito a toccare il visetto rotondo e quello s'incazza.
Si stacca dal seno di Bella e grida, rosso in viso.
-Lo hai disturbato! Non si fa, mentre mangia- ride lei.
Rido anch'io.
Chissà da chi ha preso questo carattere così irascibile.
Si placa appena Bella se lo riavvicina al seno e ricomincia a succhiare a tutta forza.
Un cucciolo di lupo, vorace e suscettibile.
-Soldo di cacio incazzoso!- gli dico e ridiamo di nuovo.
Alle sette e trenta vengono a prendercelo e a portare la colazione a Bella.
Io scendo fino al bar di sotto a prendere qualcosa di commestibile, visto che sono ore che non mangio e ho una fame nera.
Quando torno di sopra, mezz'ora dopo, un caffè in una mano e il giornale nell'altra, in camera da Bella c'è il pienone.
Sono arrivati Charlie, Sue e Angela, e tutti chiacchierano allegramente.
-Complimenti papà!- mi dicono Angela e Sue in coro.
Charlie è rimasto indietro, in silenzio. Sono io ad andargli incontro, la mano tesa, liberata dal caffè.
Mi guarda per un attimo interminabile, poi me la stringe, attirandomi a sé in un abbraccio.
-Continua a comportarti bene, Cullen. Potresti riuscire a piacermi- mi dice, ma è commosso e sorride.
Io ho di nuovo la gola chiusa. Non c'è verso di tornare l'impassibile Edward Cullen. Chissà dov'è andato a finire.
Un attimo dopo sono tutti fuori dalla porta, diretti al vetro della nursery per vedere Anthony.
-Andiamo anche noi?- mi chiede lei.
Annuisco e le porgo la mano.
Quando mi passa accanto mi bacia su una guancia e struscia il suo viso contro il mio.
-Mh. Sai di buono.
-E' da ieri mattina che non mi lavo- rido.
-E' il tuo odore. Mi piace, Edward, mi è sempre piaciuto.
Ride, mi fa una carezza e mi oltrepassa incamminandosi verso il corridoio.
Mi annuso un braccio. Il mio odore le piace? Anche a me, anzi, anche al mio inquilino di sotto. Ma non è il mio odore. E' lei e sono le sue parole.
Bentornato, amico. Allora non eri sparito.
Ma chissà quanto dovremo aspettare per un po' di sano sollievo.
Mentre siamo davanti al vetro del nido arrivano anche Hale e Alice, pieni di sorrisi e complimenti. Hanno portato dei fiori bianchi a Bella, con una rosa blu al centro.
Ma non c'è niente da fare. Io il bellimbusto d'oro proprio non lo digerisco, nemmeno ora, accompagnato felicemente.
Comunque sorrido, cercando di essere convincente, e per fortuna ci sono anche gli Swan, con cui parlare. Poi, mentre si chiacchiera, l'avvocato dal sorriso smagliante asserisce serafico che il piccolo Cullen è proprio la copia sputata di suo padre. E guadagna di colpo cento punti. Mi sembra che mi si accendano dei riflettori sulla testa, per il caldo che sento.
Roba da matti, che effetto fa essere genitori. Ti diventa persino simpatico uno che fino ad un attimo prima avresti gettato nelle segrete dei castelli medioevali.
Comunque non faccio in tempo a liberare la cella medioevale che arriva Eric agghindato a festa e tutto sorridente, insieme alla signora Cope e all'architetto che ultimamente ha lavorato nel mio ufficio molto più del sottoscritto.
Sono tutti davvero gentili e festosi con noi e cerco di mostrarmi cordiale ed affabile.
Però non vedo l'ora che spariscano, così possiamo tornarcene nella nostra stanza e riavere con noi anche Anthony, che per la durata delle visite è segregato al nido.
Bella mi lancia uno sguardo di disapprovazione, mentre parla con uno e con l'altro.
Redarguito con gli occhi.
Che ho fatto?
Il mio sguardo di rimando è un punto interrogativo. E lei mima con la bocca “Sorridi”.
Cazzo. Ma se mi sta venendo una paresi! Evidentemente non ho un sorriso molto sincero. Tutto normale dunque. Anche Edward Cullen è ancora presente e vivo in mezzo a noi. Ne sentivo la nostalgia.
Il buon Charlie mi tira da una parte e mi propone un altro giro al bar, per una birra, dice.
-Io l'accompagno volentieri, ma prenderò un altro caffè. Alcolici non posso.
-Mi piacciono la sincerità e l'onestà in un uomo.
Taccio, sorridendo appena. E' chiaro che vuole parlarmi, se mi ha allontanato dagli altri.
-Ed ora che intenzioni avete, tu e mia figlia?
E perché non lo chiede a lei, porco cazzo?
-Sposarci, vivere insieme. Fare altri figli. Vivere in modo normale, credo.
-Perfetto, allora.
Tutto qui? Poteva chiedermelo anche di sopra.
-Però...
Ah, ecco. Mi pareva.
-Sì?
-Bella non è una donna “normale”, non comune, intendo. E' particolare, diversa dalla maggior parte delle altre donne.
-Nemmeno io sono un campione della normalità, se è per questo.
-E ad Anthony, e al suo bisogno di normalità invece avete pensato?
Ma che cazzo vuole, questo? Dirmi che io e Bella siamo due fenomeni da baraccone, incapaci di allevare figli?
-Non capisco dove vuole arrivare- dico risentito.
In realtà capisco benissimo. Ma non voglio incazzarmi col padre di Bella se non è più che necessario.
-I vostri problemi psicologici. Andavano risolti prima di diventare genitori.
Mi fermo in mezzo al corridoio, braccia conserte e cipiglio agguerrito.
Sono sempre io in fondo.
-Probabilmente è vero. Tuttavia questo bambino è arrivato in maniera alquanto inaspettata ed ha dato stimolo ad entrambi per riordinare le nostre vite. Inoltre penso che un bambino abbia bisogno soprattutto di tanto amore, e noi questo sono sicuro che sapremo dargliene.
Vorrei fermarmi qui, per non esagerare. Ma le parole premono. Mi salgono su dal fondo dello stomaco, e mi rendo conto che se Bella fosse presente, approverebbe. Perciò do fiato alle trombe.
-Inoltre direi che spesso avere genitori “stabili” e “normali” non rende immuni dall'aver problemi nel crescere.
