martedì 29 marzo 2016

CAPITOLO 29



La notte più lunga
Poggio la mano con tutta la delicatezza possibile sul tuo cuore. Puoi sentirla?
Controllo che batta, li conto quei battiti.
Pum.
Ogni battito un pensiero. Ogni battito un ricordo.
Pum.
Io ti spingo sull'altalena. Avremo avuto sei anni io e quattro tu.
Pum.
Giochiamo a pallone in giardino, dai nonni.
Pum.
Facciamo a pugni in corridoio, la mamma che ci urla di piantarla.
Pum.
In moto, sullo scooter di un amico, per provare. Prima io, poi tu. Due scemi incapaci di frenare e tante risate.
Pum.
A casa mia, durante lo spettacolo di Bella e Rose.
Pum.
Se muori non ti perdonerò mai. Giuro.
Un'infermiera passa e mi indica il suo orologio.
Annuisco e sorrido. E' più di un'ora che sono qui.
-Vado Emm. Torno domani. Non ti liberi di me. E' inutile che ci provi, fratello.
Tiro su col naso e ti stringo un po' la mano fredda e rilassata.
Tieni duro.
Era quello che dicevi a me, ti ricordi?
I miei non sono ancora arrivati e seduto in corridoio mi sembra di impazzire.
Bevo stanco una brodaglia calda che vorrebbe essere caffè ma sa di ceci ammuffiti, e intanto mando un messaggio a lei.
In questo momento mi manca come mi mancherebbe l'aria se mi trovassi sott'acqua in apnea.
Stai bene almeno tu?
Forse è andata a dormire un po', la notte scorsa non l'ho fatta riposare molto, in verità.
Se dorme un messaggio non la sveglierà, e se invece è sveglia capirà che vorrei tanto stringerla, adesso. Per sentirla addosso, per sentirmi vivo, per le volte che non l'ho fatto, e per tutte le volte che non lo faccio abbastanza.
Il cellulare squilla. E' sveglia.
-Ciao tesoro- mi dice. C'è più luce adesso in questo corridoio buio.
-Ciao.
-Com'è la situazione?
-Stabile. Coma profondo, dicono i medici.
-Si sveglierà. Ha solo bisogno di tempo, sono sicura.
Sorrido. Quando mi chiedeva di prometterle che Thomas sarebbe guarito, io gliel'ho giurato, come se avessi potuto saperlo. Le chiamano bugie pietose. Servono a darti la forza di fare ancora una bracciata quando stai per affogare.
-Grazie- le dico.
-Scusa invece.
-Scusa perchè?
-Dovrei essere lì con te. E non a casa, a contare quanti calci mi dà questa peste.
Rido.
-Hai mangiato?
-No, ho già mangiato troppo a pranzo. E lui come sempre dopo mangiato, diventa allegro e comincia attività ginnico-digestiva! Lui probabilmente digerisce. Io invece non posso né stare seduta né sdraiata o mi viene nausea!
-Egoista come suo padre?
Ridiamo.
-Adorabile come suo padre. Guai a chi dice male di lui. Non lo accetto, anche se è la verità.
-Grazie.
-Perché mi piaci coi tuoi difetti?
-Perché per un attimo ho dimenticato Emmett e i suoi tubi di là.
-Ci contavo.
Sorridiamo e continuiamo a parlare, leggeri ma profondi. Gli argomenti sono neutri, ma le parole che scegliamo sono quelle giuste, quelle che servono. E mi torna la forza per nuotare ancora.
Quando arrivano i miei ho appena riagganciato e posso accoglierli con un sorriso.
Passiamo la notte in corridoio. A turno ci spostiamo fino alla porta della rianimazione e ci appoggiamo la fronte, come se così facendo potessimo entrare in contatto direttamente con Emmett.
All'alba riusciamo a convincere la mamma ad andare a stendersi per un'oretta in albergo e mi offro di accompagnarla, lasciando papà di guardia alle lancette dell'orologio, che non sono mai state più lente delle ultime ore.
Quest'ultimo pensiero lo dico a voce alta, e mia madre sorride.
-Ti sbagli Edward. Sono già state così lente in passato.
Mi guarda.
Ho capito, mamma. Scusa. E' solo per me che è una cosa nuova, per voi non lo è.
-E' sempre così doloroso amare qualcuno?- chiedo. So che ha capito, non serve spiegarmi di più.
Infatti.
-No, Edward. A volte lo è di più. A volte sembra che ti strappino il cuore a morsi.
Non aggiungo altro. Non ce la faccio proprio. Cazzo.
Quando arriviamo in hotel prendiamo due stanze matrimoniali sullo stesso piano.
-Edward vuoi fermarti un minuto, se non hai troppo sonno?
-Certo mamma. Non credo che dormirei comunque. E tra due ore vado a dare il cambio a papà.
-Volevo parlare con te. Spiegarti la faccenda del cuore strappato a morsi.
-Ho capito, mamma. Non serve.
-Sì che serve. Lascia decidere a me.
Mi siedo sospirando. Saranno ore difficili, se alle nuove paure aggiungiamo vecchi dolori.
-Ci vorrebbe un whisky, a questo punto- le dico acido.
Mi guarda come avessi appena bestemmiato.
-Non dirlo neanche per scherzo. Sono così orgogliosa del mio nuovo Edward!
-Nuovo? Il rinnovamento mi costa sempre troppo mamma. D'ora in avanti non datevi più da fare per rinnovarmi mai più, per piacere.
Mi viene vicino e mi abbraccia la testa, stringendosela contro la pancia, poi comincia a parlare, mentre le scende qualche lacrima che asciuga con stizza.
-Vedere tuo fratello incosciente, addormentato, e pensare a quanto è sempre stato vitale, esuberante e positivo, mi addolora. Mi sento come se mi avessero chiuso in una pressa lo stomaco e la gola.
Fa una pausa e mi solleva il mento a guardarla.
-Tuttavia lui in questo momento non soffre, sta dormendo. Il suo corpo cerca di organizzare le energie e le difese per ricostruirsi, per ricrearsi. E' una tregua durante una lunga e difficile guerra. Domani daremo di nuovo battaglia, ma per ora raccogliamo i feriti e riorganizziamo le armi a nostra disposizione.
E' incantata.
Lo sguardo nel vuoto, per un attimo penso che sia tornata indietro nel tempo, a quando insegnava ai suoi bambini. A quando spiegava storia ad Emmett che era un testone idiota. O scienze a me, altro testone idiota.
Invece no.
Sposta lo sguardo su di me e continua.
-Diverso è quando vedi tuo figlio stare male, soffrire. E' allora che ti strappano il cuore a morsi. Quando ha cinque anni e non ti parla nemmeno per non piangere dal male. Quando se ne sta raggomitolato in un angolo del lettino, più bianco del lenzuolo in cui è avvolto. Quando non può sopportare nemmeno che lo sfiori, perché la pelle gli brucia, ma cerca di sorriderti perché teme di offenderti nel respingerti.
Scaccia via un'altra lacrima e asciuga le mie con dolcezza.
Poi mi sorride.
-Non ti dico questo perché tu sappia quanto stavo male quando stavi male, né perché tu pensi che voglio più bene a te che a tuo fratello. Non è così. Te lo dico perché tra poco sarai padre, e questo dolore, questa possibilità di dolore, fa parte del pacchetto, Edward. Perché ti capiterà di essere arrabbiato o furibondo, ma anche addolorato o disperato. Perché un figlio è un regalo chiuso in una scatola con un bel fiocco, dentro non sai cosa c'è di preciso. Ma è l'avventura più bella del mondo, sempre e comunque.
Sorride e di rimando sorrido anch'io.
-Comunque vada, sarà un successo, Edward. Avervi messo al mondo, crescervi, gioire delle vostre conquiste, vedervi diventare uomini, è stata la cosa più bella che io e vostro padre abbiamo fatto. Non c'è mai stato un attimo in cui ho pensato: per patire così, sarebbe stato meglio non fossero nati. Mai. Per un giorno o per tutta la vita, tu ed Emmett siete il mio miracolo.
Ci abbracciamo.
Ho capito, mamma. Ho capito. E' sempre la stessa storia.
Qualcuno non molto tempo fa mi ha detto “E' meglio vivere un'ora che non essere mai nati, ed è meglio essere indimenticabili che dimenticati”.
E' un casino la vita. Ti buttano nell'arena senza guardare se hai armi per difenderti dalle belve feroci, le tue paure e le difficoltà oggettive. In qualche modo tu ti nascondi, dietro un paravento, dietro una roccia, dietro gli altri, ma prima o poi devi venire allo scoperto. E' in quel momento che scopri se puoi farcela.
Ce la posso fare.
Sono quasi in cima, Bella. Ancora un paio di gradini forse. Tu di quanto sei salita?
Devo chiederglielo.
Quando torno in ospedale, trovo tutto invariato. La porta chiusa, il corridoio buio e vuoto, mio padre con l'orologio in mano, le lancette ferme.
-Ciao papà.
-Ciao Ed.
-Novità?
-Nessuna. Ho chiesto ad un'infermiera gentile che voleva offrirmi un plaid. I medici arrivano a controllare tutti intorno alle otto. Poi parlano alle famiglie.
-Perfetto.
Ma perfetto cosa, cretino? Se non sai che cazzo dire, perché non tieni chiusa quella bocca del cazzo?
-La mamma?- mi chiede.
-Dorme un po'. Le ho detto che saresti tornato tu indietro a prenderla, più tardi.
-Bene.
Mi guardo le mani. Lui guarda sempre le lancette.
Il silenzio è talmente assordante che rischio di mettermi a gridare dal fastidio.
-Ho parlato con la mamma- dico per rompere il ghiaccio.
-Mh.
-Dice che anche se ti fa stare da bestia, un figlio vale sempre la pena.
-E' così.
-Guardavi per ore l'orologio anche quando ero io in ospedale?
Ridacchia teso.
-Sì. E per la cronaca lo guardavo anche quando non tanto tempo fa volevi ammazzarti con l'alcool, Edward.
Colpito e affondato.
Ci abbracciamo.
-Che ne dici, proviamo ad avvelenarci con il caffè della macchinetta distributrice?
-Ma sì, magari riesce a coprire il sapore di topo morto che ho in bocca.
Mi avvio lungo il corridoio e mentre cammino mi guardo la punta delle scarpe, pensando a come stavo in questo stesso momento ventiquattro ore fa.
Cazzo.
Ci sono momenti che passano inesorabili, tutti uguali, talmente uguali che ti sembra si tratti sempre dello stesso attimo reiterato all'infinito. Poi di colpo succede qualcosa che cambia tutto lo scenario, all'improvviso, e niente sarà mai più come prima.
Emmett, cosa fai adesso?
Sogni?
Pensi?
Ripercorri a ritroso la tua vita?
O semplicemente dormi?
Quando si sveglia glielo chiedo. Lo voglio sapere.
Ti devi svegliare, Emm. Perché io ho tante domande da farti, hai capito?
Prendo il bicchierino con la ciofeca e lo bevo d'un fiato, amaro. Tanto farebbe schifo lo stesso.
Rimetto le monete e aspetto il secondo bicchierino per mio padre, quando qualcuno si ferma accanto a me.
-Ciao Edward- dice una voce nota.
Mi giro appena e la guardo.
-Ciao Rose.
Ha gli occhi segnati e neanche l'ombra della solita baldanza e dell'esasperante sarcasmo.
-Come sta?- chiede con un filo di voce.
-E' là. Dorme. Nessuno ci ha ancora detto niente.
Non ho voglia di parlare, ma di colpo la vedo diversa, non mi sento più giudicato da lei.
-Vuoi uno pseudocaffè?
-Ma sì, grazie. Tanto potrei bere acqua salata e avrebbe lo stesso sapore.
-Hai ragione, fa schifo, ma qualcosa di caldo giù per la gola in certi casi ha effetto benefico.
Non risponde, ma mi posa una mano sul braccio che le porge il caffè.
-Possiamo essere amici, Edward?
-Certo.
Mi sorride. E' bella, quando non recita la parte dell'arpia odiosa.
Le dico che di là c'è mio padre e che più tardi potremo parlare con i medici. Sembra rasserenarsi un po'.
-Bella come sta?
-Bene. L'ho sentita qualche ora fa.
-E' diversa ultimamente.
La guardo mentre raccolgo il terzo bicchiere di plastica e la palettina per lo zucchero, poi inizio ad avviarmi.
Mi segue e riprende a parlare.
-E sei diverso anche tu.
-Non so se lo vedi un cambiamento positivo, ma per noi lo è. Siamo cresciuti, come persone e come coppia.
-Sono felice, per lei e per voi. Davvero.
Fa una pausa e la voce le si incrina.
-Mi dispiace per Emmett. Spero che...
-Lo speriamo tutti, Rose.
Vorrei prenderla per le spalle e scuoterla. Non capisco cosa le passa per la testa. E' solo sconvolta per l'incidente? Prova qualcosa per mio fratello? Ne è consapevole?
Arriviamo da mio padre e li presento.
-Papà questa è Rose, l'amica di Emmett.
-Rose, mio padre.
Si baciano e si abbracciano.
Mi siedo più in là e li lascio liberi di chiacchierare. Lei cicala con la sua voce squillante “Emmett di qua ed Emmett di là” e lui l'ascolta. A me sembra in preda a una crisi isterica.
Sento montarmi un'ira pericolosa e mi alzo.
-Vado a prendere la mamma- dico.
