domenica 3 aprile 2016

CAPITOLO 30



Spiragli di luce
Invece è proprio Emmett il paziente dell'emergenza.
Ce lo dicono intorno alle quattordici di questa domenica che più orribile non si può, mentre fuori infuria un temporale assurdo e le temperature sono scese di una decina di gradi. Come se non bastasse il freddo che sentiamo dentro da ieri.
Emmett ha un versamento emorragico alla milza e al fegato. I medici ci dicono che la situazione è veramente grave. Stanno cercando di risolvere le due emorragie, ma se Emmett non reagisce entro un'ora dovranno asportargli la milza, e nelle sue condizioni...
Cazzo, no.
Emmett non farmi incazzare, per piacere. Sono tre mesi che me ne sto buono buono, sembro uno scout del cazzo. Non bevo più, non fumo, non bestemmio, scopo poco e dolcemente, più virtuoso di così non saprei immaginarmi. E tu vuoi farmi mandare a puttane tutto questo perbenismo?
Perché guarda, io ti avviso, se muori, io qui dentro faccio un casino che devono portarmi via in quattro con la camicia di forza.
Reagisci, cazzo!
Volevi dimostrarmi che puoi star male anche tu?
Va bene, ho capito, lo vedo.
Volevi che capissi che non puoi mai sapere dove cade la prossima tegola del cazzo?
D'accordo, ho capito.
Volevi vedere se mamma e papà si disperavano anche per te?
Guardali un po' e dimmi se non può bastare così.
Volevi che l'algida Rose si commuovesse?
Beh, pensa un po', ti ama.
Io invece ti odio, brutto stronzo. Ti odio perché non vuoi svegliarti e non vuoi reagire.
Sento qualcuno toccarmi un braccio e mi giro, ringhiando quasi.
-Signor Cullen?
-Sì?- rispondo all'infermiera.
-Ci occorre qualcuno che firmi per l'autorizzazione all'intervento...
-E' necessaria, dunque?
Annuisce mesta e comprensiva.
Dico che firmerò, ma che voglio parlare con il chirurgo che lo opererà.
Vengo accompagnato all'interno del reparto, in una saletta attigua a quella dove ieri ho salutato mio fratello.
Mi viene incontro con la mano tesa. Il chirurgo è giovane e sorridente ed ha una presa sicura, salda. E questo mi rasserena un po'.
-Capisco la sua preoccupazione- mi dice.- Ma se non operiamo in fretta, poi potrebbe essere troppo tardi.
-Che rischi ci sono? Con sincerità e parole comprensibili.
-Suo fratello ha un fisico robusto e godeva di buona salute, a quanto sembra. Tuttavia nelle sue condizioni al momento, operare non sarebbe auspicabile. Purtroppo la milza non smette di sanguinare e quindi non abbiamo alcuna scelta.
-Quanto ci vorrà?
-Qualche ora, se non ci sono complicazioni.
Annuisco, ringrazio, firmo ed esco.
Come un fottutissimo robot. Come il maledetto scout che non sono mai stato, bravo, diligente, educato, tranquillo.
Ed ho una voglia pazzesca di distruggere ogni oggetto nei miei paraggi.
Infilo le mani in tasca mentre mi avvio sul terrazzo, da dove guardo dentro: mia madre che abbraccia Rose, mio padre che tiene un braccio intorno alle spalle di entrambe e mi guarda, con gli occhi lucidi.
In tasca trovo la lampada di Aladino e chiamo Bella.
Mi risponde al quinto squillo con la voce assonnata.
-Ciao. Scusa se ti ho svegliata, ma avevo assolutamente bisogno di sentirti.
-Hai fatto benissimo a chiamare. Emmett?
-Lotta tra la vita e la morte.
-Tu come stai?
-Non accetto questa cosa. Non ne voglio sapere, non ci voglio credere, non è possibile. Non è vero.
Sto alzando la voce, ma tanto qui fuori posso disturbare solo la pioggia e lei. Ma lei lascerà che io mi sfoghi, se non vuole sentirmi scoppiare in questo esatto momento.
E infatti tace e mi ascolta.
E io parlo per mezz'ora, raccontando di un fratello troppo buono, troppo forte, troppo sano, troppo ridicolo, troppo in gamba, troppo scemo, troppo tutto.
E di Damocle, delle spade, delle tegole, delle ingiustizie. Degli scout, dei veri buoni. Dei diversamente buoni, gli uomini normali, quelli che s'incazzano quando non possono dominare le circostanze e gli avvenimenti.
Di quelli come me.
-Gli stronzi che vogliono cambiare il mondo. Che pensano di aver capito tutto e non hanno capito un fottutissimo cazzo.
Mi fermo e riprendo fiato. Di lei odo solo il respiro, muto.