Chi vuol capire capisca. E vedo che lo sceriffo capisce.
Si gratta la testa e la scuote, poi sorride.
-Sì, credo che in fondo tu abbia ragione.
Riprendiamo a camminare e tutto quello che vorrei è poter tornare di sopra e piantarla con questi incontri tra parenti che seminano solo zizzania.
-Non volermene. Mi premono moltissimo, tanto mia figlia quanto mio nipote- riprende, quando arriviamo al bar.
-Non gliene voglio. Ma non ha idea di quanto premano a me.
-Ora lascia il pulcino nella bambagia e vieni qui vicino a me. Ho bisogno di coccole.
La voce di Bella mi chiama quando finalmente rientro in camera da lei spingendo la cullina di Anthony che ci è stato riconsegnato, finito il continuo viavai di amici, parenti e conoscenti, in una parola rompicoglioni.
Rimbocco le copertine azzurre al piccolo e mi siedo accanto a lei, sul letto.
-Cosa non va, vuoi dirmelo?
-Ho parlato con tuo padre.
-Ti ha detto che da piccola rubavo al supermercato?
Sorrido.
-Secondo lui siamo genitori problematici.
-Potrebbe avere ragione. Ma anche no.
-E' quello che gli ho detto.
-Hai fatto bene. Il resto lo scopriremo vivendo, sia noi che chi oggi giudica. Ed ora vieni ad abbracciarmi.
Una pausa. -Stasera verrà anche mia madre...
-Avrete molto da dirvi.
-Probabilmente lei. Io non ho molto da raccontare. Cos'ho fatto negli ultimi dieci anni lo sa già. Chi sono non le è mai interessato. Ma ascolterò, e se mi farà domande risponderò, con assoluta sincerità.
-Vuoi che mi fermi o preferisci restare sola con lei?
-Vorrei averti qui sempre. Ma forse è meglio se parliamo da sole.
-Approfitterò per passare in ufficio. Ho alcuni progetti da controllare e firmare.
Dopo pranzo resto ancora un po' per godermi lo spettacolo dell'allattamento di Anthony.
A Bella è arrivata la montata lattea, sembra, ed Anthony succhia, si strozza perché gli arriva troppo latte, si stacca, grida, si riattacca, succhia ancora. Poi finalmente si placa. E' irresistibile, meglio di un film d'azione.
Poi li saluto, con un bacio sulla testolina a lui, e uno con tante labbra e anche un po' di lingua a lei. E me ne vado, leggero e contento, in ufficio, promettendo di tornare per cena.
Devo passare da casa per una doccia e a cambiarmi, e prendere un libro a lei.
Quando torno sono passate da poco le diciotto.
La porta della camera è socchiusa e all'interno sento le voci di Bella e di un'altra donna. Deve essere sua madre.
Non vorrei origliare, ma mentre penso se sia il caso di entrare interrompendole, sento il mio nome e mi fermo immobile, in ascolto.
-...rappresenta tutto ciò che mi ha sempre attratto in un uomo. E' intelligente, sensibile, divertente, tenero, attento. Ma a volte invece è contorto, irascibile, geloso, compulsivo, possessivo. E questo dualismo mi affascina terribilmente. E poi è bello. E a letto è sempre stato un dio.
Ridono.
Un dio a letto? Interessante.
Busso, non voglio rubare altre confidenze.
-Buonasera, belle signore. Si può?
-Ciao- mi dice la mamma di Bella, venendomi incontro e abbracciandomi. E' una bella signora sulla cinquantina, festosa e ilare, un po' sopra le righe, anche nell'abbigliamento.
-Cosa ci facevi dietro la porta, Cullen infido?
Beccato.
-Appena arrivato.
Mi guarda con un occhio socchiuso e un' aria da “dopo facciamo i conti”.
Il dio a letto ti fa volentieri tutti i conti che vuoi, gioia.
Scherziamo e parliamo lievi per un'oretta, poi portano la cena a Bella e sua mamma se ne va.
-Oggi pomeriggio è stata qui anche tua mamma. Mi ha portato questo.
Mi mostra un album marrone, in pelle. Lo conosco. E' il mio.
Ci sono le mie foto dalla nascita fino ai due anni, quando è nato Emmett.
Lo sfogliamo insieme e guardando le mie foto sembra di vedere Anthony.
Bella è concentrata sull'album. Io su di lei.
-E così sono un dio a letto.
Solleva gli occhi, piccata.
-Che stronzo. Hai origliato!
-Solo un po'.
Mi fa una faccia vendicativa, poi ride.
-Non è mica un segreto quello che hai estorto.
-Però nutre la mia autostima.
-Che non aveva affatto bisogno di nutrimento.
-Questo lo dici tu. Con i lavori in corso nel tunnel, mi toccherà andare a piedi per chissà quanti giorni.
-A piedi? Forse più a mano...
Ridiamo.
-Solo una decina, dicono.
-Giorni o mani?
Ridiamo di nuovo.
-Giorni, scemo.
Faccio gli occhi storti e tiro fuori la lingua.
Restiamo a coccolarci per un po'. Carezze e baci, mentre Anthony dorme.
-Sarà meglio che Anthony stanotte stia al nido e io vada a casa a dormire un po'. Così dormi anche tu.
-Sei già stufo di noi?
-Non dire cazzate, Swan. Ma se dormi ti ricarichi più in fretta. Io ho bisogno della mia dea a letto e Anthony ti risucchierà ogni energia. E ti distruggeremo, in un mese o giù di lì.
-Ho infinite risorse, tranquillizzati. Sono un'atleta, non lo sai?
-Non ricordarglielo, per favore- e indico il mio inguine con il pollice.
-Si intristisce?- ride lei.
-No. Si trasforma. Sta per diventare un totem indiano, hai presente?
Per tutta risposta passa la mano a palmo aperto sul cavallo dei miei pantaloni.
E io ululo, come gli indiani prima della battaglia.
-Dieci giorni?
Annuisce.
-Non uno di più. Se non vuoi che impazzisca e mi metta a scopare il tubo della carta igienica.
Che poi è secco e freddo. E ti si sbriciola tutto in mano. Uno schifo solo a pensarci.

domenica 3 aprile 2016

CAPITOLO 33



Benvenuto a un pianto che commuove
Mi scapicollo nudo in bagno da lei e la trovo dritta davanti al water.