Che cazzo m'è preso con Rose?
Si scopa mio fratello. E allora?
Si allietano reciprocamente l'esistenza, o almeno se l'allietavano. Senza preoccupazioni, né tormenti interiori. Meglio di come facevamo all'inizio io e Bella, visto che noi tormenti ne avevamo eccome.
Quando ti svegli, Emm, io e te dobbiamo fare un discorso.
Mi hai rotto le palle con il tuo edonismo. Oltre al divertimento nella vita deve esserci di più, altrimenti mi spieghi come fai ad avere rispetto e stima di te stesso?
Questa donna è una palla di piombo incatenata al tuo piede, ti impedisce di elevarti. E' un'ancora. Scioglila. Levatela di torno.
Mia madre mi accoglie con un sorriso timoroso, addolorato.
-E' successo qualcosa?
-No, tranquilla. Però verso le nove si potrà parlare con i medici.
-Un attimo e sono pronta.
-E' arrivata Rose- aggiungo.
-L'amica di Emmett?
-Già.
-Credi che siano fidanzati?
Rido appena.
-Scopano, mamma, senza tanti problemi.
Mi guarda severa.
-Scusa. Intendevo dire che stanno bene insieme ma non vogliono problemi.
-Ho capito. Allora si amano.
Lei ha un modo tutto suo di giudicare le cose.
Torniamo in ospedale appena in tempo per notare grande agitazione oltre la porta della rianimazione e gli sguardi persi di mio padre e di Rose.
Tutte le visite e i colloqui sono stati sospesi per un’emergenza in reparto. Ci guardiamo sconvolti, disperati.
-Non c’è soltanto Emmett lì dentro- dico, ma in bocca non ho più saliva e le mani mi sudano e tremano.
Mia madre piange sommessa tra le braccia di mio padre che le accarezza la testa e le sussurra qualcosa. Io mi ritrovo Rose attaccata addosso, che mi guarda con gli occhi pieni di dolore e panico. Sta recitando una frase che sembra una litania.
-Non gliel’ho detto. Non gliel’ho detto. Non gliel’ho detto.
-Cosa non gli hai detto, Rose?
Scuote la testa, e piange silenziosa.
-Volevo dirglielo, tante volte. Ma lui sembrava così allegro. Credevo di rovinare tutto e non gliel’ho detto. Perché non gliel’ho detto?
-Cosa, Rose? Dillo a me.
-Che lo amo, Edward- e piange più forte.
La stringo e non la detesto più. Anzi le voglio bene, di colpo, come se un fulmine m’avesse colpito.
Benvenuta tra i vivi Rose.
-Sshh. Andrà tutto bene, vedrai. Glielo dirai quando si sveglia, d’accordo?
Annuisce con la testa e tira su forte col naso, sembra una bambina.
Povera Rose.
Ma questa notte del cazzo quando finisce? Quando si fa giorno pieno?

CAPITOLO 28



Cade la pioggia
La mattina dopo stiamo ancora crogiolandoci sotto le coperte, beati e tranquilli, nonostante siano già le dieci passate.
-Quando vorresti sposarti?
-Non saprei. Tra due mesi nascerà Anthony. Potremmo aspettare lui, che ne pensi?
-Quello che vuoi tu, per me va bene. L'unico desiderio che ho è scegliere una data in base agli impegni di Emmett. Mi piacerebbe potesse essere presente.
-Certo. Anche a me fa piacere che ci sia tuo fratello.
Sorrido.
-Cosa pensi?- mi chiede passandomi più volte la mano sul petto, con il dorso in una direzione e con il palmo nell'altra.
-Alla faccia di mia madre quando diremo che ci sposiamo.
-Lo sa già.
-Scusa?
Ride. -Lo sa già.
-Te l'ha detto lei?
-Ieri sera mentre parlavi con tuo padre della vostra squadra del cuore... Lei mi ha chiesto come stava l'uragano Anthony.
-Mi manca qualche passaggio.
-Solo due. Ho risposto che il piccolo Cullen cresce a vista d'occhio. Quindi lei ha dedotto immediatamente che ci sposavamo, visto che l'avevo chiamato Cullen.
-E tu?- mi sto ammazzando dal ridere. Cioè, io mi sono fatto la solita sega per tutto il giorno ieri, e queste due streghe in tre parole mi hanno fatto pelo, contropelo e basette?
-Che pensavo di sì ma tu non me lo avevi ancora chiesto.
-E lei?
-S'è messa a ridere. “Se fa come suo padre dovrai chiederglielo tu”, ha sentenziato.
-Vieni qua, malefica arpia di una quasi moglie!
Mi alzo in piedi vendicativo, poi la trascino sul bordo del letto per i piedi mentre lei scalcia e si dimena, la prendo in braccio e la trasporto in bagno.
-Ora ti lavo. Tutta. Corpo e anima. Te lo meriti.
Riempio la vasca di acqua calda e bagnoschiuma fino all'orlo, mentre la tengo seduta sul bordo con una gamba incastrata tra le mie, perché non scappi via.
-Entra pulcina nera, è l'ora del bagnetto.
Ride e immerge un piede per controllare la temperatura, poi scivola dentro.
-Vieni a lavarmi tu.
Non me lo faccio ripetere ed entro con lei, azionando l'idromassaggio.
Allunga le gambe infilandole tra le mie, poi si appoggia con le spalle e la testa al bordo della vasca, i capelli sparsi intorno e le braccia abbandonate nell'acqua.
Inizio a massaggiarle un piede, poi risalgo con le mani lungo la caviglia e il polpaccio. Le sollevo l'altra gamba e faccio lo stesso.
-Che delizia. Potrei passare la vita in questa vasca, se non temessi di vedermi spuntare le branchie.
Non rispondo. Le piego un ginocchio e comincio a massaggiarle una coscia, prima l'esterno, poi l'interno.
Passo all'altra coscia e quando ho finito la sollevo leggermente dal bacino, passandole sotto le mie gambe leggermente piegate. Le faccio appoggiare il sedere sulle mie ginocchia, così che resti esposta per me, appena sotto il pelo dell'acqua.
Ed inizio a massaggiarla lì dove è maggiormente sensibile. Solleva di scatto la testa e apre gli occhi per guardare cosa faccio, mentre io sorrido.
-Tranquilla, rilassati.
-Oh, sì...
Accarezzo le labbra esterne, con i pollici, e arrivo fino al pube, che sfioro con le altre dita, continuando a massaggiare. La sua pelle è morbidissima e soffice al tatto, come fosse panna e mi sto violentando per resistere dall'affondare i denti in quella neve calda.
Sposto appena le labbra con gli indici ed infilo i pollici ad accarezzare i boccioli sottostanti, rosa, ancora più morbidi, setosi e caldi.
-Sei bella da morire...
Si solleva sui gomiti e mi sorride.
-Vieni Edward, vieni da me. Non posso più aspettare.
Sposto le gambe di lato e la faccio scendere, lentamente, nell'acqua, fino ad incontrare il mio faro pulsante e ad inglobarlo completamente in lei. E' il solito dolcissimo piacere. Lascio che sia lei a muoversi come preferisce, che detti il ritmo, l'intensità, che stabilisca le pause, che freni ed acceleri secondo il suo sentire.
Per me va bene in qualsiasi modo, purché sia lei.
Infatti si solleva dal bordo e si siede su di me.
Adoro sentire la sua carne avvolgermi, adoro le sue mani che accarezzano i miei testicoli, adoro la sua lingua che mi succhia e penetra l'orecchio, la sua bocca che morde tutto il contorno della mia mandibola. Ogni gesto, anche il più normale, fatto da lei viene ampliato ed amplificato. Risuono tutto, come un campanile di bronzo a mezzogiorno.
E quando mi piega la testa e mi guida sui suoi meravigliosi seni rotondi, mi bastano due lappate a quei suoi capezzoli scuri per sentirla venire intorno a me, con le gambe strette intorno alla mia vita e le braccia intorno al mio collo. E stretto così, perso in lei che mi avvolge tutto, vengo in un attimo, spingendomi contro il suo bacino e stringendola ancora di più a me.
E questo fondersi insieme non era già più sesso, ma non è neanche più amore.
E' il respiro di lei nel mio. E' il battito del mio cuore in lei. E' vita.
§§§
Usciamo a pranzare sul lungomare, in un piccolo ristorante dove cucinano il pesce magicamente. E più tardi corono un sogno vecchio di secoli.
Passeggio con lei tra i pontili del porto, tenendola per le spalle, commentando le barche ancorate e gustando un cono gelato.
Io, un uomo qualunque, abbracciato alla sua donna, felice di vivere e di avere progetti da realizzare.
Il suono del cellulare di Bella ci fa sussultare.
Come cazzo si fa a scassare le palle in un momento così?
-E' Rose- mi dice, guardando il display. Poi risponde.
-Ciao stella! Come stai?
-Cosa stai dicendo?
-Non ti sento bene. Calmati e ricomincia.
Che succede?
Mentre cerco di capire, squilla anche il mio cellulare.
Lo estraggo dalla tasca decisamente irritato. Dopo lo spengo. E' mio padre.
-Edward, è successa una cosa terribile.
-Gli Orioles hanno perso?- ma ho un brivido che mi percorre la schiena.
-Non fare lo scemo. Hanno chiamato da Montecarlo.
-...
-Tuo fratello.
-Papà, ti prego. Emmett cosa?- Cristo, sto impazzendo!
-Ha avuto un incidente.
-Un incidente in pista?- Cazzo, no.
-Sì. La macchina del suo team rientrava ai box, dopo le prime prove, stamattina.
Ha sbandato. Il pilota ha perso il controllo, non si sa ancora bene la dinamica e...
-Ma che me ne frega della dinamica. Lui come sta?
-L'ha preso in pieno. E' volato per quattro metri e poi è ricaduto a terra. E' in coma.
-Non è possibile, papà.
-Non riusciamo a crederci neanche noi.
-La mamma?
-Piange e basta. Vuole andare da lui. Cerco il primo volo per Montecarlo. Tu cosa fai?
-E me lo chiedi? Ne cerco uno anch'io e arrivo.
-Andiamo separatamente. Sarà più facile trovare posto.
-Certo papà. Bacia la mamma. E... papà?
-Dimmi.
-Se avete notizie, di qualunque tipo, chiamatemi.
-Certo Edward.
Chiudo la comunicazione inebetito.
Bella si è seduta su una colonnina per l'acqua dolce, con il telefono chiuso, in mano.
Mi fissa e so che anche lei sa.
-Vieni qui, ti prego- mi dice.
Mi siedo in terra accanto a lei, senza dire una parola, e poi le abbraccio le gambe, affondando il viso nel suo grembo morbido.
Quando sento le sue mani accarezzarmi la schiena e i capelli, mi lascio andare.
E piango.
-Mi dispiace, amore mio. Mi dispiace. Mi dispiace tanto- dice.
Restiamo così a lungo. Non riesco a pensare di fare nient'altro.
Emmett. La mia roccia.
Mai un raffreddore.
L'immagine della salute e della forza.
Da ragazzino mi faceva invidia perfino. Sempre in forma, sempre allegro, sempre sano.
Cazzo. Emmett no.
Io ho sempre camminato sul bordo del baratro, attento a non guardare giù, con la paura di tutto. Con l'ansia di vivere e il desiderio di invecchiare come lui.
Lui neanche ha mai guardato dove metteva i piedi. Sicuro, tranquillo, spassoso, estroverso.
Io, eterno incazzato, introverso, chiuso, ma seguito, coccolato, protetto. Lui un soprammobile. Dove lo mettevi stava. Mai un problema, mai un dubbio, mai una paura.
Cazzo. Emmett no.
E mia madre? Tutta una vita passata a preoccuparsi di un figlio, ed ora anche dell'altro?
Chissà come sta, poveretta.
Devo tirarmi su e cercare un volo, subito.
-Bella...
-Certo. Devi andare da lui. Verrei anche io, ma martedì mattina ho il controllo dal ginecologo. Ti raggiungo appena riesco, va bene?
-No, tu devi stare tranquilla. Adesso un viaggio così, trovarti in un ospedale, lascia stare.
-Non se ne parla, Edward. Tu ora devi andare, il tuo posto è accanto ai tuoi, vicino a tuo fratello. Io appena posso ti raggiungo. Il mio posto è accanto a te.
Mi abbraccia, mi stringe. Mi bacia lieve.
-Ce la farà. Non disperarti. I Cullen sono dei duri, no?
Annuisco e cerco di sorridere, ma mi esce solo una smorfia.
-Cosa ti ha detto Rose?
-E' distrutta poveretta, anche lei. Se lo è visto volare davanti agli occhi. E' sotto choc, credo. Mi diceva frasi spezzate, piangeva. Ha bisogno anche lei che qualcuno la raggiunga.
-I miei partono appena possono.
-Bene.
Rientriamo a casa in fretta e nelle ore seguenti lei cerca un volo per martedì sera, o mercoledì mattina, poi mi aiuta preparare la valigia. Io cerco e trovo un posto per questa sera. Arriverò intorno alle ventidue. Perfetto.
Perfetto un cazzo.
La guardo mentre si cambia e raccoglie la sua roba sparsa in giro. La scannerizzo. Vorrei poterla mangiare, lei e nostro figlio. Per nascondermeli dentro e non rischiare di perderli. Per potermeli portare dietro, al sicuro.