-Grazie- dico infine.
-Mi dispiace non poter fare nulla.
-Credimi, stai facendo tanto. Hai rimesso in piedi diverse volte un uomo grande e grosso come niente fosse. Continua a farlo, ti prego.
Le strappo un sorriso che soffia nel telefono. Vorrei catturarlo quel sorriso, per infilarmelo dentro la camicia e scaldarmici.
Quando torno dentro mia madre e Rose parlano quasi serene. Mio padre guarda l'orologio. Mi siedo accanto a lui e seguo il suo esempio, magari mi ipnotizza e cado in trance, addormentato. Macché.
Invece alla fine forse funziona perché mio padre mi sveglia scuotendomi leggermente e intorno a me vedo che è diventato buio.
Rose e mia madre sono andate al bar di sotto un minuto.
L'orologio segna le ventuno.
-Si sa nulla?
-Non ancora.
Un'ora dopo sto bevendo l'ennesimo caffè di ceci avariati quando il giovane chirurgo si affaccia dalla grande porta sorridendoci.
E il mondo riprende a girare.
§§§
Oggi è martedì.
Sono passati tre giorni dall'incidente di Emmett, due e mezzo dal mio arrivo qui.
Stanotte abbiamo dormito tutti in albergo, ce l'hanno imposto i medici della Rianimazione, perché dopo aver donato tutti il nostro sangue per Emmett ieri, ci hanno ordinato di andare a nutrirci decentemente e dormire almeno sei ore filate.
Sembra che il peggio per Emm sia passato.
Ha tre costole rotte, un trauma cranico, un edema polmonare, cateteri di drenaggio ovunque, il fegato ricucito, non ha più la milza ed è in coma. Quadro clinico buono, dicono.
Non ci capisco un cazzo, ma voglio fidarmi.
Mi è sembrato strano donare il mio sangue per lui. Il mio sangue. L'ho sempre pensato manchevole di qualcosa, inutile per un organismo sano.
Certo che cazzate ne ho pensate tante negli anni.
E in questo momento sono nuovamente in ansia. Bella aveva stamattina la visita dal ginecologo e io non riesco a mettermi in contatto con lei. Eppure ieri sera le avevo raccomandato di chiamarmi subito dopo la visita.
Chissà che fine ha fatto.
Ma cazzo, mica chiedevo tanto, no? Una merdosa telefonata.
Provo incessantemente a chiamarla dalle undici di questa mattina ed ora sono le quindici, cazzo!
Quando riesco a sentirla le faccio saltare l'orecchio dalle grida. Non si scorda più di chiamarmi, promesso.
Sto evaporando bile dalle orecchie quando un rumore di passi che proviene dal fondo del corridoio mi attrae.
Un passo lento, un po' affaticato. Scarpe basse, borsa grande. E' una donna. Vestita con una tuta da ginnastica blu. Sembra un po' in carne. No, non è in carne. E' incinta.
Cazzo.
-Bella?- non ci credo.
-Bella?- alzo un po' la voce.
Mi fa un timido cenno di saluto con la mano. E' lei.
Le corro incontro e l'abbraccio.
-Pazza che non sei altro. Che ci fai qui? Stavo dando di matto. Perché non rispondevi al cellulare?
Ride piano.
-Volevo arrivare qui e farti una sorpresa. Riuscita?
-Direi proprio di sì. Ma la tua visita?
-Sono riuscita ad anticiparla a ieri pomeriggio, dopo l'analista. Non ti ho detto niente, ho cambiato il biglietto aereo da stasera a stamattina ed eccomi. Sono stata brava?
-Eccezionale, tesoro. Non sai che bello averti qui. Tutto bene?
-Tutto benissimo. Ti ho portato le foto dell’eco. Il piccolo è già a testa in giù, pronto ad uscire…
La stringo a me mentre camminiamo verso i miei, ancora ignari.
Poi Rose alza lo sguardo e ci vede. Corre incontro a Bella e si abbracciano commosse.
Le guardo mentre stringo mia madre per le spalle e mentre lei guarda la pancia appuntita di Bella che culla mio figlio.
E quello che provo in questo momento è orgoglio allo stato puro, più forte della preoccupazione per mio fratello, più intenso della rabbia che avevo poco fa e che sembra svanita di colpo, più profondo della pena per i miei genitori che hanno lo sguardo perso e spento. Orgoglio.
Sai Emmett? Questo dipendere da qualcun altro per il tuo umore e per la tua gioia, non è debolezza come abbiamo sempre pensato. Questa è forza. Se ci pensi bene non puoi che darmi ragione, come può essere debolezza la tua forza sommata a quella di qualcun altro che ti ama e che sta dando la vita ad un pezzo di te?