Ai suoi piedi un lago d'acqua.
-Non sei arrivata in tempo?- ridacchio sollevato.
Ma lei non ride.
-Non è pipì, Edward. Mi si sono rotte le acque, credo.
-Che significa?
-Significa che dobbiamo andare in ospedale. Anthony vuole nascere ora.
-Ma come? Perché? E' presto.
Non ci capisco più un fottuto cazzo.
-Va' a vestirti. Io asciugo qui e poi mi vesto anch'io- mi dice benevola e paziente, come se parlasse ad un bambino capriccioso e un po' lento.
Porco cazzo. Edward svegliati, Cristo.
-No, no. Asciugo io. Va' a vestirti. Faccio in un attimo.
Mi ascolta, stranamente ubbidiente.
Asciugo e penso.
E mi sento una merda.
Torno in camera a cercare boxer e pantaloni e penso.
E vorrei prendermi a schiaffi.
Lei mi guarda in silenzio e mi sorride, mentre mi passa una camicia pulita.
Le prendo la mano e la tengo stretta.
-Scusami.
-Di cosa?
-Di essere così maldestro e grossolano. Sono riuscito a farvi del male alla fine.
-Ma sei tutto scemo? Cosa c'entri tu?
-Ecco appunto. Hai centrato il problema. Sono entrato talmente a fondo che...maledetto pisello del cazzo- e sferro un pugno chiuso contro l'anta dell'armadio.
Lei sorride di più, poi ride appena. Infine ride apertamente, stringendo tra le cosce un asciugamano.
-Per favore non ridere. Piuttosto prendimi a schiaffi.
-Rido invece- si siede sul letto. -Vieni qua- e picchietta sul letto accanto a sé.
Mi siedo tenendo la testa tra le mani. Non riesco a guardarla.
-Prima di tutto, se ho rotto le acque può dipendere da qualsiasi cosa. Anthony magari ha fatto uno scatto improvviso...
-Sì, è un centometrista...
Ignora il mio sarcasmo.
-Oppure ho fatto io un movimento brusco.
-Infatti ultimamente fai salto in alto. Con l'asta- la mia, vorrei aggiungere, ma sembrerei spiritoso e proprio non mi sento di fare spirito.
-Oppure è molto semplicemente arrivato il momento e basta.
-Certo, perchè sono un cretino irresponsabile che ragiona solo con l'uccello in mano.
-Piantala Edward. Mi stai dando sui nervi.
-Scusa.
-Piantala anche di scusarti. Te l'ho chiesto io di essere meno gentile stanotte. Ed è stato bellissimo. E poi le acque sono trasparenti. Vuol dire che il bambino sta bene. E io non ho neanche una contrazione ancora. Possiamo andare con calma. In ospedale mi visiteranno e magari mi diranno di tornarmene a casa e stare a riposo. Sei più tranquillo ora?
Come quello famoso coi sette punti al culo.
Ma in ospedale parlerò con il suo ginecologo e questo mi rende un po' meno nervoso.
-Sbrigati a finire di vestirti, prendi la valigia mia e del piccolo e andiamo.
Cazzo. Quando mi dà ordini così reagisco sempre allo stesso modo. Stavolta se non la pianti e ti metti buono a dormire, ti stacco da solo.
In ospedale, mentre la visitano, io aspetto fuori, mangiando le unghie come prima degli esami all'Università.
Quando la vedo uscire sorridente, mi rilasso un po'. Dietro di lei il suo medico, che mi fa segno di entrare.
-Buongiorno, signor Cullen. Si sieda.
-La signora e il bambino stanno bene?
-Certamente. La signora mi spiegava il suo stato d'animo.
Annuisco e mi sento esaminato. Come al solito non mi piace, per niente. Ma del resto me lo merito.
-Non deve sentirsi responsabile. La rottura delle acque può dipendere da tutto o da niente. Nessuno può stabilirne con esattezza le motivazioni. Ciò che ora è importante è che entrambi stanno benone. Tuttavia per la nascita ci vuole ancora un po': la signorina ha una dilatazione di appena un centimetro e nessuna contrazione di rilievo. Possono volerci ore o addirittura giorni. Però la tratteniamo in ospedale, così possiamo monitorarla ed assicurarci della salute del piccolo.
-La ringrazio- sorrido teso, ho le mani sudate.
-Mi scusi se non riesco a parlare molto. Sono decisamente emozionato- proseguo.
-E' il primo figlio?
Annuisco.
-Ero anch'io emozionato e teso, nonostante sia il mio lavoro, quando è nato il mio primo figlio.
Mi stringe la mano.
-Auguri- mi dice sorridente.
Telefono ai miei, che dicono cercheranno il primo volo per gli States disponibile.
Poi chiamo Emmett.
-Ehilà, quasi papà!
-Ciao fratello. Hai mica della saliva da mandarmi via etere?
-Teso?
-Come se stessero per impalarmi fino alla gola.
-E Bella, come sta? Qui c'è Rose che parla al telefono con lei da un'ora. Ma che si raccontano?
-Lei sta bene. E' più tranquilla di me e mi ha cacciato fuori dalla sua stanza perché dice che non sto fermo un minuto e la innervosisco e basta.
-In certi momenti gli uomini non servono ad un cazzo, pare.
-Già. Pensa che mi ha appena detto che sono solo alto.
-Alto?
-Sì. Le coprivo la visuale della finestra.
-Uhmm, che sei alto è vero. E pure rompicoglioni.
-Perché non sei ancora andato affanculo, Emm?
-Dai, sdrammatizzo. Cerco di distrarti e rilassarti.
-Credevo stessi solo cercando di farmi incazzare. Con buon esito, peraltro.
-Sai che sei proprio odioso? Tienitela stretta perché un'altra che ti sopporti non la troveresti mai.
-Lo so.
-Uh? Se non rispondi ad aperta provocazione è grave.
-Mi sento una merda, Emm.
-E perché mai? Non dovrebbe essere uno dei momenti più belli nella vita di un uomo?
-Infatti, ma riesco sempre a rovinare l'atmosfera.
-Che è? Un'altra sega?
Mi fa venire da ridere, anziché voglia di rispondergli per le rime.
-Stanotte l'ho posseduta brutalmente. E stamattina le si sono rotte le acque. E' colpa mia, sono una bestia.