Sorrido ricordando quando mio padre rimproverava me e mio fratello perchè uscivamo di sera e non “poteva chiudere la porta a chiave”. Noi non capivamo e sghignazzavamo, di lui e delle sue manie.
Invece avevi ragione papà.
Bellissima la sensazione di chiudere la porta, tu e i tuoi affetti dentro al sicuro, il mondo cattivo fuori. E quante volte invece non puoi farlo? Quante volte devi strapparti il cuore dal petto e lasciarlo in consegna a chi ami e andartene affanculo?
E' così che mi sento oggi.
Un pezzo di cuore qui a casa con Bella e mio figlio.
Un altro pezzo è già volato a Montecarlo ed ora è con Emmett.
Io invece sono fuori, a preoccuparmi, a camminare, a vivere, come se niente fosse.
Ciao, Damocle. La tua spada è scesa sulla testa di tuo fratello.
Ci avevi pensato?
Ci hai mai pensato che poteva capitare a qualcun altro e non solo e sempre a te? No.
Povero cretino.
E credevi che la paura più grande fosse quella? Che la spada ti cadesse di nuovo sulla testa?
Ed ora come ti senti?
Peggio, cazzo. Fa più male ancora.
Quando stavo male avevo la rabbia ad aiutarmi, a stimolarmi. Ora come amica ho la disperazione.
Cazzo. E tutti voi stavate così male per me e non me lo avete detto?
E io credevo che fosse solo dispiacere...
Non è solo dispiacere questa cosa che ti mozza il respiro. Che ti cancella pensieri e idee e te li sostituisce con un unico altro. Che ti spinge a camminare perchè se stai fermo impazzisci.
La mamma prendeva dei tranquillanti per dormire.
Me ne vergogno ora, ma pensavo che fosse solo un modo per farsi coccolare da papà.
Damocle vedeva solo se stesso. E, incredibile a dirsi, più dimagriva e stava male, più si vedeva. Più gli altri si preoccupavano, più lui si posizionava al centro del mondo.
Sempre più al centro.
Un applauso a Damocle. La più grande testa di cazzo egoista del pianeta.
Il volo è in perfetto orario. Decollo in perfetto orario.
Un volo piacevole. Nessuna turbolenza, cibo decente, tè in quantità, giornali, un film abbastanza recente da vedere.
Perfetto.
Atterro a Nizza in perfetto orario.
Tutto perfetto.
Perfetto un paio di cazzi.
Trovo un taxi e mi scapicollo direttamente in ospedale.
E arrivo prima dei miei. Il loro volo fa uno scalo in più e così arriveranno tra un'ora circa.
Davanti all'ingresso reporter e fotografi. E polizia che cerca di tenere lontani i curiosi.
Ci sono stati diversi feriti, non solo Emmett.
Devo dare le mie generalità e faccio fatica a farmi capire perchè parlo piano, per non far capire anche ai giornalisti chi sono e per chi sono lì.
Potrei dimenticare che da più di due mesi non permetto alla mia collera di prendere il sopravvento.
Finalmente mi lasciano entrare e oltrepasso la grande porta girevole dell'ospedale Princess Grace.
Mi guardo intorno e riconosco odori e colori.
Gli ospedali sono tutti uguali. Colori chiari, pulizia esagerata, facce serie, infermieri efficienti, odore di disinfettante.
Mi viene nausea. E ansia.
Ansia in crescendo, che parte dal fondo dello stomaco e poi invade tutto, mi riempie i polmoni, mi chiude la gola e toglie forza alle braccia.
No, cazzo. Un attacco di panico adesso, no. Per due buoni motivi: devo arrivare da Emmett lucido. Lui ha bisogno di una voce amica. Qualcuno che lo chiami, che lo tenga ancorato a questo sporco mondo. Perchè lui vuole diventare vecchio. E vuole farsi piacere le donne fino a novant'anni. E vuole venire a giocare con suo nipote.
E io voglio mio fratello. Io voglio mio fratello.
E poi non ho con me le mie gocce di Lexotan-Bella. Quindi non posso svenire.
Mi concentro. Respiro. Conto e respiro.
Il panico mi lascia, scivola piano in su dalle dita, torna indietro dalle braccia, mi libera la gola, mi lascia i polmoni, mi scioglie lo stomaco dalla sua morsa e mi restituisce lucidità.
Panico di merda.
All'ingresso chiedo di Emmett Cullen e la signorina mi indica l'ascensore. Secondo piano.
Un corridoio lunghissimo, un ascensore dotato di specchi e moquette. Anche l'ospedale è di lusso qui.
Infine sono davanti alla grande porta della rianimazione.
Di nuovo lascio le mie generalità. Spengo il cellulare. Indosso il camice, le ghette, la cuffia e la mascherina. Poi vengo accompagnato davanti al vetro della cameretta dove è Emmett.
Bianco.
Immobile.
Intubato.
Fasciato dal collo ad un posto imprecisato più in basso, sotto il lenzuolo bianco che lo copre.
Le labbra riarse.
Il naso escoriato.
Cateteri da ogni lato del suo corpo.
Macchinari che controllano le sue funzioni vitali.
Spingo la porta ed entro.
-Solo cinque minuti- mi hanno detto.
Cazzo, Emmett.
E tu non venivi a trovarmi quando io ero ridotto quasi così, perché i macchinari ti spaventavano...
Mi mandavi messaggi tramite la mamma, ricordi?
-Di' a quel cretino di esercitarsi con la play, perché quando torna lo sfido.
-Di' a quello scemo che la sua è una squadra di segaioli.
-Ricordagli di fare qualche peso perché quando torna lo attacco al soffitto con una mano sola.
Mi facevi ridere.
Grande fratello.
Ora non farmi scherzi, brutto stronzo.
Perché altrimenti ti attacco io al soffitto.
-Hai capito, brutto scemo?
Piango. Ti tengo la mano e piango.
E penso a quante volte l'avrai fatto tu per me.

CAPITOLO 27



Mare calmo
E' l'alba, vedo la luce filtrare attraverso le imposte.
Lei dorme ancora, il suo respiro leggero riempie il silenzio della stanza.
Le mie mani intrecciate alle sue sulla sua pancia, vanno su è giù al ritmo impresso dai suoi polmoni.
Un respiro irregolare, come una breve onda, le attraversa la parte alta della pancia, al confine con lo stomaco. Forse si sta svegliando.
Un'altra onda le procura una piccola protuberanza sulla parte sinistra, in alto, appena sotto la mia mano.
Di colpo capisco.
Non è un respiro.
Non è lei.
Sei tu.
Ciao piccolo.
Come va là dentro? Sei comodo?
Mi risponde un'altra lieve onda, più in basso, proprio sotto la mia mano.
L'accarezzo più leggermente che posso, per non svegliarla.
Questo momento è mio e non voglio dividerlo con nessuno, nemmeno con lei.
Ciao piccolo.
Continuo a sentire onde lievi, passano leggere e si fermano, poi continuano, a volte tornano indietro. Irregolari, infrequenti, le attraversano la pancia da destra a sinistra.
Poi un colpetto dal basso verso l'altro. Forse un piedino?
Picchietto col mio dito la bugnetta che si forma.
Piano, piccolo.
Non svegliare la mamma.
Gioca con me.
Va avanti così per un po', sembra davvero che stia giocando con la mia mano. Io la poggio premendo leggermente sulla protuberanza e lui la sposta un po', sposto la mia mano, premo e si sposta ancora.
E' qualcosa di magico, stupendo. Mi commuovo fin dentro lo stomaco. Sento una sensazione che somiglia alla vertigine, all'eccitazione. Cos'è? Mai sentita prima.
E volevo privarmi di una cosa così, per quale motivo?
Non me lo ricordo più.
Rido.
Lei si sveglia.
-Buongiorno- dico allegro.
-Così felice di andare via?
-No-le stampo un bacio sulla bocca.-Non dire sciocchezze di primo mattino. Iniziano male la giornata.
Mi guarda storta, sollevando un sopracciglio.
-Giocavo con nostro figlio- le spiego.
-Uh? Si muoveva?
-Sì. Vedevo palline passarti sotto la pelle. Forse un pugnetto, forse un piedino. Le inseguivo con la mano. Bellissimo.
Sorride, intenerita.
Mi bacia lieve e si alza per andare in bagno.
Siamo sempre in albergo da lei. Ormai la sua permanenza a Boston è quasi finita, finalmente tornerà a casa, la settimana prossima.
Io vengo da lei ogni venerdì sera. E riparto il lunedì mattina, prestissimo.
E' faticoso, ma non me ne accorgo.
In realtà mi viene molto più faticoso farmi passare le serate dal lunedì al giovedì, da solo, in casa mia, con la compagnia aberrante della televisione, una lattina di coca o aranciata e la mia mano destra.
Roba da tagliarsi le vene coi denti.
Quando esce dal bagno, vado io. Una doccia, colazione insieme e poi taxi, aeroporto, volo, ufficio.
Ogni lunedì così, da tre settimane.
Mi piace. Che sono strano e diverso dal resto della popolazione americana maschile, l'ho sempre saputo.
Mentre sono sotto la doccia sento Bella parlare al telefono. Strano così presto, sarà Rose.
In settimana parte per Montecarlo, va da Emmett. Da giovedì il circo del Gran Premio invaderà le strade monegasche. Giorni febbrili di confusione, stampa, prezzi alle stelle, alberghi assaliti da tifosi e paparazzi. Piloti, starlette più o meno note e curiosi di ogni tipo.
Certi spettacoli rendono l'aria irrespirabile, a parer mio. Sono eventi che macinano soldi come acqua che scorra da una fonte eterna. Una quantità tale che basterebbe a sfamare per due anni tutta la popolazione indiana che soffre. O quella dell'Africa.
E' un mondo che non capisco.
Emmett mi ha sempre preso in giro per questo.
-Io vivo di questo, Ed. E mi piace. Guadagno di più così che se mi facessi il doppio del culo in un'azienda qualunque. Il circo, come lo chiami tu, serve ad attirare la notorietà che fa da contorno e procura sponsor e altri soldi.
-Tutta apparenza e nessuna sostanza. Non lo sopporto.
-Mica tutta. Ti assicuro ad esempio che la figa che gira attorno ai nostri paddock è vera e di prima qualità.
Rido.
Le donne sono sempre piaciute da matti a tutti e due. Chissà da chi abbiamo preso questa caratteristica. Nostro padre sembra così tranquillo, così pacato e posato. Che io sappia è sempre stato fedelissimo a nostra madre.
-La mamma era una cheerleader al college. Chissà, magari lei era più estroversa di papà. Che male ci sarebbe stato? Poi si è innamorata di papà e ha messo la testa a posto. Come certa gente che ha conosciuto un felino dal pelo nero...
-Altra gente invece non va sempre in giro con un altro tipo di felino, vero?
-Chi io? Con Rose ci divertiamo. Stiamo bene così. Niente di più. Non spargo semi in giro, io.
-E non sai che ti perdi, scemo.
-Può darsi. Ma non ho voglia di appendere il cappello, ancora. Sono giovane e mi piace pensare che posso ancora fare mille cose prima di...crescere.
-Un giorno avrai i capelli bianchi, la figa non ti tirerà più e ti accorgerai che hai il vuoto intorno.
-A parte che sono sicuro che certe cose mi tireranno fino a novant'anni, comunque se mi sentirò solo andrò a casa di mio fratello a giocare con la sua squadra di ragazzini urlanti e mangerò le prelibatezze cucinate da mia cognata.
-Rompicoglioni da piccolo, rompicoglioni da vecchio.
Ridiamo. E’ un rompicoglioni ma gli voglio bene, e lui ne vuole a me. E’ la mia roccia salda.
Da piccoli mi difendeva sempre. Io sono sempre stato magro e gracilino. Lui, più piccolo di me per età, ma non per stazza, ha sempre goduto di ottima salute ed ha sempre avuto innata predisposizione per menare le mani.
Io combatto di lingua, lui a suon di pugni. A ciascuno i suoi talenti.
§§§
E' il primo venerdì da non so più quanto tempo in cui non mi reco in aeroporto per partire. Oggi vado a prendere lei. Lei che finalmente torna a casa.
Stasera siamo a cena dai miei. Non ho proprio potuto evitarlo.
Avrei preferito invece portarla fuori a cena e parlarle di un certo progettino che mi frulla in testa da un po'.
Allo scopo ho anche fatto un acquisto. Quando lo saprà Emmett mi prenderà per il culo per il resto dei miei giorni. Sfigato lui. Non ha capito un cazzo di cosa conta davvero nella vita.
La spinta definitiva me l'ha data mio padre, in verità.
Qualche sera fa, mentre ero a cena da loro.
-Anthony Cullen, suona bene.
-In verità non ne abbiamo ancora parlato.
-Cioè vuoi dire che avete deciso il nome ma non se gli darai il tuo cognome?
-Già.
-E che aspetti Edward? Vuoi che in ospedale alla nascita dia il suo cognome al piccolo?
-Conterei di esserci e di seguire io le pratiche anagrafiche.
-Potresti arrivare tardi. E lei averlo già segnato mediante l'ostetrica. Tu sei nato prima del termine e io ero via per lavoro, ad esempio.
-E la mamma mi ha dato il suo cognome?
-Certo che no. Eravamo d'accordo. E poi eravamo sposati. Ma voi...
-Vedrò di prendere accordi col piccolo chè non nasca prima del dovuto.
Lui alza gli occhi al cielo.
-Non cambi mai. Vuoi sempre l'ultima parola.