Svegliati per piacere ché ti faccio vedere il mio sguardo gonfio d'orgoglio, ti faccio provare com'è sentire i calci di tuo nipote dentro la pancia di sua mamma.
Svegliati, cazzo.
E poi dobbiamo parlare.
Che te ne frega di infilarti in ogni buco freddo e vuoto dell'universo femminile se puoi avere un angolo tutto tuo per nascondertici in santa pace e aniddarci tuo figlio?
Svegliati ché da scoprire c'è ancora tantissimo e non hai visto che la metà di ciò che c'era da notare.
Guardo Bella, anche lei ne ha fatti passi avanti.
Lei che ha sempre detestato essere toccata se non in situazioni intime, sorride paziente mentre ascolta notizie su Emmett e mentre tutti, Rose per prima, poi mia madre e quindi addirittura mio padre, arrossendo un po', le poggiano a turno le mani sulla pancia.
Le strizzo un occhio sorridendole e lei arriccia la bocca in un bacio che è diretto solo a me, poi alza gli occhi al cielo.
-Scusaci Bella se siamo così invadenti, ma si dice che il pancione porti fortuna, e Dio solo sa se qui abbiamo bisogno di fortuna- cerca di scusarsi mia madre.
-Fate pure. A questo terremoto piace essere coccolato. E' già viziatissimo.
L'atmosfera si è alleggerita tantissimo da quando è arrivata lei.
Dalla finestra dietro le nostre spalle intanto entra un timido raggio di sole.
Un'infermiera viene a chiamarci: il chirurgo di Emmett vuole parlare con qualcuno di noi.
Mi guardo intorno ma vedo solo sguardi preoccupati, allora faccio un cenno a mio padre. Vado io.
Il medico mi ripete più o meno le stesse parole di questa mattina.
Il quadro clinico è serio, ma stabile, ed il coma è indotto dai farmaci. Serve alla ripresa del fisico di Emmett che sta reagendo bene. Gli stringo la mano sollevato ed esco a riferire al resto della mia famiglia.
Il peggio è davvero passato.
Più tardi propongo a Bella di accompagnarla in albergo per riposarsi un po', ma lei non vuol saperne.
-Vorrei parlare un po' con Rose, se non ti spiace. Vorresti portare la mia roba tu in albergo, per favore?
Mi sta evidentemente cacciando via, lo capisco.
-Mai mettersi tra due amiche che si confidano- scherzo e mi avvio con i miei verso l'uscita.
Mi ha dato la cartellina con le foto dell'ecografia di ieri e i resoconti della visita e delle ultime analisi.
-Dovrò fare delle punture di ferro, visto che Anthony mi sta mangiando viva- mi ha detto felice.
-E dovrò anche mangiare meno...Sta crescendo troppo. E' già due chili circa e se continua così mi troverò a dover partorire un vitello, anziché un bambino- ha continuato seria.
Nel taxi prima e poi in albergo, con i miei guardiamo le foto e leggiamo le notizie sulle misure del piccolo. Sembra effettivamente più grosso rispetto alle settimane gestazionali, e questo preoccupa un po' anche me. Da un buco grande quanto una pallina da golf dovrà passare un melone.
Se ci penso mi sento male per lei, cazzo.
-Anche tu eri un bambinone alla nascita. Pesavi quasi tre chili ma sei nato con un mese d'anticipo. Se fossi arrivato alle quaranta settimane probabilmente saresti stato davvero un vitello!- esclama mia madre. Poi si rabbuia.
-Emmett invece era più piccolo...E' nato di soli due chili e settecento, e poi ha recuperato dopo. Mangiava come un forsennato e cresceva quasi un etto al giorno nelle prime due settimane.
Le vengono gli occhi lucidi e getta lo sguardo fuori dalla finestra, dove ora il sole illumina con la sua luce bianca un pomeriggio stanco e teso.
Papà l'abbraccia e io faccio lo stesso.
-Andrà tutto bene, mamma. Vedrai, si sveglierà e sarà di nuovo il nostro stupido Emmett- le dico.
Mi dà una carezza e mi ringrazia.
-Mi piace Rose. Spero che abbia la stessa pazienza di Bella...
-Cosa ti fa credere che Bella sia paziente?
-Ha saputo tirarti fuori dal tuo guscio. Senza pazienza e amore non ci sarebbe mai riuscita.
Faccio gli occhi storti.
-Mi dipingi come se fossi stato un orco prima che arrivasse lei.
-Un orco no, Edward. Un orso, introverso e spinoso.
Il “buono sotto copertura”?
Due ore dopo torno in ospedale e sul divanetto del corridoio trovo seduta solo Bella.
La saluto con un bacio e poggio una delle sue mani sulla mia gamba, coprendola con la mia.
-Rose?- chiedo.
-E' da Emmett. L'hanno fatta entrare.