-Brutalmente? Tu? Ma se sei un agnellino.
-Ma vaffanculo di nuovo, Emmett. Non capisci un cazzo.
-Ma sì che capisco, dai. Però scusa. A che ora l'hai, ehmm, posseduta brutalmente?
-Ma che cazzo ne so. Ieri sera. Alle dieci più o meno. Dovevamo andare a teatro...poi...
-Poi la brutalità ha preso il sopravvento sul teatro.
Dio come lo odio. Ma perché è così scemo?
-Parlare con te è la cosa più stupida che io cerchi di fare da tutta la vita.
Ride come un matto. Adesso riaggancio.
-Ti prego, scusa. Ma fai ridere. Se fosse colpa tua probabilmente le acque le avrebbe rotte subito, o no? Invece mi hai detto che è successo stamattina alle otto, giusto?
-Sì. E con questo?
-Dopo dieci ore, se non hai continuato a brutalizzarla per tutta la notte...
Non sento cos'altro dice perché riattacco.
Testa di cazzo di fratello.
§§§
Sono passate tre ore e adesso servo a qualcosa.
Sono arrivate le contrazioni e sembra che se le massaggio la schiena provi sollievo.
E' venuta l'ostetrica a visitarla di nuovo ed ha detto che la dilatazione è ora di quattro centimetri.
-Solo?- ha chiesto Bella.
-Ci vuole pazienza. Il corpo si deve adattare, con calma. Ha idea di quanti muscoli e tendini lavorino contemporaneamente e si modifichino per permettere il passaggio del bambino? Nel giro di poche ore si spostano persino alcune ossa, per poi riposizionarsi dove erano prima. E' una cosa fantastica. Buon lavoro, quindi. Tornerò tra un'ora.
Mi sorride ed esce.
Bella è contrariata.
-Ne parla come se fossi una gallina che sta per fare l'uovo. Stronza.
Decisamente contrariata, direi.
Sono in trance a pensare alla magnificenza della natura, quando lei mi infila tre dita unghiate nel braccio.
-Cazzo, Edward. Questa è stata peggio delle altre - mi dice quando riesce a rilassarsi.
Probabilmente quando sarà nato io sembrerò passato dentro una falciatrice, ma credo non sia il caso di farglielo notare ora.
Mi limito ad accarezzarle il braccio. E' sudata e stanca, la vedo.
Chissà quanto ci vorrà ancora.
Mi viene in mente un fottutissimo libro tristissimo, “Addio alle armi” di Hemingway.
Lei muore di parto e lui rimane solo e disperato.
Che pensiero del cazzo.
Proprio nel momento giusto arriva un'altra artigliata di lei.
Cazzo, eppure non ha le unghie lunghe. Sono fortunato.
-Il prossimo te lo fai da solo, Cullen. Giuro!
-E se non avesse gli occhi verdi?
-Se non ha gli occhi verdi ti ammazzo. Ti squarto come sta facendo tuo figlio a me.
Minchia. Fa quasi paura davvero.
-Mi spiace tesoro. Vorrei prendere un po' del tuo male...
-Tutto no, eh? Lo sai che non lo sopporteresti. Nessun uomo ce la farebbe, dicono.
Sorrido.
Sono passate altre due ore.
Bella non è più nervosa, ora. Non parla più.
Si attanaglia con entrambe le mani alle mie braccia ad intervalli regolari di dieci minuti e so che non ci vorrà ancora molto.
Tutto sommato ha fatto abbastanza in fretta direi... Ma lo penso soltanto, non sono così stupido da dirglielo. Sarebbe capace di prendermi a schiaffi sul serio.
L'ostetrica è passata di nuovo, mentre lei camminava avanti e indietro nella stanza per cercare di rilassare un po' la tensione alla schiena. E io che credevo che le donne sentissero mal di pancia.
Dopo la visita Bella è andata di nuovo in bagno. Poi ha ripreso a camminare avanti e indietro, nel corridoio, piegata in avanti come una vecchietta.
-Forse se ti sdraiassi un po'...
-Non posso stare sdraiata, fa troppo male.
-Non ti stanchi troppo così?
-Non sono stanca. Sta' zitto, Cullen.
Taccio e le cammino di fianco. Mi sento decisamente cretino.
Al passaggio successivo dell'ostetrica Bella tiene le mani appoggiate contro il muro, a palmo piatto. Sembra non farcela proprio più.
Io non so che fare. Mi viene in mente la sua espressione di qualche ora prima.
-Non servi a niente. Sei solo alto.
Già. Alto e grande. Tutto di me è grande. Pure mio figlio, sembra. E lei è così piccola.
Scusa se sono così grande, accidenti.
-Non è che sta spingendo per caso?- le chiede l'ostetrica, guardandola in viso.
-Non lo so...non mi sembra...non capisco...
Povera cara. E' a pezzi.
-Venga con me in sala parto, così le do un'occhiata.
La prende per le spalle e l'accompagna.
Poi si gira verso di me.
-Si faccia dare un camice e venga con noi, se vuole assistere.
Uh? Ci siamo?
Non so se sono pronto. Non so se...
-Edward?- Bella mi chiama senza voltarsi, allungando una mano indietro a cercarmi.
-Sono qui. Arrivo.
Certo che ci sono. Certo che mi sento pronto. Se tu vuoi, io voglio.
Ed ora è il momento.
Dilatazione completa.
Bella è abbassata sulle ginocchia, mentre l'ostetrica la tiene dalle ascelle ed io le sono davanti, mani nelle mani.
Siamo solo noi tre. Tre e mezzo. Quasi quattro.
Sbrigati, piccoletto. Non metterci troppo e non fare troppo male alla mamma. Per piacere.
Bella emette dei suoni gutturali terribili, mentre spinge con tutta la forza, seguendo le istruzioni dell'ostetrica.
Prende tre respiri corti ed espira fuori tutta l'aria insieme, spingendo.
Lo faccio anch'io.
Tre spinte così, poi la fa alzare e controlla di nuovo.
Mi fa un segno.
-Vuole vedere la testa di suo figlio?
Certo che voglio.
Mi avvicino.
Vedo la carne della mia donna, lucida, tesa, rossa, pulsante di dolore.
Non voglio che senta tutto questo male, cazzo.
Poi vedo una palla scura al centro.
E sei tu.
E poi non vedo più niente perché le lacrime me lo impediscono.