-L'avrò anche con lei. E con mio figlio.
Ma bisogna che le parli. E non sono più disposto a rimandare. Però è una cosa da dire di persona. E mentre siamo soli.
Quindi magari dopo cena farò la mia mossa. E che Dio me la mandi buona.
Sono nervoso.
Sono nervoso mentre mi abbraccia in aeroporto e aspettiamo insieme tutti i suoi bagagli.
Sono nervoso mentre in macchina andiamo dai miei.
Sono nervoso anche adesso, mentre ceniamo.
Lei invece sembra tranquilla, ma lo so che immagina che qualcosa bolle in pentola.
In aeroporto e poi in macchina mi ha chiesto un paio di volte se andava tutto bene.
Ho sempre annuito distratto.
La vedo scambiarsi sguardi preoccupati con mia madre.
Che palle. Staranno pensando chissà che.
Sono sempre più nervoso.
Mi alzo per andare in bagno e quando esco davanti alla porta c'è lei, braccia sui fianchi, faccia dura.
Mi spinge con l'indice teso indietro e poi chiude la porta del bagno appoggiandocisi contro.
-Ora mi dici cos'hai, Edward Cullen.
-Niente.
Cerco di sorridere.
-Non negare. Ti conosco.
Sospira.
-Hai avuto qualche controllo oggi?
Cosa? Pensa che sia teso per la mia salute? Si preoccupa che qualcosa non vada e che io non voglia parlargliene?
Che cretino. Non avevo previsto che sarebbe stata in ansia per me. La solita storia.
Non sarò mai trattato come uno qualunque. Sarò sempre l'ex-malato di cancro, ecc.ecc.
Chissene frega. Io non sono uno qualunque. Io sono io. Annessi e connessi. E lei ama me. Annessi e connessi.
-Scusami. No, nessun controllo. Tutto normale, davvero. Ho solo avuto una giornata di tensione e superlavoro. Te ne parlerò a casa, da soli. D'accordo?
Annuisce, ma la vedo che non è del tutto convinta.
Dopo cena, mentre in macchina torniamo a casa, torna all'attacco.
-Ora siamo soli. Mi dici che è successo?
Mi viene da ridere. E' peggio di un martello. Ma fare a braccio di ferro dialettico con lei, mi scarica del nervosismo. Che poi, nervosismo di che?
Al massimo mi dice di no.
Appunto.
Decido di fare un largo giro. Nel frattempo forse riesco ad arrivare a casa dove l'atmosfera è migliore. E c'è cosa devo darle.
-Si tratta di Anthony.
-Anthony cosa?
-Anthony. Dovrebbe avere una cameretta, quando nasce.
-Se è per questo pure una casa- ride lei.
E pure un cognome, penso io.
-Quindi?
-Quindi dobbiamo comprarne una. E vorrei farlo io.
-E poi dove la mettiamo la cameretta, scusa?
-Nel mio studio. A casa mia.
-Tutto questo romanticismo mi sta cariando tutti i denti, tesoro.
Rido apertamente. Forse fare un così largo giro di parole non mi sta rendendo irresistibile. Forte.
Fingo di non aver capito. Magari la frego e riesco a prendere tempo.
-A casa tua non ci starebbe. E' troppo piccola.
-Mi stai chiedendo in modo incantevole di venire a vivere con te?
-In modo incantevole sì.
-In modo incantevole la mia risposta è...No.
-E perchè, di grazia?
-Perchè tu sei antipatico, e pieno di boria e pretese. E casa tua non mi piace. E' troppo antica e scontata. Come te.
S'è incazzata. Perfetto. Ciò che volevo. Mi piace stuzzicarla.
Il viaggio prosegue mentre dentro ridacchio e lei fa il muso guardando fuori dal finestrino.
Parcheggio sotto casa mia e lei si gira verso di me.
-Voglio andare a casa mia.
-Non fare la scema e scendi.
-Non sono scema e non scendo.
-Non hai capito niente. Scendi per piacere, se no ti tiro fuori a forza e ti butto su una spalla come i primitivi.
-La clava non la prendi?
Faccio un sorrisetto.
-Ce l'ho sempre con me quella. Dentro i pantaloni, gioia. Dovresti saperlo bene.
-E' l'unica cosa davvero affascinante che hai.
Ma le sta scappando mezzo sorriso, lo vedo che cerca di affacciarsi.
Si guarda le mani e continua.
-Il resto è al di fuori di ogni tentazione.
-Davvero?
Mi sporgo e le bacio la guancia.
-Davvero.
-Anche le mani?
Le accarezzo una gamba con il dorso delle dita.
Non risponde.
-Anche i capelli?
Le solletico il collo con la testa.
-E la barba?
Sfrego una guancia sulla sua.
Nessuna risposta. Ma il respiro le si fa più corto.
-E gli occhi?
Le prendo il mento e la giro. Occhi negli occhi.
Schiude la bocca.
Insisto.
-E la voce?- dico, abbassandola e rendendola roca.
Lo so che ti piace, inutile che fai la dura.
Infatti mi acchiappa di furia i lati del viso e mi bacia con forza e passione.
Mi succhia con rabbia e mi morde la lingua. E non mi lascia prima di avermi reso impossibile lo spazio che ho a disposizione tra una gamba e l'altra, seduto in macchina.
Ecco che mi sono dato la famosa zappa sui piedi. Fa male. La zappa. E pure il cazzo, arrotolato su se stesso dentro i pantaloni.
-E ora fuori la vera ragione per cui hai tirato in campo Anthony- mi dice appena entriamo in casa, sbattendo in terra i bagagli e continuando a baciarci.
-Anthony. Vorrei che fosse Cullen- dico, tirandole la stoffa della camicia che le copre quei seni sempre più abbondanti.
-No- mentre anche lei tira la mia camicia.
Le fermo le mani e la guardo, allontanando la bocca da lei.
-Dimmi perchè no.
-Non voglio che mio figlio viva esperienze a me sconosciute.
Ma parla arabo?
-Che cazzo stai dicendo, Swan? Non farmi incazzare. Mi conosci e mi pare che abbia dato abbondantemente prova di solidità e serietà ultimamente.
-E ora chi è che non ha capito un cazzo, Cullen?
Sto perdendo colpi. Deve essere il sangue. E' tutto concentrato laggiù e nel cervello non ne arriva più nemmeno una goccia.
Ergo, è il caso di sfoderare l'arma vincente.
Sollevo il sopracciglio sinistro e piego in su il lato destro della bocca.
Bingo.
Ride, scuotendo la testa.
-Stronzo. Non è valido. I colpi bassi non sono ammessi.
-Non ho colpito niente.
-Questo lo dici tu. Quel sorriso arriva diritto dentro le mie mutande. E' un colpo basso, fidati.
Ridiamo e ci baciamo.
Torno alla carica.
-Quindi Anthony Cullen. E' deciso.
-Nient'affatto.
-Ma allora vuoi la guerra.
-Voglio qualcosa, ma non è la guerra, Cullen. Ti facevo più sagace...
Porco cazzo. Pianeta cervello chiama pianeta sangue. Elaborazione dati.
Dunque. Cognome Cullen no. Non vuole per suo figlio esperienze non condivise da lei.
Cazzo, sì! Sono scemo.
-E sarei io quello antico, baby? Tu sei antidiluviana!
-Solo tradizionalista.
Ride, ci siamo capiti, perfettamente.
-Aspetta un minuto, immobile. Torno subito.
Sparisco in camera da letto e torno dopo un minuto.
Lei ha gli occhi chiusi.
Mi avvicino senza parlare. Le prendo la mano destra e la giro con il palmo in su. Ci poggio sopra l'oggetto recuperato dal mio comodino. Poi gliela chiudo con entrambe le mie.
-Apri gli occhi Bella.
Guarda me, guarda la mano, poi apre il palmo.
Una scatolina piccola, a forma di cuore, con un gancetto laterale a chiuderla.
E' commossa.
-Che bella...-dice.
-Bisogna aprirla.
-Fallo tu.
Sgancio la chiusura e sollevo la parte superiore della scatolina.
-Edward...
Sfilo l'anello dalla fessura e le prendo la mano sinistra. Poi infilo al suo anulare il mio brillante.
Perfetto. Non servono parole.
La guardo e sorrido.
Mi guarda e sorride.
E’ lei a parlare.
-Significa quello che penso?
-Significa che siamo tutti e tre membri della stessa famiglia. Quindi stesso cognome.
Le scende una lacrima.
-Stessa famiglia. Stesso cognome. E' stata dura fartici arrivare.
-Scusa. Quando si tratta di sentimenti divento lento.
Mi sorride.
-Ti amo, lo sai?- mi dice.
La stringo e la bacio.
-Lo so, e meno male, perchè ti amo anch'io.
E' vero. Quello che ci attrae l'un l'altro è questo nostro modo unico di spiegarci poco, di capirci tanto, di metterci in gioco a volte e di stuzzicarci sempre. Non potrà mai esserci noia tra noi.
Più tardi siamo nel mio letto, abbracciati. Sono ancora dentro di lei, perchè so che le piace e piace molto anche a me, dopo l’amore, rimanere immobili a smaltire l’emozione e la gioia. L'abbraccio da dietro e tengo una mano sotto il suo seno, l'altra sulla sua bella pancia.
Posso restare ore così, con le mani immobili, per cogliere anche il più impercettibile movimento. Ho scoperto che dopo l'amore il cucciolo si muove di più, sembra saltellare felice; che in macchina dorme beato, che quando Bella mangia si agita, che si rilassa quando lei ascolta musica.
-Dobbiamo andare a trovare tuo padre.
-Ti dirà: era ora! Col suo vocione da sceriffo.
-E avrebbe ragione.
-Invece no. Ci serviva tempo. Dovevi capire tu e dovevo capire io. Tu che potevi allungare una mano e acchiappare il tuo futuro. Io che lo volevo con te, e non con il principe azzurro.
Sorrido e le accarezzo la pancia. Ormai sono scivolato fuori da lei e mi sposto leggermente, per guardarla in viso.
Mi studia, con gli occhi socchiusi.
-Eppure sono sicura che lo sei.
-Chi?
-Il principe azzurro.
-Naa. Troppo impomatato. E poi non so andare a cavallo.
-Questa è una bugia. Cavalchi benissimo, direi!
Ridiamo di nuovo. Quest’atmosfera leggera e rilassante è molto piacevole.
Le viene in mente qualcosa di divertente, perchè mi guarda con l'espressione furba e mi strizza un occhio.
Si solleva a sedere e mi guarda l'inguine. Poi si avvicina al mio migliore amico e gli parla.
-Ciao piccoletto. Papà è uscito? Quando torna mi avvisi?
Poi si rischianta sdraiata, ridendo a crepapelle.
-Sai che per questo affronto potrei rimanere impotente a vita?
-Non credo, Cullen. E comunque posso sempre aiutarmi con un cucchiaino, come si fa quando si infila il ripieno nelle zucchine!
Stronza. Ma queste chiacchiere me l'hanno decisamente inamidato a dovere.
Faccio una vocetta stridula che sembro Eric.
-Signora. E' tornato mio papà.
-Oh che bella notizia! Piatto ricco mi ci ficco- ride e si avventa sul mio uccello, mani e bocca.
-Casomai sono io che mi ficco da qualche parte- riesco solo a dire, poi le sensazioni mi privano della facoltà di parlare.

CAPITOLO 26




Boston brucia
Ci sentiamo ogni giorno, più volte al giorno, e ad ogni telefonata siamo più distesi, più noi.
Le ho raccontato del mio sogno. In parte.
-L'ho visto prima di te. E' bellissimo.
-Ma io lo so che è bellissimo. E so che ti somiglia. Me lo sento.
Sto levitando a quattro metri da terra. Mi chiedo come faccio a salire in macchina, visto che è parcheggiata a quota strada.
Proverò col teletrasporto, concentrandomi. Sperando di non spiaccicarmi al suolo.
-Cerco un volo e vengo da te- dico d'impulso.
-Davvero? E l'ufficio?
Sembra felice.
-Fanculo all'ufficio. Non andrà a fuoco per due giorni. E poi non me ne frega un cazzo. Siete più importanti te e An...
Un momento.
-Hai già pensato a come vorresti chiamarlo?
-Veramente no. Perchè?
-Posso dire la mia in proposito?
-Certo. E' anche tuo il terremoto.
-Mi piacerebbe chiamarlo Anthony. Ti piace?
La sento sorridere.
-Chi è Anthony?
-Chi era. Mio nonno. Lo adoravo e lui adorava me.
-Aggiudicato. Sarà Anthony. L'uragano Anthony.
C'è sempre da sistemare la storia del cognome. Okay, va' piano, Cullen. Un gradino alla volta.
-Sono arrivato alla macchina- e adesso in qualche modo devo scendere giù.
-Va bene. Buona giornata, Edward.
-Anche a te. Ti faccio sapere appena riesco a trovare un volo.
Ancora un gradino, piccolo, posso? Ci provo.
-Bella?
-Sì?
-Ti piace la barba? La barba lunga intendo, in un uomo.
Certo in un uomo, ma sei scemo? Mica in una donna. Che cazzo di domande fai?
-Non so, non ci ho mai pensato. Perchè?
-Ho sognato che ti piaceva. E io l'avevo.
Ride di gusto. E' stupenda quando ride, mi sembra di vederla.
-Fattela crescere allora. E poi ti dico se mi piace.
Arrivo in ufficio ed entro canticchiando.