La guardo. E' stanca, ha gli occhi segnati e non sorride.
-Tu stai bene?
-Sì, non preoccuparti. Sono soltanto dispiaciuta per Rose. E' davvero provata, povera cara. Lei così sola, così dolce.
Non le dico che Rose mi sembra tutto, tranne che dolce e povera cara..., non mi metto certo a discutere con Bella di questo.
-Temeva di non avere altre occasioni per dire a tuo fratello che l'ama. Così l'ho spedita a dirglielo adesso. E se lui ora non può sentirla glielo ripeterà quando si sveglierà. Spero solo di non aver fatto male a dirle che sono sicura che a lui interesserà saperlo.
-Hai fatto la cosa giusta. Quando si sveglierà parleranno e si arrangeranno senza bisogno di noi. Ma per ora a lui serve tutto l'affetto che possiamo dargli e a lei tutta la forza per non crollare.
-Grazie.
-E di che?
Mi si stringe addosso e sembra un pulcino tremante.
-Bella, cosa c'è ora?
Possibile che con lei non possa mai stare tranquillo un minuto?
-Ho chiamato mia madre ieri.
Non so che dire.
-Secondo il mio analista è un passaggio obbligato rimettermi in contatto con lei. Elaborare una sorta di comprensione delle sue motivazioni per perdonare lei e conseguentemente me stessa.
-E ora come stai?
Mi guarda triste.
-Mi è sembrato di parlare con una sconosciuta. Con qualcuno che parla una lingua diversa dalla tua e che proprio non comprendi.
Si accarezza la pancia e sorride.
-Ma sapeva tutto. Di te, del bambino, che vado in analisi. Ha continuato a chiedere di me a mio padre a intervalli regolari, anche se io non ne sapevo niente. Era contenta della mia telefonata, ma anche lei sembrava sospesa, in attesa, incerta. Come due sconosciute, te l'ho detto.
La stringo e le bacio i capelli, lasciandola parlare senza interromperla.
-Stanotte sdraiata nel letto, mentre giocavo con le palline che si rincorrevano nella mia pancia, riflettevo. Ed ho capito una cosa importantissima, Edward.
Si tira su e mi prende il viso tra le sue mani.
-Come ho fatto a non pensarci prima? E' così semplice, invece. Se due sono sconosciuti, sono stranieri l'uno all'altro, no? Cioè, io non capisco lei, ma anche lei non capisce me, giusto?
Annuisco. -Ti seguo, va' avanti.
-E' come se pretendessi da un tetraplegico che si alzi dalla sua sedia e cammini. Lui non può farlo, nemmeno se urlo e grido. E' lo stesso per mia madre. Io ho preteso da lei cose che lei non poteva darmi. Lei ci ha amato, a modo suo. Aveva ed ha un amore limitato, e ci ha donato quello. Non posso colpevolizzarla per non averne avuto di più. Era poco amore per me, perché ne avevo una fame insaziabile. Era giusto per lei, perché ci dava ciò che poteva, per capacità, intelligenza e sensibilità. Io non sono sbagliata, lei non è sbagliata. Siamo solo persone diverse, tutto qui. E quindi nessuna colpa, e nessuna offesa. Facile, no?
Sorrido.
Chapeau, Bella. Te lo meriti.
-Sai?- continua -Spero che ad Anthony piaccia averne tanto di affetto, però... perché io me ne sento piena!
Ridiamo.
-Se te ne avanza puoi sempre darlo a me. Non mi darà fastidio, promesso.
-Ne ho in grande quantità. Basta anche a gestire un geloso doc.
-Chi è? Lo conosco?
-Non credo benissimo. Lo vedi solo ogni mattina allo specchio, mentre ti fai la barba.
Rido.
-A proposito di barba...
Eccoci. E' l'ora della verità.
-Hai litigato con il rasoio, recentemente?
-Da quando sono qui, corro tra ospedale e albergo e alla barba non ho più pensato minimamente. Me ne sono reso conto solo oggi, quando sei arrivata. Responso?
-Responso?
-Ti ricordi? Il sogno. Avevo la barba e ti piaceva...
-Il te stesso dei sogni mi conosce bene, direi...
La bacio. Mi passa le mani sul viso, poi le labbra.
-Sì. Mi piace. Moltissimo. E se non fossimo in un ospedale, se non ci fosse viavai continuo di medici e infermieri e non avessi questa prua da nave davanti…ti dimostrerei all’istante quanto mi piace e…quanto la trovi eccitante…
Un attimo dopo esce Rose, raggiante.
-Gliel'ho detto. Ed anche se lui non ha capito, non fa niente. Io mi sento più leggera.
Va tutto bene.
Svegliati Emmett. Ho grandi novità.
E tra le grandi novità c’è anche il mio ottimismo.
Domani andrà meglio ancora.

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