Nel frattempo mi compaiono attorno altre due infermiere e il medico fa capolino per chiedere come va.
-Tutto sotto controllo - risponde l'ostetrica.
-Mi chiami se c'è bisogno - prosegue il dottore e sparisce.
Cosa? Se ne va? Perché se ne va?
-Stia tranquillo, va tutto bene. Bastiamo noi – mi dice un'infermiera, notando il mio sguardo smarrito.
Decido di fidarmi. Non ho scelta, credo.
Vaffanculo Hemingway.
Torno da Bella, mentre sento che l'ostetrica chiede un bisturi. E' l'episiotomia, per impedirle di lacerarsi.
Ma senza anestesia?
Cazzo, no.
Eppure lei non grida, né si lamenta.
Poi alla spinta successiva urla.
-Non ne posso più. Aiutatemi. Non ce la faccio più. Tiratelo fuori di lì.
-Ci siamo. La prossima spinta è l'ultima, Isabella - sento che le intima l'ostetrica.
Poi mi spinge via e le sale sopra lo stomaco con il busto ed entrambe le braccia.
Ancora un urlo, liberatorio stavolta.
Poi lo sento.
Ti sento.
Piangi.
Benvenuto piccolino.
Benvenuto Anthony Cullen.
Bella mi stringe la mano.
-Bravissima, amore mio. Sei stata eccezionale.
-Lo vedi? Lo hai visto? Fatelo vedere anche a me- chiede.
-Lo puliscono. Solo un attimo Isabella- le rispondono.
-Non l'ho ancora visto nemmeno io- le accarezzo i capelli.
Ha gli occhi iniettati di sangue, le occhiaie, è sudata fradicia, ma il suo sorriso è raggiante. E non è mai stata più bella di così.
-Due chili settecentocinquanta e 48 centimetri. Un colosso, per essere nato di 37 settimane - dice un'infermiera.
-Sono le diciassette e quindici. E questo è il vostro bellissimo bambino- ci dice invece l'ostetrica, poggiando un cosino urlante e rosa sulla pancia nuda di Bella.
Quello che avviene poi è una scena che non dimenticherò mai, vivessi mille anni.
Appena tocca la pelle di sua mamma, Anthony cessa di piangere immediatamente.
La riconosce, ascolta il suo battito e si ferma immobile.
Lei si commuove.
Io mi commuovo.
E penso che la vita è stata buona con me.
Questa felicità che sento non può mica essere gratuita.
E ciò che ho pagato è davvero poco se ora questo attimo così intenso è mio.
-Grazie- riesco a dire alla donna che amo. E che mi ha reso padre.
-Grazie a te. E' bellissimo.
Ed è bello davvero.
Due occhi grandissimi in una mela rossa di faccino. Due manine stupende, minuscole, con ditine lunghissime e unghiette precise, microscopiche. Due piedini piccoli, arricciati.
E profuma. Di bimbo. Di lei.
E' perfetto, assolutamente perfetto. Come lei. Come me.
Come noi.
Dieci minuti di adorazione dopo, l'ostetrica ci distoglie e mi chiama.
-Vuole vedere la placenta o si impressiona?
-Voglio vedere sicuro, grazie.
-Ecco qua- mi dice, sollevando un ventaglio rosso, con una miriade di ramificazioni blu.
Sembra un albero. E lo è. E' l'albero della vita.
E di nuovo mi sembra incredibile che grazie a lei sto vivendo tutte queste magie. Sto imparando tutte queste cose nuove, immense, fantastiche.
E sono di nuovo commosso.
S'è mai visto un uomo più felice e più frignante di così?
-E' stupenda. La vita, intendo.
Chi mi risponde è Bella.
-Sei stupendo tu.
Mi giro e non riesco a metterla a fuoco perché le lacrime mi appannano gli occhi.
Così ci passo i palmi delle mani e sfrego. Poi sorrido.
-Ti adoro.
-Anche io.
Vengono a riprendere Anthony e lui reclama a gran voce.
Bravo piccolo. Fatti rispettare. Fa' sentire forte la tua voce e la tua volontà.
L'infermiera lo passa al pediatra che deve effettuare tutti i controlli e metterlo per qualche ora almeno nella culla termica.
Mentre mi passa accanto l'infermiera mi guarda ironica.
-Si dice madre certa...Però questo bambino le ha staccato la testa!
Se la baciassi in bocca Bella ci resterebbe male?
Gongolo.
Bella mi guarda scuotendo la testa e sorridendo felice.
-E' vero. Io me lo sentivo. E ne sono così orgogliosa.
Non dico niente se no mi commuovo per l'ennesima volta, oggi.
Resto immobile a tenerle la mano, mentre le danno qualche punto all'episiotomia.
-Male?- le chiedo.
-Assolutamente no. Pizzica solo un po'. E' strano avere un bambino. Ti sembra che stai per morire e poi, un attimo dopo aver dato alla luce tuo figlio, sei in paradiso e non senti più alcun tipo di dolore...
-A posto. Ce la fa ad alzarsi o la portiamo noi?- chiede l'ostetrica.
-Credo di farcela.
Ma come. La lasciano alzarsi di già? Come niente fosse?
Questa donna è un'aliena.
-Mi dai una mano?- mi chiede.
Pure le gambe ti do.
Io da una parte e l'infermiera dall'altra, l'aiutiamo a mettersi seduta.
Poi si alza in piedi, da sola.
-Come va?- le chiede qualcuno.
-Benissimo- risponde, poi si rivolge a me, infilandomi una mano sotto il braccio.
-Andiamo a vedere Anthony?
E ci incamminiamo fuori dalla sala parto, raggianti.
Davanti alla nursery aspettiamo un po' e ne approfittiamo per telefonare a tutti.
Lei a suo padre, a sua madre e a Rose.
Io ai miei, che sono in volo sull'Atlantico, e poi ad Emmett.
-Auguri zio - lo saluto.
-Beh? Sfornata la torta?
-Sì. E' nato.
-Evvai! Come stanno tutti e due?
-Sta bene lui e sta bene la mamma.
-E tu?
-Io mi sento rincoglionito in modo impressionante, come se mi avessero infilato in una centrifuga a velocità massima.
-Forte. Gira la testa?
-Gira tutto. Mi sento sulle montagne russe. Non ho mai riso e pianto tanto come oggi. Ad un certo punto credevo di avere una crisi di nervi.