Eric mi saluta. -Di buonumore oggi, signor Cullen?
Me l'ha fatto passare di colpo.
Gli sorrido truce, come un leone pronto ad azzannare la preda. Ma perchè non si mangia la lingua?
-Finchè non ti ho visto sì, Eric.
Che nervoso vederlo. Quando cazzo finisce 'sto contratto di formazione?
Certe volte penso che si tratti della mia formazione più che della sua. Formazione alla pazienza, alla tolleranza. Ne ho da imparare!
Infilo il naso nelle mie scartoffie e progetti, riemergendone solo ad ora di pranzo.
Su internet cerco il primo volo disponibile per Boston, ma non ne trovo fino alla sera dopo.
-Ho trovato il volo, baby...
Cazzo, m'è scappato. Alla fine una cagatina piccola ho dovuto farla.
Resto in attesa, che s'incazzi, o che rida.
Ride. Respiro di sollievo.
-Sono contenta, baby. E quando è?
-Domani sera. Prima non c'era niente.
-Sopravvivrò. Nel frattempo magari stasera vado a cena con un collega conosciuto oggi, un gran figo. Così mi esercito per il tour de force di domani...notte...
Perfetto. In mezzo alle gambe ho un mustang imbizzarrito. E come cazzo lo domo ora? Mi ci vogliono due fruste, una per mano.
-Non fare la furba, gioia. Al pub qui c'è sempre parecchia carne fresca...
E che ci fa il mustang? Lui è erbivoro. Credo.
Non capisco già più un cazzo di niente. Figuriamoci di biologia. A scuola ero una mezza sega.
Ride.
-E c'è anche Rose che ti fa a pezzi e poi me lo racconta perchè ti possa fare a pezzi anch'io!
-Chissenefrega. Occhio per occhio, dente per dente.
-Occhi neri e denti caduti!
-Non va bene. Oltretutto il dentista mi sta egregiamente sul culo.
E' vero. Somiglia vagamente a Eric, in più è un sadico maledetto.
Ma al di là delle stronzate che diciamo, è l'aria serena a piacermi. Scherziamo, nessuna rabbia repressa da scaraventare fuori, nessun rimpianto da sputare via trasformato in veleno.
Il pomeriggio passa con lentezza esasperante.
A cena vado dai miei.
Mangio come un lupo digiuno da un mese e chiacchiero disteso con i miei.
Sono gioviale, un particolare che naturalmente non sfugge a mia madre.
-C'è qualche novità, Edward?
Dentro di me sto sghignazzando.
-Non saprei- riesco a nascondere la faccia dentro un bicchiere d'acqua frizzante, per non scoppiare a riderle in faccia.
-Domani sera vieni di nuovo?
-No, vado a Boston.
-A Boston a che fare?
-Da un'amica- ormai sto per ululare dal ridere.
-Hai amiche a Boston?
-No.
-Hai finito con i tuoi giochetti, Ed?
La sto esasperando, poveretta!
-Ho detto che ho un'amica, non amiche.
-E dove l'hai conosciuta una di Boston?
-Mamma, ma farti i fatti tuoi non sarebbe una buona cosa?
Resta male, la vedo. Ecco da chi ho preso la mia permalosità.
-E' un'amica che vive qui da noi. Ora è a Boston per lavoro.
-Si chiama?
Adesso esplodo.
-Non so se la conosci. Si chiama...aspetta...mi sembra...Isabella Swan.
Le cade la forchetta nel piatto e scoppia a piangere.
Ma perchè?
-Dai, mamma, scusa. Era uno scherzo.
-Sei uno scemo!
Ora ride. La menopausa è una brutta bestia.
-Come sono contenta! State di nuovo insieme? Sta bene? Stai da lei per quanti giorni?
-Non ancora. Sì. Due.
-Eh?
-Erano le risposte alle tue domande.
-Edward! Sei impossibile!
-Lo so, grazie. Fa parte del mio fascino.
Mi prende a schiaffi sul braccio, io rido e l'abbraccio.
Mio padre ha seguito tutta la commedia con occhi allegri e mi dà la solita pacca sulla spalla, che nella nostra lingua di maschi vuol dire tutto.
Torno a casa che è quasi l'una.
Accendo la televisione e mi viene voglia di bere. Di solito la birra andava a braccetto con la tv. Spengo e mi sto incazzando.
Lei è connessa con la mia testa pure a distanza, perchè sento arrivare un sms sul cellulare.
Dormi? chiede.
La chiamo.
Risponde al secondo squillo.
-Io no. Tu che ci fai ancora sveglia?
-Quello che era con me non mi ha soddisfatta. L'ho cacciato. Così ora giaccio frustrata e furiosa.
-Giaci?
-Giaccio.
-Frustrata e furiosa?
-Frustrata e furiosa.
Ridiamo come due scemi per un po'.
Non sono più nervoso e non ho più voglia di bere. L'unica cosa che desidero in questo momento è lei. Se chiudo gli occhi riesco persino a vederla.
E naturalmente è a gambe aperte. Con me nel mezzo. E il mustang che scalpita per infilarsi nella sua tana preferita. Nitrisce nell'attesa.
-Gioia, resti furiosa e frustrata fino a domani sera?
-Ho alternative?
-Non te ne sei portata dietro qualcheduno?
Vediamo se capisci di che parlo, furbastra.
-Uh? Sì, ma non della misura giusta.
Solo un attimo di esitazione. Brava, baby, così ti riconosco.
-25 o 26?
-Bah, robetta. 23 e 24.
Rido.
-Portami tu la misura giusta, per piacere.
-Colore preferito?
-Rosa carne, tesoro.
Puttana Eva, adesso mi si strappano le mutande. Arpia disgraziata!
-Senti, baby. O facciamo sesso telefonico o parliamo d'altro perchè un pover'uomo astinente da...manco lo so più, così può morire.
-E una povera donna, no? Incinta poi.
-Perchè incinta tira di più?
-Così dicono, anche se, trattandosi di te, ho sempre fatto sogni da censura comunista.
-Sempre?
-Sempre.
-Anche quando mi odiavi?
-A parte che facevo finta, comunque era ancora peggio del solito. Ho cambiato la poltrona del mio ufficio con una di pelle. Almeno s'asciuga e non restano aloni.
Ridiamo.
-Il mio analista ha detto che sarebbe meglio se non ci vedessimo ancora per un po'- aggiunge seria.
-Dammi il suo numero che lo ringrazio personalmente del buon consiglio. E domani ne cerchi un altro più furbo.
Chi è 'sta gran testa di cazzo?
-Frena il treno, Cullen. Gli ho già riso in faccia io.
-Brava, baby. Potevi dirgli che scoperemo come ricci senza guardarci in faccia.
-E' ciò che ho fatto.
-Gli hai davvero detto così?
-Suonava bene, no?
-Perfettamente intonata.
Ridiamo di nuovo.
-Se continuiamo così non parleremo più. Tanto pensiamo le stesse cose.
-Allora per movimentare le cose ti farò incazzare. Non è difficile.
-Colgo una vaga nota allusiva.
-Stona?
-No, no, armonizza alla perfezione con la realtà.
Sbadiglia.
-Hai sonno?
-Sì, ma vorrei che fossi qua.
-Venti ore e sono lì.
-Edward?
E ora la botta finale. So già che dirà qualcosa di terrificante per il povero mustang.
-Niente partite cinque a uno stasera.
Appunto.
-Non te lo posso promettere, gioia. Non sai come sono messo al momento.
-Ti voglio carico come uno sherpa indiano, baby.
-Lo sarò. Puoi giurarci.
E quando mettiamo giù, di seghe me ne faccio tre, altro che una partita sola. Ma tanto lei avrà fatto lo stesso, monella.
L'indomani passa in un attimo.
Voglio portarle qualcosa. Ma le solite cose scontate non sono da me, e neanche da lei.
Opto per una confezione di preservativi spiritosi.
Ho in mente uno scherzetto.
E poi anche un regalo serio: una tutina rossa per il piccolo, da microgiocatore di baseball, uno spasso.
Quando arrivo a Boston sono le ventuno. Le ho detto che avrei preso un taxi fino al suo albergo ma immagino che lei sia venuta a prendermi perchè ha insistito troppo per sapere l'ora precisa di arrivo e il numero del volo.
Aspetto le operazioni di sbarco necessarie con impazienza, non ne posso più.
Mi incammino verso la zona accoglienza e quando sono a tre metri dalla grande porta a vetri la vedo.
Guarda verso di me e sorride. Mi ha visto anche lei.
Oltrepasso la porta e schiaffo per terra la borsa e lo zaino. Poi apro le braccia e le faccio un cenno con la testa.
Lei ride e corre verso di me, poi si tuffa sul mio corpo.
Ridiamo e ci baciamo ogni porzione scoperta del viso e del collo. E' morbida e ho paura a stringerla troppo, il pancione evidentissimo, adesso.
-Non mi rompo sai?- mi dice.
-Sei meravigliosa.
E non aggiungo altro perchè un nodo mi stringe la gola.
Arriviamo al suo albergo in un taxi che quando scendiamo è completamente appannato. Per fortuna l'autista ride.
-Hai fame?
-Stavo per sbranare il sedile del taxi.
-Ordino qualcosa da farci portare in camera o vuoi...
-In camera, gioia.
Ride e saliamo in ascensore fino al piano giusto.
Entrati nella sua suite mi infilo diretto sotto la doccia mentre sento che lei ordina la cena.
Resto ad occhi chiusi girato verso il muro, lo so che verrà da me e non voglio usare la vista, voglio sentirla. Sentirla con tutti gli altri sensi.
E infatti la porta cigola.
Poi l'anta della doccia che si apre e una folata fresca.
Infine due mani calde mi abbracciano da dietro, passano sotto le mie braccia appoggiate al muro di fronte a me e mi accarezzano il petto, poi scendono sulla pancia, tornano verso i fianchi e scendono ancora lateralmente sul lato esterno delle cosce. E tornano su, lentamente, facendo il percorso inverso.
Sulla schiena sento la sua pancia dura, è una sensazione stupenda. Il suo corpo, il nostro bambino e il mio corpo. Un delizioso panino imbottito.
Mi giro pian piano, lasciando che le nostre mani vaghino ovunque sulla pelle bagnata e calda. Poi apro gli occhi.
Lei li tiene chiusi nel mio stesso gioco di sentire. Sulla pelle le vedo i brividi dell'eccitazione. I capelli sono più lunghi, come nel mio sogno, e bagnati le sfiorano il bacino. Anche i seni sono diversi. Grandi, sodi, pieni, bellissimi. Le areole più scure, i capezzoli più grandi. Mi sento uno scultore.
L'ho cambiata io. L'ho plasmata con le mie mani. E' una sensazione di potere immenso. Mi sento un creatore. Un creatore di vita. Onnipotente ed eterno.
Ha ragione lei. E' meglio tutto questo sentire che il niente comune di un corpo qualsiasi e di una bottiglia infedele.
Un giorno o l'eternità è lo stesso. Conta solo l'intensità.
-Apri gli occhi, Bella. Guardami.
Lo fa. Poi corruga la fronte.
-Ingrasserò ancora. Diventerò una balena.
-Per me sei la più stupenda delle dee.
-Anche grassa?
-Non sei grassa. Sei una brioche alla crema. Buonissima. E la crema è mia.
Ride.
-Ma sai pensare solo al cibo?
-Oh no, non solo al cibo. Penso molto di più a qualcos'altro.
La prendo su, leggera come sempre e la siedo su di me, mentre lei intreccia le sue lunghe gambe dietro la mia schiena.
-Guidami tu. Ho paura di farvi male.
-Non è possibile. Lui è protetto, si sentirà solo in altalena e cullato, si addormenterà. E io, più ti sento e meglio sto. E' sempre stato così.
Dicendolo sorride, scivola con la mano lateralmente a sé, passa sotto una sua coscia e me lo prende sospirando e richiudendo gli occhi. Poi lo posiziona al suo ingresso.
La lascio scivolare e la impalo millimetro dopo millimetro, godendo della sensazione del suo calore di miele fuso che pian piano mi avvolge e mi inghiotte.
Quando sono completamente, interamente dentro di lei, mi fermo. Immobile e senza fiato, il cuore a mille. Un unico brivido dal collo ai piedi, la testa ubriaca e le orecchie che ronzano.
Lei sorride, commossa.
-Bentornato a casa- mi dice.
Richiudo gli occhi e inizio a muovermi contraendo il bacino e i glutei verso di lei e sollevandola leggermente con le mani. Lei mi accompagna con le gambe che stringe intorno a me e tirandosi su seguendo il mio ritmo, appesa alle mie spalle.
Mi giro e la poggio contro il muro, poi non ce la faccio più. Spingo più duramente dentro di lei una volta, due volte, ancora una. E ci sono.
Grido come una bestia vittoriosa, mentre la riempio con contrazioni lunghe e violente che sento propagarsi dentro la pancia. Poi continuo a muovermi dentro di lei, con movimenti circolari.
-Continua Edward, non fermarti, ti prego.
-Mai...Continuo finchè vuoi...Anche fino a domani.
Ma poco basta. La sento contrarsi, si inarca e viene su di me, intorno a me, tra le mia braccia e sulla mia bocca, gridando il mio nome.
Ogni volta, meglio.
Meglio di così, mai.
Mezz'ora dopo stiamo mangiando sul letto da due vassoi pieni di qualunque cosa.
-Ho preso un po' di tutto. Scegli cosa vuoi, oppure assaggia tutto. Il pasticcio di pesce è eccezionale, provalo- mi dice, porgendomene una forchettata.
La guardo mentre apro la bocca e potrebbe essere il miglior caviale o una pallina di carta, avrebbe lo stesso sapore. I miei sensi stasera sono tutti unidirezionati, toccano, odorano, vedono, odono, assaggiano solo lei. Solo noi.
Il resto è un contorno inutile. Potrebbe non esserci, non me ne accorgerei.
Alla fine comunque spazzoliamo tutto. Ha mangiato molto anche lei, presa dal gioco “un boccone io, uno tu”.
-E' meglio che tu riparta in fretta, se no divento una barca.
-Posso dormire qualche ora, o devo andare via subito?
-E sei venuto fin qui per dormire? Dormi a casa tua, scusa.
Rido.
-Paturnie ormonali?
-Ninfomania, caro.
Rido di nuovo.
-Ti ho portato una cosa.
-Vedere, vedere, vedere.
Si pianta seduta al centro del letto, con le gambe incrociate e addosso la sola mia maglietta. E in faccia la curiosità disegnata.
Mi alzo e vado a recuperare lo zaino, poi torno da lei.
Le porgo la scatola.
Lei strappa in fretta la carta e scopre la tutina rossa per Anthony.
-E' deliziosa, Edward. Ma... se non gli piacesse il baseball? - scherza.
-Gliela metteremo per Carnevale.
Mi stampa un bacio avido sulla bocca. -Grazie.
-A te. E non è tutto. Ho un altro regalo.
Fa una faccia ancora più curiosa, mentre io raccolgo lo zaino e mi dirigo in bagno.
Mi segue con lo sguardo e ride.
-Devo chiudere gli occhi?
-Ecco, sì. E' una buona idea.
Entro e chiudo la porta. Mi sfilo i jeans e i boxer. L'animale è già allegro e baldanzoso, pieno di aspettative.
Mi viene in mente il dio egizio Mhin.
Rido da solo pensando che al liceo avevo un'illustrazione di quel dio sul libro d'arte. Con un flagello nella mano destra e nella sinistra un cazzo da lì a laggiù. Però tirava un po' in canto. Il mio invece è bello dritto.
Tiè. Uno a zero per me, Mhin.
Vesto Mhin...chia col mio regalo e torno da lei.
Ho scelto quello rosso con disegnato un cravattino nero sul davanti.
Mi piazzo in posa plastica e la chiamo.
-Puoi aprire gli occhi, gioia.
Lei mi guarda, poi scoppia a ridere.
-Cazzo vestito a festa- dico serafico.
Lei ride ancora di più, con lacrime e singhiozzi.
-Arrivi tardi per i vestitini, comunque.
-Aveva freddo.
-Vieni che ci penso io a scaldarlo, matto perso.
Secondo round.

giovedì 24 marzo 2016

CAPITOLO 25



Sogni e rivelazioni

Sono nel corridoio dell'ospedale, al reparto di Ematologia, il mio reparto.
La vedo camminarmi incontro dal fondo del corridoio. Sulla spalla destra ha un port-enfant blu. Nella mano sinistra una piccola valigia e la sua solita borsa e io mi sento le ginocchia molli.
Mi immobilizzo ed aspetto che si accorga di me. Non so come reagirà.
Può gridarmi contro. Può prendermi a schiaffi. Può farmi arrestare.
Ma non mi schiodo di qui. Non potrai passare prima che io ti abbia parlato.
Tuo figlio è anche mio. E' il sogno che ho sempre custodito in fondo al cuore. Il desiderio che ho sempre avuto e che credevo impossibile.
Fammelo solo vedere, ti prego. Solo una volta.
Potrei usare il mio potere, i miei soldi. Potrei far valere il test di paternità. Potrei trascinarti in tribunale. Non riuscirei certo a strapparti tuo figlio, mio figlio. Ma potrei ottenere di far parte della sua vita, della vostra vita. Potrei pretendere qualche ritaglio esiguo, qualche tessera del puzzle perfetto che siete.
Sento piangere mio figlio.
Hai sentito i miei pensieri? Non vuoi, piccolo? Non vuoi che crei casini? Ne ho già creati abbastanza? Hai ragione.
Sentirti piangere mi commuove fino in fondo allo stupido stomaco vuoto da stronzo ottuso che ho.
Sentirti piangere mi spinge a camminarvi incontro.
Sentirti piangere fa muovere la mia mano in un piccolo cenno verso tua madre. Perchè si accorga di me. Perchè se vuole evitarmi possa ancora tornare indietro, prendere l'ascensore ed uscire dall'altro lato.
Non lo fa.
Si ferma. Poggia a terra il port-enfant. E ti sento piangere sempre più forte.
Lei si china su di te, sposta il cumulo di stoffa azzurra e blu che ti avvolge, mentre io sono ormai arrivato da voi.
La guardo ipnotizzato. Lei mi osserva calma, senza parlare. Ma non c'è bisogno di parole.
Ce ne siamo dette fin troppe. Urlandole per non pensarle troppo.
Almeno spero che fosse così anche per te, Bella. Per me è stato così.
Ho urlato così forte che sono riuscito a non sentirmi. Per non odiarmi. Per non sentirmi più stupido di come mi sento in questo momento, con le mani vuote e gli occhi lucidi, a guardarvi. Muto, fuori da un vetro, a vedere una vita felice da spettatore. Ed è la mia, cazzo!
Lei solleva un fagottino celeste. Un fagottino che non piange più. Ha ottenuto l'attenzione che voleva.
Io tengo le mani dietro la schiena. Per non spaventarla, per non farle vedere quanto tremano e quanto vorrei usarle per riprendermi stringendo, tirando e strappando ciò che è mio.
Avvicino il viso al fagottino profumato. E lei lo gira lentamente verso di me.
Un musino rosa con due occhietti semichiusi. Una bocca piccola e tonda. Una “o” perfetta. Un nasino minuscolo, perfetto.
Fa una smorfia e mi strappa un sorriso. Tira su due respiri sonori e ricomincia a piangere. Lei se lo attira a sé protettiva e lui smette di nuovo.
Sorrido di più. E' come suo padre. Sta bene solo attaccato a lei.
-Come l'hai chiamato?- le chiedo soffiando.
-Anthony. Anthony Swan.
Ed eccolo lo schiaffo.
Swan. Ma non è mio figlio?
Vorrei chiederlo, ma taccio. E' meglio.
-E' bellissimo. Ti somiglia- dico invece.
La guardo e lei sorride.
-Posso almeno accompagnarvi a casa?- Per non lasciarli andare via così presto, inventerei qualunque cosa. Un ingorgo, un posto di blocco, una strada sbagliata, un terremoto, una guerra civile, un attacco alieno. Il mio regno per un'idea ora, subito. Per tenerli con me. Un'ora, un giorno. Un po' di tempo. Voglio continuare a guardare dal vetro. Per favore.
No.
-Mi dispiace. C'è già il taxi che ho chiamato poco fa...
-Lo mando via. Lo pago e lo mando via. Ti prego.
Tentenna. Non sa se fidarsi. Ha ragione. Ho fatto tante di quelle cazzate ultimamente che di me stesso non mi fiderei nemmeno più io.
-Ti prego. Sono sobrio. Sto bene. Sono calmo. Non vi tocco nemmeno. Giuro- sto implorando.
Sorride. Annuisce.
Tocco il cielo con un dito e volo fuori a cacciare via il taxi.
Vaffanculo a tutti gli ostacoli, fuori dalla mia vita. Giù le zampe dai miei tesori.
In un attimo ho già raggiunto la macchina, ho già messo in moto e sono davanti alla scalinata dove lei aspetta, in piedi.
Scendo e le prendo le borse e il port-enfant mettendoli dietro. Poi le apro lo sportello davanti, vicino a me.
Sorride.
-Non posso sedere davanti con lui in braccio, Edward. E nel port-enfant ha deciso che non vuole starci.
Ci credo, vorrei dirle. Sorrido ebete e sposto di nuovo tutta la roba, nel bagagliaio stavolta. Poi le apro lo sportello dietro.
Lei ride del mio imbarazzo e del mio silenzio, poi sale e si sistema il fagottino addosso. Mi sporgo per allacciarle la cintura e il suo profumo mi stordisce. Un pugno in pieno stomaco.
Se non mi calmo mi viene un infarto, me lo sento.
Giro veloce intorno alla macchina e salgo. Metto in moto e ingranando la marcia gratto un po'. Rido.
-Ho preso la patente da poco, sai.
-I segnali te li ricordi, almeno?- sta al gioco e mi rilassa. Come sempre.
Guido nel traffico, sbirciandola ogni tanto dallo specchietto retrovisore. Lei mi vede e mi sorride.
-Ti sei fatto crescere la barba.
La guardo e sorrido.
-Stai bene.
-Tu invece hai i capelli più lunghi.
-Sì, sono più comodi da tirare su.
La conversazione langue. Il fagottino è silenzioso.
-Dorme?-le chiedo.
-No. Sembra ascoltarci. Sta immobile con gli occhi aperti.
-Ti lascia dormire di notte?
Io non lo farei.
-Poco. Mangia ogni tre ore, notte e giorno. Se ne frega che ho sonno, lui. Se vuole qualcosa sa farsi ascoltare -sorride e mi guarda.
Io non ci sono riuscito.
-Lo allatti tu?
-Sì. E' una cosa magica, sai? Una connessione incredibile. Non ho mai provato niente di simile, tranne...
-Tranne?
-Niente. Però davvero, è bellissimo. Sembra guardarmi con degli occhioni fiduciosi. Succhia come se fossi la cosa più buona del mondo e posa la manina sul mio seno, con le dita aperte. E' un gesto possessivo.
Mi guarda dallo specchietto. Sta comunicando con me attraverso gli occhi.
Cosa vuoi dirmi?
Una volta ero bravo a capirti. Poi ho cominciato a perdere la strada e non sono più riuscito a farlo. Ora vacillo. Mi sembra che tu mi stia lanciando la cima di una corda, per salvarmi, perchè io possa aggrapparmi. Ma è davvero così?
Perchè se ci credo e mi sbaglio, se mi aggrappo e la cima non tiene, che ne sarà stavolta di me? Rialzarmi è sempre stato difficile.
Incontrarti e perderti è stata l'esperienza più terribile che abbia dovuto affrontare. Peggiore anche della malattia.
Vorrei qualche garanzia, ma so per certo che non me la darai.
Hai ragione. Nemmeno io la darei a me stesso.
Ho avuto in mano la chiave del paradiso. L'ho buttata via.
Ora la sto ricercando. Nessuno mi deve aiutare. E' compito mio.
Fine degli egoismi. Fine delle viltà. Fine del vittimismo.
Fine della strada. Siamo arrivati.
E ora?
Resto muto. Non parcheggio. Accosto davanti al suo portone e spengo il motore.
Scendo e vado ad aprirle lo sportello.
Sbircio il fagottino che ora sembra addormentato.
Prendo tutta la sua roba dal bagagliaio e l'accompagno fino al portone.
-Non sali?-mi chiede.
-Volentieri, se tu vuoi.
Annuisce.
Torno indietro senza toccare terra con i piedi. E cerco un posteggio bestemmiando contro l'impossibilità di far semplicemente smaterializzare una stupida macchina.
La raggiungo al piano, correndo per le scale ed arrivando mentre lei sta uscendo dall'ascensore.
Anthony sta nuovamente piangendo e lei gli sta parlando.
-Piccolino, cosa c'è? Siamo a casa sai? Ora facciamo la pappa. Non piangere, cucciolo.
Davanti alla porta c'è da cercare le chiavi nella borsa di Mary Poppins. L'ho sempre presa in giro per questo. La borsa grande, piena di cose, e le chiavi non le trova mai.
-Cerco io?-propongo.
-No, aspetta. Tieni lui- me lo sbatte in braccio, urlante e rosso di rabbia.
Trattengo il fiato, mentre lo tengo impacciato e intimorito. Se mi cade? Com'è piccolo. Se gli faccio male? Magari lo stringo troppo. La mia mano è più grande di tutto lui. Se...
-Ecco qua.
Apre la porta e mi fa strada.
Le restituisco il cucciolo. Tenerlo due minuti è già stato troppo bello. Non esageriamo.
Anthony si calma quando la riconosce.
Hai ragione cucciolo. La mamma ha un profumo buonissimo. Il più buono del mondo.
-Bella, io...
-Vuoi un tè?- mi interrompe.
-Forse una camomilla è meglio.
-Hai ragione -ride.-La prepari tu? Anche per me, grazie. Io devo allattare questa bestiolina prima che ci faccia diventare sordi!
Vado in cucina, mentre lei si accomoda sul divano, liberando dalla tutina azzurra il piccolo.
Urla sempre più forte, mentre sento che lei lo rassicura con voce dolce, canticchiando.
Poi non sento più nulla.
Quando spunto in salotto con il vassoio e le tazze, ho la fortuna di assistere al più bello spettacolo del mondo.
Lei è semisdraiata sul divano, le gambe libere dalle scarpe sul bracciolo, tiene Anthony con il braccio sinistro e lui sta succhiando voracemente dal suo seno, una manina rilassata aperta, ferma in aria, gli occhietti chiusi. L'altra mano di Bella gli accarezza leggerissima la piccola schiena.
Poggio il vassoio sul tavolino di cristallo e mi accuccio sul tappeto. Sono commosso davanti al miracolo della vita.