-Ed ora?
-Ora? Sono felice. La felicità fatta persona. Il dio della felicità. Esiste?
-E che ne so? Sembri ubriaco.
Rido.
Forse è vero. Mi sento ubriaco. Ubriaco di felicità.
Mi sembra di essere in un sogno.
E che nessuno si azzardi a svegliarmi perché stavolta mordo ferocemente chiunque.

CAPITOLO 32



Liberi
-Brutto stronzo, hai rischiato che t'ammazzassi con le mie mani, lo sai?
-Anche io...sono contento...di vederti...
Parla stentato, ma parla. E sorride. E muove le mani, poco, piano, ma le muove. Non sono più due pesci morti e ringrazio il cielo, o Dio, o chi per esso.
Grazie.
Non voglio fermarmi molto, per non stancarlo, e perché mia madre fuori dalla porta mi fa segno che vuole rientrare. Nella stanza con Emmett possiamo stare solo uno per volta.
Ma è lui a richiamarmi, stringendo appena la mia mano che ancora non si stacca dalla sua.
-Edward...
-Dimmi, tutto quello che vuoi.
-Ti ho sentito...vi ho sentiti...Grazie.
-E di che, scemo che non sei altro? Non ti avremmo mai lasciato andare. Sarei venuto a riprenderti anche nell'aldilà, puoi contarci.
Ridacchia appena.
-Sempre pronto a prendere...tutto di petto...tu.
-E' vero- taccio.
Lui invece sembra avere qualcosa da dire e mi guarda con intensità.
-Cosa altro c'è, Emm?
-Anthony. E' nato?
-Hai sentito anche quando ti parlavo di lui?
Annuisce.
-No, non ancora. E' presto. Manca ancora un mese e mezzo circa. E poi aspettava suo zio. Gli piace essere al centro dell'attenzione, credo.
-Cazz... pure lui...
-Hai appena ricominciato a parlare e già spacchi le palle, fratello?
Ride appena, di nuovo, poi fa una smorfia tirata.
-Hai male?
-Sì...se rido...e le parole...non mi vengono...tutte.
-Cosa vuoi sapere?
-Rose...era qui?
-E' stata qui come tutti noi, notte e giorno. A turno venivamo da te o stavamo in corridoio. Abbiamo bevuto tutte le scorte di caffè di quelle merdose macchinette.
-Dov'è...ora?
-Fuori, con Bella, credo. Te la chiamo?
-No...aspetta...prima..
-Cosa?
Scuote la testa.
-Pensavo...a lei... Mi parlava, in sogno...io nuotavo...e più cercavo di salire...più ero sotto... Avevo freddo...e paura... Ogni tanto arrivava luce... ed erano le tue parole... e le sue... Non so...che significa... sognavo...
-Cosa sognavi, Emm?
-Io e te...bambini...e la mamma...e il nonno che mi chiamava... Ma tu chiamavi più forte. E poi...sognavo lei...
-Rose?
-Sì.
-Forse non era un sogno. Ti chiamava davvero. Che ti diceva?
Sorride.
-Che mi amava...e in sogno...mi interessava...molto...
Sorrido.
Bravo, Emm. Un breve viaggio nell'aldilà e capisci qualcosa in più, tutto sommato fa bene fare un giro fino in fondo al tunnel. Basta riuscire a tornare indietro.
-Te la chiamo.
Accenna di sì con la testa.
Quando esco fa per rientrare di corsa mia madre, non può farne a meno. Ha la stessa espressione che aveva quando sono tornato a casa dopo la lunga degenza in ospedale, dopo il trapianto. E' rapita, felice, eccitata, e mi fa una tenerezza infinita.
La bacio di sfuggita su una guancia e scappo a cercare Rose in corridoio.
Ma lei, quando le dico che Emmett vuole vederla, fa segno di no con la testa.
-No? Cosa no, Rose?- le chiede Bella.
Si torce le mani e non risponde, mentre Bella mi guarda.
Io la capisco. Non la capisci anche tu?
E' paura.
Paura che abbia sentito cosa ha detto.
Paura che non abbia sentito. In egual misura.
Paura che gli interessi.
Paura che non gli interessi.
Paura, Bella.
Pensiamo che il caso, le circostanze, gli eventi, la sfortuna, il nostro carattere, le nostre capacità, ci blocchino spesso nelle occasioni della vita.
Non è così. Più spesso è la paura a bloccarci.
Vai, Rose.
Più tardi avrai una certezza in più, e un'incertezza in meno. La certezza che gli hai detto cosa ti premeva e ti ha capito. L'incertezza di sapere se gli interessa o no.
E' meglio che non sapere e aver paura.
Le prendo la mano e l'aiuto ad alzarsi.
-Va' da lui. Ti sta aspettando.
Mi guarda smarrita, mentre le sorrido.
-Fidati di me, vai.
Quando torna, mezz'ora dopo, ha uno sguardo sognante. Gli occhi rossi di pianto e il trucco un po' sciolto, ma è raggiante.
Bella mi guarda emozionata.
Siamo membri della stessa famiglia, tutti.
§§§
E' passata una settimana.
Io e Bella siamo rientrati a casa. Troppo lavoro arretrato nei nostri uffici, nonostante il mio sostituto e Hale. Inoltre lei si sentiva più tranquilla vicino al suo medico, al suo ospedale, a suo padre.
Emmett invece è ancora in Europa e sta facendo passi da gigante. Alterna riabilitazione fisica a riposo, nella clinica adiacente l'ospedale, sotto l'occhio vigile ed attento di due infermiere particolarmente attente e interessate a lui: nostra madre e Rose, che si avvicendano d'amore e d'accordo. Un idillio decisamente insolito, e di cui Emmett, che sento per telefono ogni sera, si lamenta.
-Pensi che mamma continuerà a volermi imboccare ancora per molto?
Rido.
-Perché lo chiedi a me?
-Tu sei l'infermo esperto.
-Ma vaffanculo Emmett, va'.
-Non è vero?
-Sì, ma comunque tu vaffanculo. E casa mia te la puoi scordare.
-Ma perché devo avere un fratello permaloso?
-Non ti lamentare. Io ce n'ho uno testa di cazzo.
-Sul serio, dai. Rose mi imbocca e mi lava, mi passa la crema...