E riprovo a parlare.
-Grazie di avermi permesso di restare con voi oggi. L'ho apprezzato molto.
-E' tuo diritto. Visto che è anche tuo figlio.
-Beh, speravo che non fosse solo questione di diritto...
-Non esagerare, Edward. Mi fa piacere che sei qui. Mi piace osservare che sei tranquillo, posato, affidabile. Ma da qui a riconoscerti un qualunque ruolo nella vita mia e di Anthony, ce ne passa.
-Non chiedo niente. Permettimi solo di venire a trovarvi ogni tanto. Permettimi di mostrarti che puoi fidarti di me. Vuoi?
Mi guarda. Mi sento sotto esame e sudo. Di' di sì, di' di sì, di' di sì.
-Va bene, Edward. Vieni quando vuoi.
-Posso domani?
Ride, annuisce.
-E stasera?
Ride di più. -Ma sei ancora qui ed è già pomeriggio!
-Magari ti serve qualcosa dalla farmacia? O vado a prenderti una pizza per cena?
-Quella della pizza è una buona idea. Prendi anche due birre, nel frigo non ho niente.
-La prendo per te. Io non posso.
-Benissimo. Una Coca andrà meglio anche per me. Senza caffeina, se no finirà nel latte di Anthony.
Il piccolo ha finito la sua poppata e si è addormentato stremato.
-Guardalo. E' incantevole.
Mi avvicino.
La bocca semiaperta, gli cola giù un piccolo rivolo di latte. Le manine abbandonate, rilassatissimo. Sembra beato.
E' stupendo, davvero.
Ma il mio sguardo viene attirato dal seno di lei, rimasto scoperto.
E' più grande, pieno, rotondo.
E' meravigliosa. Come sempre. Di più.
Intercetta il mio sguardo e si copre, arrossendo imbarazzata.
Sono imbarazzato anch'io, al solo vedere il suo seno sto rischiando di venire nelle mutande in questo preciso istante.
Sarà dura comportarmi da bravo. Ma ce la farò. Mi ha concesso una possibilità che non meritavo, non la sprecherò.
Non voglio certo buttare via di nuovo la chiave del paradiso...
>>
Mi sveglio sudato e a cazzo dritto.
Ma è mai possibile?
Il sogno mi ha ammazzato.
Anthony.
Mi piacerebbe chiamarlo davvero così.
Era il nome di mio nonno.
Era bellissimo. Un fagottino azzurro. E lei, beh, lei era lei.
Lei è un sogno sempre. Poi è una vita che non la vedo. Poi è una vita che non scopo e sono ridotto che lo infilerei nel buco del lavandino se ci arrivasse.
Il giorno che farò di nuovo sesso, e spero vivamente sia con lei, durerò trenta secondi netti netti. Spero che mi consenta di rifarmi in un secondo round, e magari anche un terzo, se no sono finito. Ex-alcolista, geloso, possessivo, impulsivo, va bene, ma pure eiaculatore precoce no, eh?
Che strapalle. Sono solo le cinque. La notte non passa mai.
Quasi quasi mi alzo, faccio una doccia e me ne vado in ufficio.
Do un'occhiata distratta al cellulare, più per abitudine che perchè pensi di trovarci un suo messaggio.
Invece c'è.
Non riesce a dormire neanche lei?
Sono in terapia anch'io. E' giusto che tu lo sappia.
Che significa?
Scusa? rispondo.
Un attimo dopo mi suona il cellulare.
Rispondo con il cuore che pompa a mille.
-Troppi scheletri nell'armadio. Devo riuscire a seppellirne qualcuno, se non voglio essere una pessima madre per mio figlio.
Mi limito ad ascoltarla. In certi casi domande o osservazioni da parte di chi ti ascolta ti fanno perdere di vista le tue motivazioni. Io lo so bene.
-Sono troppo intransigente. Con me stessa. Con gli altri. Non va bene. Al mondo non ci siamo solo noi, no?
Continuo a tacere, è una domanda retorica.
-Sono anni che cerco di costruirmi una bolla intorno. Una bolla che dovrebbe proteggere un mondo perfetto in cui la donna perfetta, io, vive la sua vita perfetta. Poi appena un minimo di imperfezione sfiora la mia bolla, questa scoppia ed io con lei. Sindrome di Wonderwoman, la chiamano.
Fa una risatina isterica. Soffre.
Mi dispiace tanto, gioia.
Ero così preso dai miei problemi e dalle mie paure che nemmeno mi sono reso conto che potevi averne anche tu.
Ma si sa che gli uomini o fanno ragionare il cazzo o il cervello, entrambi contemporaneamente mai, e con te...mi è sempre venuto facile far funzionare il primo. Anzi, quello inizia a funzionare senza manco interpellarmi. Pure adesso devo dire che è decisamente reattivo.
Tira su con il naso, poi prosegue inarrestabile. Io perfettamente muto.
-Ci sei sempre?- mi dice.
-Certo.
Per te sempre. A costo di perdere l'uso della lingua per inutilizzo e delle orecchie per troppo uso.
Parla per un'ora, mentre mi si addormenta il braccio con cui mi sostengo su un gomito, semisdraiato nel letto.
Parla di come si sia sentita quando sua madre dedicava molto più tempo a se stessa che ai suoi bambini.
Di quante volte lei e suo fratello arrivavano da scuola affamati e lei stava ballando davanti alla televisione e non aveva nemmeno apparecchiato la tavola.
Delle litigate dei suoi genitori, quando lei e Jacob andavano a chiudersi nella loro stanza per non sentire, e cantavano tenendosi le mani sulle orecchie per non sentire le loro grida e i loro insulti.
Di quando si è sentita liberata della sua presenza scomoda, nel momento in cui è sparita con il giocatore di football. Di come poi, notando la sofferenza di suo fratello, si sia anche colpevolizzata per averla pensata una soluzione.
Di quanto abbia odiato sua madre quando è tornata, ha visto Jacob sofferente ed è sparita di nuovo.
-La guardavo mentre urlava con mio padre e desideravo che il pavimento si aprisse sotto di lei, la ingoiasse e si richiudesse. Capisci Edward cosa vuol dire sentire di odiare la propria madre? E' contro natura, fa più male a te che a lei. Ti uccide dentro, giorno per giorno. Sei un essere odioso a te stesso.
Parla di come abbia cercato da un lato di compensare i bambini sofferenti, come lei e suo fratello, e gli uomini sofferenti, come suo padre. E me.
E dall'altro di come abbia camuffato se stessa in un'altra donna, migliore di sua madre, ma anche migliore di lei, che odiava sua madre.
Di come si sia ammazzata di lavoro per dimostrarsi diversa, migliore.
Di come abbia fatto pulizia di ciò che non era perfetto, che non era giusto, che non era buono.
Di come gli spettacoli e il potere sugli uomini la facessero sentire perfetta per gli altri e quindi giusta ai suoi stessi occhi.
Di come si sia aggrappata a Rose perchè aveva una storia simile alla sua. Un passato di sofferenza, di genitori divisi, di un patrigno violento.
-Avevi ragione tu ad accusarmi. Ho fatto tutto da sola perchè pensavo di avere come sempre io la soluzione per tutto. Non aveva importanza il tuo punto di vista. Volevo migliorare anche te, renderti perfetto per infilarti nella mia bolla perfetta. E trattarti di merda serviva a far sentire me migliore. Quando mi hai dato della puttana, al di là del non essere vero, hai compiuto un delitto di lesa maestà ai miei occhi. E chi non mi ama non mi merita. Fuori dalla mia bolla.
Mi racconta che si è resa conto di aver bisogno di aiuto quando avermi trattato come pensava meritassi non le aveva dato il sollievo che credeva. Stava male per me. E per nostro figlio.
-Capisci? Se faccio del male a chi amo, che bestia sono? Peggiore di mia madre.
Parla e pian piano le sento la voce tornare più serena.
Parla e sembra che anche lei stia costruendo un gradino alla volta nel suo fosso.
Allora non era volata via grazie ad ali che io non ho. Si attaccava anche lei alle radici, alla terra e scivolava. Ed io ero così preso da me stesso che neanche mi sono accorto che scivolava disperata accanto a me.
-Come può crescere un figlio una madre così, Edward? Un bambino normale rischia di essere annientato da una maniaca della perfezione. Io invece voglio che sia amato. Amato. Rispettato. Capito. Coccolato. Tutto quello che mia madre non ha fatto con me.
Parla e mentre va avanti nel suo racconto io sento che ce la possiamo fare.
Siamo due metà incomplete.
Il destino ha davvero deciso per noi. Ci ha tagliati a metà e ci ha portati fin qui.
Ora si tratta di ricomporci. E l'obiettivo è farcela per noi stessi, per noi come coppia, per nostro figlio.
Alla fine di questa lunghissima telefonata sono commosso e senza parole.
So che dirmi queste cose deve esserle costato una fatica immane. Ha davvero cercato di scalare il fosso con le unghie e con i denti.
Un gradino alla volta, Bella. Un gradino alla volta.
Il primo che arriva su allunga una mano all'altro.
E' questo l'obiettivo finale.
E saremo in cima.

CAPITOLO 24



Apnea
Mi decido al ricovero in ospedale per quindici giorni dove affronto la terapia disintossicante e le sedute psicologiche. E' come dire che mi lavano il sangue e il cervello.
Durante i primi giorni sono una bestia in gabbia. Sempre più incazzato, sempre più muto.
Poi inizio a sciogliermi e parlo anche un po'.
Un giorno durante una seduta, racconto una storia in terza persona. Fanno tutti così qui, ed anche se mi sembra una grandissima cazzata, visto che tutti sappiamo che chi parla parla di sé, mi adatto. Però gioco con il protagonista. Così mi diverto, se no che noia.
-Voglio raccontare una storia anch'io. E' la storia di Peter Pan, che viveva nell'Isola che non c'è, felice e beato. Il destino di Peter era quello di non diventare mai grande, avrebbe giocato, riso e saltato fino alla morte, senza crescere mai. A cinque anni infatti si ammalò e sarebbe dovuto morire, ma degli elfi buoni e coraggiosi lo salvarono e riscrissero per lui un altro pezzo di esistenza. Peter ricominciò a giocare libero e felice, credendo che il buio non sarebbe mai più tornato ad inseguirlo. Crebbe e stava quasi per diventare un uomo, quando il Destino si ricordò di nuovo di lui, e della sua vita che gli apparteneva. Così cercò di nuovo di prenderlo, e di nuovo Peter stava per soccombere, ma ancora una volta fu salvato dagli elfi buoni, con l'aiuto di una fata mascherata. Peter guarì e sconfisse il suo Destino, ma rimase convinto che da solo non avrebbe mai potuto sconfiggerlo, e che quello stesso Destino avrebbe sempre cercato di ghermirlo, per tutto il resto della sua esistenza. Peter non riuscì più a divertirsi saltando e giocando ed imparò a camminare guardandosi sempre indietro, che non ci fosse il suo Destino ad inseguirlo. Non era molto coraggioso il nostro Peter, e lungo la strada si aggrappava sempre a qualcosa, per avere un aiuto in caso di bisogno. Si aggrappava a fili d'erba che non tenevano. Si arrampicava su rami d'albero che si spezzavano. Si sedeva su zolle di terra molle che sprofondavano. Non riusciva mai a sentirsi tranquillo.
Faccio una pausa e bevo un sorso d'acqua, mentre tutti mi guardano in attesa di sentire il resto.
Ho le pause interessanti. Mi viene da ridere. Sono un uomo in pausa, interessante.
Proseguo a braccio, da qui in poi in parte invento. Chissà se il grande fratello capirà che mi sto psicanalizzando da solo, improvvisando.
-Un giorno rincontrò la fata e fece insieme a lei un pezzo di strada, provando a saltellare. Ma a causa della sua abitudine, si appoggiò troppo a lei che era eterea, ed entrambi caddero. Lei riuscì a salvarsi dispiegando le sue ali trasparenti e volando in alto, Peter invece sprofondò in un fosso buio e maleodorante. E rimase lì, a cercare di risalire, grattando con le unghie la terra dalle pareti del fosso, cercando inutilmente di aggrapparsi ai resti delle radici intorno a lui, ferendosi e sentendo freddo. Fine della storia di Peter Pan.
Qualcuno inizia un timido applauso, seguito da altri, poi da altri ancora. Alla fine applaudono tutti, pure il grande fratello, che mi si avvicina.
-Se Peter smetterà di attaccarsi alle radici marce, forse riuscirà a risalire.
Rido amaro.
-Dice che si tratta solo di scegliere le radici giuste?
-Dico che Peter deve inventare qualcosa per non rimanere per sempre laggiù.
Tipo pisciare sulla terra smossa per renderla compatta e poterla scalare senza scivolare? Vorrei dirgli, ma taccio. Tempo sprecato con gli strizzacervelli. Non capiscono un cazzo e si credono Dio.
Ne avevo uno con cui parlavo quando cinque anni fa ero in ospedale. Lo prendevo per il culo e disegnavo sempre paesaggi desolati usando pennarelli neri, grigi e marroni. Mi divertii tantissimo in quelle sedute. Ma il cretino si preoccupò e chiamò mia madre e mio padre dicendo loro che avevo tendenze suicide.
Dovetti ammettere che lo facevo apposta e che in realtà sognavo di disegnare prati verdi e cieli azzurri. Mi salvai dal dovuto rimprovero solo perchè ero malato e compassionevole. Me la sono sempre cavata così, ora che ci penso.
Sorrido al grande fratello, che però mi guarda con una faccia indagatrice. Forse ha capito cosa penso di quelli come lui?
Mi chiede di disegnare il fosso in cui è caduto Peter Pan.
Questo mi fa scappare un sorrisetto. Devo cercare un pennarello marrone, o nero, meglio. E' il colore della terra del resto, no?
Lascio perdere i miei giochetti, non ce n'ho per il cazzo oggi.
Disegno una “u” lunga e stretta con la penna, e sul fondo ci schiaffo un omino stilizzato, in piedi.
-Lui è Peter Pan- dico e lo guardo con sfida. E che cazzo capisci da ciò, stronzo?
Lui sorride, mi prende la penna e accanto disegna una piramide a gradoni rovesciata. Sul fondo lo stesso orribile omino.
-Se Peter Pan scavasse dei gradini nella terra e ne salisse uno alla volta, forse riuscirebbe a salire in cima senza scivolare- mi dice con ovvietà.
Minchia! Ho beccato l'unico strizzacervelli normodotato dell'universo.
Decido che da oggi lo rispetterò. Ha ragione e merita la mia stima.
Ogni tanto viene a trovarmi l'architetto che mi sostituisce nel mio periodo di “vacanza forzata”.
Tanto per cambiare è uno che non capisce granchè, ha poca inventiva e viene a chiedermi anche le cose più ovvie. Però disegna bene e sta ultimando molti dei progetti che ultimamente la mia amica bottiglia mi aveva fatto trascurare.
A volte vengono i miei.
Sono tornati anche oggi pomeriggio.
Mia madre è la solita romantica. Se non fosse che l'amo con tutto il cuore, riderei di lei.
-Bella non ti ha mai chiamato?- mi chiede.
-Avrebbe dovuto?
Non risponde ma scambia uno sguardo eloquente con mio padre.
-Se volete esco, così parlate più comodamente usando le parole anziché segnali con gli occhi.
-Hai ragione Ed, scusa. Si tratta di questo: da quando sei qui, sentiamo Bella quasi ogni giorno.
-Ah. E posso sapere cosa vi dite? O è segreto di stato?
-Nessun segreto. Lei vuole sapere come stai e noi chiediamo come sta lei.
-Amiconi, quindi.
Capiscono che hanno ricominciato a girarmi i coglioni e tacciono. Il mio carattere è questo. Proprio tanto lontano dall'albero una mela non cade, no?
Parliamo ancora qualche minuto del più e del meno, poi se ne vanno. Tra cinque giorni esco, uomo nuovo.
Cazzo, di nuovo. Sono stato rinnovato più volte io che la carta riciclata. E finiamola, no?
Rifletto sulle ultime interessanti novità. Vuole sapere come sto. Che significa? Le interessa qualcosa di me, o vuole solo sapere quanto e se può fidarsi del padre di suo figlio? Per che farsene?
Vuoi sapere come sto? E perchè non chiami me?
Provo a chiamarla io, ma l'utente non è raggiungibile.
Sto per sbattere in terra il cellulare. Invece mi trattengo. Wow, che miglioramenti!
Leggo un libro del cazzo per una mezz'ora. Poi riprovo.
Mi risponde al terzo squillo. Voce festosa. Anche la mia, come se avessi un palo piantato su per il culo.
-Ciao, Edward.
-Ciao. Come va?
-Bene, grazie. Sono contenta che hai chiamato.
Farlo tu no, eh?
Mi legge nel pensiero e mi risponde.
-Avrei voluto farlo io tante volte, poi mi è mancato il coraggio.
Resto indeciso se dire una cattiveria o essere sincero, così taccio e ascolto.
-Mi dispiace per la denuncia.
-E' stato un incidente, Bella. Tu sai che non ti farei mai del male.
-Lo so. Ma è così quando sei in te. Di una bottiglia si dice che non ci si possa fidare.
-Non berrò più.
-E' un impegno o solo una speranza?
-Un impegno.
Hanno smesso di girarmi i coglioni. Come fa?
-Ne sono felice.
Per me. Per te. O per noi?
-Per te- mi precede, mentre ancora sto pensando se farle o no la domanda.
Non ho imparato un cazzo. Non ancora. Non parlo quando dovrei, e parlo a vanvera quando sarebbe meglio tapparsi il buco, anziché cagare fuori stronzate.
-Ho ritirato la denuncia.
Resto in apnea.
-Ho litigato con mio padre per questo. Lui dice che ha visto tanti casi simili. Una donna su tre viene uccisa per aver sottovalutato le prime avvisaglie dell'orco nel suo compagno. Ma io so che tu sei buono.
La sento sorridere ed io mi sciolgo.
-Sei un buono sotto copertura. Un riccio dotato di aculei pericolosi.
Ho un aculeo in questo momento che se lo vedessi lo giudicheresti pericoloso davvero, gioia!
-Sono carini i ricci. Hanno un musetto simpatico- dico. Sembro cretino. Adesso le canto una canzoncina. Ma quanti anni ho?
-Esco tra cinque giorni. Potremmo vederci- butto là.
Sono ancora in apnea. Devo aver quasi stabilito il nuovo record mondiale.
-Verrei volentieri, ma sarò a Boston per lavoro.
Boston è lontanissima.
-Starai via molto?
-Il tempo necessario. Mi paga una società di marketing, per seguire legalmente tutte le pratiche e gli accordi nella difficile fusione con un'altra società. Forse un mese, forse di più.
-Quando parti?
-Giovedì mattina. Ho l'aereo alle nove.
Oggi è martedì. Non riuscirò a rivederla, a meno che...
-Vieni a trovarmi, domani.
-Non ce la faccio proprio. Ho diversi appuntamenti in giornata e...
-Non fa niente, non preoccuparti.
-No. Aspetta, lasciami parlare. Sul serio, verrei. Non posso davvero. Mi dispiace.
La voce sembra sincera.
-Edward?
-Dimmi.
-Scusami.
Io scusare te, gioia? E perchè?
-Scusami tu, anche se ammetto che è molto difficile.
-Non è difficile. Abbiamo sbagliato entrambi- concede.
Fa una pausa e sospira. -O forse più io.
-Potremmo provare a mettere una pietra sopra a tutto e ripartire, con più sincerità.
Sorride, la sento.
-Prendiamoci del tempo per noi stessi. Per riflettere, per capire. Per analizzare.
-Analizzare? Oddio, questa parola la odio. Qui mi analizzano anche se mordo un'unghia distratto!
-Hai ragione, scusa.
-Non scusarti. Non fa niente. Ero io a bere, mica tu. E quindi sono io da analizzare.
Amare vuol dire non dire mai “mi dispiace”, dove l'ho letta questa frase?
Qua ci stiamo scusando entrambi, quindi non c'è amore. Non c'è più o non c'è mai stato?
A questo punto sarebbe essenziale capirlo.
Prende fiato, poi riprende.
-Ieri sono stata dal ginecologo.
Un uomo? Un ginecologo donna non c'era? E' sempre la storia della mela e dell'albero, non cambierò mai.
Aspetto che prosegua, per fortuna riuscendo perfino a tacere.
-Tutto bene. Cresce. Dall'ecografia lo vedevo mentre si succhiava un ditino. Era seduto sul fondo del mio utero a gambe incrociate. E' una cosa incredibile.
Ride tesa. Io invece mando giù un grumo di commozione.
Avrei voluto esserci.
Forza Cullen, parla.
-La prossima volta mi piacerebbe esserci anch'io.
-D'accordo. Te lo farò sapere.
Una pausa imbarazzata.
-Devo andare ora. Ho un appuntamento.
-Certo. Scusa. Buona serata, Bella.
-Anche a te, Edward.
Riattacchiamo e resto a guardare il cellulare come se potesse dirmi le sue impressioni.
Cinque giorni dopo è mio padre a venire a prendermi, all'uscita dall'ospedale.
E' una bella giornata di sole e gli uccelli cantano.
Canterebbe volentieri anche il mio, ma non è un usignolo. Canta meglio in compagnia che in assolo.
C'ho l'idea fissa, c'ho.
Per la strada gli racconto che ho sentito Bella e che so che ha ritirato la denuncia.
-Lo so. E' arrivata una notifica anche a me, per conoscenza.
-Posso andare dove voglio quindi, giusto?
-Sì. Ma restano le due denunce per ubriachezza, quindi vedi di non fare altre cazzate, Edward. Okay?
-Tranquillo. Sono al secondo gradino, sarebbe stupido tornare indietro adesso.
-Secondo gradino?
-Una metafora. Non preoccuparti. So quello che faccio.
Scuote la testa e non sembra convinto.
Non mi chiedo perchè. Ho diversi difetti, ma tra questi non c'è la stupidità. Come potrebbe papà essere convinto che io sappia quello che faccio? Sarebbe una novità.
Bene, ti sorprenderò.
In ufficio riprendo la vita instancabile di sempre.
Lavoro, mi incazzo, lavoro.
La sera a casa mi scasso le palle in un modo orribile. Ma la gente che non beve e non scopa come cazzo le passa le serate?
A volte torno in ufficio preso dallo sconforto.
Una sera sono tornato al pub ed ho visto Rose.
-Ciao, Cullen. Redento?
Certo che questa è proprio stronza, che ci trova mio fratello?
So che continuano a vedersi. Quando c'è qualche festività lei parte e va da lui. E ogni qual volta il Gran Premio è in qualche località americana, lui le chiede di raggiungerlo.
Sorseggio un analcolico pensando che fa proprio schifo e mi guardo intorno.
Ad un tavolo in fondo noto il lombrico sbiadito, in compagnia.
La ragazza mi sembra di conoscerla. Mentre li guardo lei dice qualcosa a Hale e lui si gira. Alzo il bicchiere in segno di saluto, sorridendo.
Mi sento bendisposto verso il prossimo recentemente, fa parte della redenzione.
Lui fa altrettanto e intanto riconosco la ragazza in sua compagnia. E' Alice, la segretaria di Bella.
Si è dato da fare l’avvocato. Hai fatto bene. Bella non è alla tua portata, e la segretaria è piuttosto carina, anche se sorride un po’ troppo. Ha la sindrome allegra di Eric.
Sento Bella spesso in questi giorni.
E' soddisfatta del suo lavoro, anche se è un po' stanca.
-Non esagerare. Pensa che dovresti...
-Sì, va bene. Riposare per due. Mangiare per due. Tutte cazzate, Edward.
-Può darsi. Tu però abbi cura di te.
-Anche tu, Edward, anche tu.
-Tranquilla, ba…Bella- non cagare Edward, per favore. –Mi coccolo a tutto spiano ultimamente.
Sapessi che seghe infatti. Da Nobel.
-Bravo. Ci provo anch’io.
A farti le seghe?
-Ma è così noioso qui. Qualche aperitivo con conoscenti di questi giorni, un po’ di shopping. Ma non voglio comprare abiti premaman, e chissà che taglia avrò, dopo.
Sarai stupenda come sempre. Sto divagando, e brucio, a causa della torcia in mezzo alle gambe.
-La pancia come va?- trattengo il fiato.
-Un terremoto. Penso di aver ingoiato un pacco di caramelle da bagno al bicarbonato. Friggono tutte insieme!
Ridiamo.
-Si muove molto?
-Muoversi è un eufemismo. Secondo me è un calciatore. Oppure un maniaco dell’ordine e lì dentro fa le pulizie di primavera. Deve esserci un casino…
Rido e mi sento leggero come se avessi bevuto.
-Sei ancora in analisi?
Questo argomento mi fa incazzare.
-Sì- rispondo secco.
-Argomento tabù?
Sbuffo.
-Ok. Cambio. Mangi sempre come un disperato?
-Di più adesso. Sto ingrassando come un orso prima del letargo.
-Partoriremo insieme?
-Forse prima io.
Ridiamo di nuovo.
-Quando scade il termine?
-Fra tre mesi esatti. Se il terremoto non esce prima.
Andiamo avanti così a chiacchierare leggeri. Nuotiamo in superficie, bracciate calibrate, movimenti lenti.
Ci stiamo studiando. E nel frattempo ci avviciniamo.
Ci penso da due ore. Sdraiato nel letto, con gli occhi aperti come se fosse mezzogiorno.
Eppure qualcosa non mi quadra.
Lei sembra sospesa. Come chi è sul punto di dirti qualcosa e non riesce a farlo.
Il suo ermetismo mi spiazza. Mi ha sempre spiazzato.
Mi ha cercato, mi ha irretito, mi ha ammaliato.
Ha cercato un figlio, con l’idea di plasmarmi un futuro.
Non mi sono comportato come lei avrebbe desiderato e mi ha preso a calci per giorni, settimane. Lo meritavo, va bene.
Mi ha denunciato. Forse meritavo anche questo.
Poi di colpo, gira il vento. Chiama i miei, si interessa a me, ritira la denuncia.
Ultimamente, quando ci sentiamo sembriamo quasi una coppia normale, un po’ in crisi, ma che cerca di recuperare.
E questa sensazione di sospensione.
Cos’altro c’è Bella? Chi altro sei?
Guardo l’orologio ma è l’una di notte. Lei starà dormendo, non posso chiamarla.
Però non voglio più rimandare, quando ho in mente di fare qualcosa.
Non voglio più fare stronzate con te.
Sono al terzo gradino. Ho imparato a pensare ed agire.
Le mando un messaggio.
Sicura che va tutto bene?