-Oh? Vuoi mica raccontarmi anche cosa ti fa al di sotto dell'ombelico?
Ridiamo.
-No, no. Però è brava, eh? E' stato il primo organo che mi si è risvegliato in piena forma.
Lo lascio parlare, tanto non riesce a tenersi se ha voglia di sparare stronzate.
-Il cervello invece ti si sveglierà per ultimo.
-Fammi finire. Mi lascio imboccare da Rose perché mi piace sentirmi viziato e coccolato da lei. Alla fine è un gioco erotico. Però la mamma pensa che ne abbia ancora bisogno. Non posso ferirla dicendole che se se ne andasse ora...
-Ti farebbe felice. E quindi dovrei dirglielo io?
-Ecco sì. Tu sei bravo con le parole.
-Perché mi sento preso per il culo?
Ridiamo di nuovo.
-Va bene. Le parlerò. Potrei dirle che se tornasse in America potrebbe essere utile a Bella. Anthony in fondo nascerà tra un mese.
Sono diventato il rifugio dei peccatori. Ognuno che abbia un problema viene da me e me lo espone. Padre Cullen risolve tutti i guai.
E che cazzo.
I miei invece chi li risolve?
Magari non sono proprio guai, difficoltà, ecco. Piccole incomprensioni.
No, una sola, grande. Bella.
E' nervosa. Va bene, lo capisco.
E' preoccupata. D'accordo, un po' lo sono anch'io.
Dorme male. Mangia poco. Io mangio come un lupo e dormo come un ghiro.
E infatti mi dà spesso dell'animale insensibile. Ma perché?
Non si sente a suo agio con il suo corpo trasformato.
Un corpo che invece io trovo stupendo, meraviglioso, che brilla di luce propria.
Se non temessi di dire una bestemmia orribile, direi che mi pare la Madonna.
Però è innegabile che qualcosa che non va c'è.
Stasera la porto a teatro, so che le piace e così si distrae un po'.
-Ciao, gioia. Come stai stasera?
-Bene, grazie. Mi aiuti con la lampo?
Ha indossato un vestito blu che si stringe appena sotto il seno e poi si adagia morbido fino sotto le ginocchia.
-Sei bellissima- le dico dopo aver tirato la zip e posandole un bacio su una spalla, nuda e profumata.
-Non sei bravo a raccontare balle, Edward.
Balle?
-Perché balle?
-Perché sono un pallone gonfio e blu. E le scarpe mi stringono. Di femminile non ho niente e a te piacciono le femmine, Edward.
-Io palloni non ne vedo. Vedo invece una bellissima donna con un meraviglioso vestito blu premaman, che ti sta d'incanto, tra l'altro. E poi una donna incinta è la cosa più femminile che esista, direi.
-Mi dici questo perché porto in grembo tuo figlio. Mi vuoi per questo. Perché sono la madre di tuo figlio. Ma non ti attraggo più. Di' la verità per una volta.
Okay. Niente teatro, bisogna litigare. Ma perché se a me non va? Non potrebbe mettersi davanti allo specchio e litigare con se stessa?
-Bella, non dire cazzate, per favore.
-Non sono cazzate. Credi che non abbia notato che eviti di entrare in bagno quando faccio la doccia?
Cosa?
-Che la sera mi dai un bacio e poi ti giri dall'altra parte?
Cosa?
-Che quelle poche volte che facciamo l'amore sembri inchiodato al materasso e lasci fare tutto a me?
Che cazzo sta dicendo?
Eh no, cazzo. Tanta fatica e lei ha travisato tutto?
-Benissimo. Vuoi la verità?
Annuisce, gli occhi pieni di lacrime e un labbro lungo che mi fa scappare da ridere, ma non è il momento di ridere.
Ha bisogno di me ed io ci sono. Cazzo se ci sono.
Ci sono dentro fino al collo, Bella.
-Siediti sul letto e ascoltami bene. Apri bene quelle deliziose orecchie.
Prendo fiato.
-Noi abbiamo fatto tutto al contrario. Ci siamo conosciuti facendo sesso, nella maniera più sfrenata, in tutti i modi possibili. L'abbiamo fatto pure arrampicati sui muri, a testa in giù. Era incredibile. Era stupefacente. Era ciò che mi serviva per perdere la cognizione del tempo, della paura, dei ricordi, di me stesso. E mi sono innamorato di te. E d'un tratto ho ritrovato dentro di te tutto quello che ci avevo seppellito: ricordi, tempo, paure, me stesso. Più qualcos'altro: il mio futuro e mio figlio. Sei la custode di tutto ciò che conta per me. Non esiste cosa più preziosa di te su tutta la faccia della terra. E non mi puoi dire che non ti desidero. Stare dentro di te è sempre, oggi come ieri e come domani, la cosa che preferisco al mondo.
Le prendo il viso tra le mani e le accarezzo le guance con i pollici, asciugandole le lacrime e perdendomi in quei laghi scuri che sono i suoi occhi.
-E se evito di muovermi troppo, è solo perché ho una maledetta paura di farvi male.
Perché quello che faccio con te non è più sesso, Bella. Hai idea di cosa proverei se facessi del male a te o al bambino, pur senza volerlo? E non voglio che pensi che sono un animale a cui interessa solo una cosa, anche se è così. In realtà ci penso costantemente. Farei l'amore con te cento volte al giorno.
Le do un bacio lieve e lei sorride, incerta.
-Non entro in bagno perché vedo che cerchi di coprirti, di nasconderti a me. E non so cosa fare per convincerti che invece mi piaci da impazzire, sempre di più. E che se dessi retta all'istinto, mi infilerei dentro di te anche ora. E ovunque. Nella tua bocca, tra le tue gambe, tra le tue natiche. Ovunque Bella. Ma mi sembrerebbe di offenderti, di sporcarti. Hai idea di quante volte vorrei prenderti ancora, e ancora, e ancora? Ma sembri così stanca, e nervosa, e inquieta. Allora mi sembra meglio girarmi di là e cercare di non pensarci. Mi convinco che Anthony prima o poi nascerà e allora...
Mi interrompe e mi bacia. E tira la mia camicia, la strappa, mi strattona, e mi morde, e mi si avvinghia addosso con le sue gambe.
-Il teatro?- riesco a dire.
-Fanculo il teatro. Voglio te. Ti voglio ora. E ti voglio tutto, come un tempo. Dammi ciò che voglio, Edward.
Non ci capisco più un cazzo.
Tra i baci e le carezze ovunque, in un attimo sono nudo e lei lo è anche. Il suo bellissimo vestito blu un mucchietto in un angolo.
-Prendimi senza paura Edward, ti prego. Spingiti dentro di me fin dove riesci. Voglio sentirti, capisci? Sentirti, fino nella pancia, fino nel cuore, fino in gola. Sono io che ho bisogno di annegare la paura, ora. La paura di perderti, di non averti abbastanza, di non essere bella ai tuoi occhi.
La tengo in braccio, le sue gambe intrecciate dietro la mia schiena, le braccia intorno al mio corpo, le mie intorno al suo. La accarezzo dappertutto, ovunque riesco ad arrivare. Le succhio i lobi delle orecchie, le mordo il collo, le lecco le tempie. Il suo odore di donna, il calore del suo corpo, la morbidezza della sua pelle, mi mandano in blackout. E' difficile controllarmi.
La sciolgo dal mio abbraccio e mi sposto un po' indietro sul letto. Lei si gira dandomi la schiena e si mette in ginocchio.
-Quanto sei bella, amore mio. Poggia le tue mani sul letto, così. Allarga un po' le ginocchia, brava. Fammi veder tutto il tuo meraviglioso corpo.
Le accarezzo le natiche, più rotonde di un tempo, più eccitanti di sempre. La tengo per i fianchi e me la struscio contro, in una danza lieve, da destra a sinistra, dal basso verso l'alto. Il mio membro è già pulsante, enorme, fremente. Andare calmo è sempre più difficile.
-Prendimi adesso. Prendimi così.
Cazzo.
La tengo con la sinistra per un fianco, stretta a me, mentre con la destra me lo prendo e lo avvicino al suo ingresso, fradicio e rovente. Lei si spinge indietro con forza e mi inghiotte in un attimo di fuoco, muovendosi in circolo su di me.
E' una posizione stupenda. La sento tutta, le sue natiche contro il mio stomaco, il mio membro avvolto totalmente da lei, le mie mani ad accarezzarle la sua pancia meravigliosa, mentre le lascio baci ovunque sulla schiena e sulle spalle. E poi le mordicchio i fianchi, e la lecco, di piatto, lungo la linea della spina dorsale e il suo sapore leggermente salato è inebriante.
Allora faccio cessare il suo movimento lento e circolare e lo sostituisco con il mio, sussultorio, ritmato, potente. Stacco completamente il cervello e spingo, e riesco solo a pensare che se lei ha bisogno di questo, se io ho bisogno di questo, allora non può esserci nulla di sbagliato.
E' tutto perfetto. E' tutto fantastico. Come quando ci arrotolavamo come serpenti nel suo letto ad acqua.
-Va tutto bene, amore?- riesco a chiederle con l'ultimo residuo di ragione che mi resta.
-Oh, sì. Continua. Di più. Ancora. Lasciati andare, Edward.
E riprendo a spingere, gemendo come un cane, liberando finalmente tutta la voglia e il desiderio che ho di lei, senza trattenermi più. Senza limitarmi. Senza razionalizzarmi. Puro istinto, come un fottuto primate. Finalmente.
Lei si irrigidisce e si contrae intorno a me, inarcando la schiena due volte e respirando forte. E' il segnale dell'imminente arrivo del suo orgasmo, l'attimo perfetto in cui raggiungo il paradiso dei sensi.
Do un'ultima spinta e vengo violentemente dentro di lei, mentre ci contraiamo insieme, più volte, gridando. Due suoni diversi, per intensità e tono.
Basso e profondo il mio, acuto e lungo il suo.
Più tardi siamo sdraiati e abbracciati, di fianco. La luce accesa, una mia mano sulla sua pancia, una sua sul mio viso. Mi guarda e sorride.
-Cosa c'è?- le chiedo.
-I tuoi occhi.
Sorrido di rimando.
-Se non li hai passati a tuo figlio ce l'avrò con te per sempre.
Rido ora. Poi torno serissimo.
-Io preferisco i tuoi. Scuri. Profondi. Non si distingue l'iride dalla pupilla e mi fanno pensare alle cose sconosciute e bellissime del mondo, della vita. All'universo infinito. Al mare profondo. Al domani. Alla notte. Al buio che nasconde qualsiasi cosa in sé. A tutto ciò che ancora nessuno ha scoperto, che nessuno ancora ha visto.
Si commuove e le scende una lacrima.
-Non piangere, tesoro mio.
-Non piango. E' che le donne gravide hanno le lacrime in tasca, non lo sapevi?
La bacio e la stringo un po' di più.
-I tuoi occhi sono stati la prima cosa di te di cui mi sono innamorata. Quando eri in ospedale, sei anni fa ormai... Si vedevano solo quelli. Vedevo solo quelli. Nel viso scarno, nel sorriso assente, sotto a quell'orribile berretto di lana blu che indossavi notte e giorno.
-Non sopportavo la vista del mio cranio lucido.
-Eri così bello. Sei così bello. Sentivo la tua forza, la tua intelligenza. Ti scorreva nelle vene, si diffondeva intorno, come un'aura magica. Mi arrivava sulla pelle come una scossa elettrica e partiva da quei tuoi occhi magnetici.
-Ehi. Descritto così, mi piaccio anch'io. Pure macilento e calvo.
-Sii serio. Volevo vederli sorridere quegli occhi. Avrei fatto qualsiasi cosa per vederli sorridere.
-E ci sei riuscita, no? Guardami ora.
-Ti guardo infatti. E ciò che vedo è la mia ossessione. Voglio quegli occhi su mio figlio.
-E se li avesse neri?
-Ci riprovo con il prossimo. Ne faccio una schiera, finché non ne ho uno con gli occhi verdi di suo padre!
Tiro su la testa e mi guardo l'inguine.
-Dovremo darci da fare, amico. Ci aspettano straordinari su straordinari.
Ridiamo.
Si alza per andare in bagno. Il piccolo preme sulla sua vescica, da qualche giorno più del solito, e la cosa la innervosisce.
-Mi sento una vecchietta incontinente.
Mi stiro tendendo ogni muscolo dalla punta delle dita dei piedi al collo e sentendomi in pace con il mondo intero.
Poi precipito nel panico più totale.
-Edward? Edward, corri!