martedì 29 marzo 2016

CAPITOLO 29



La notte più lunga
Poggio la mano con tutta la delicatezza possibile sul tuo cuore. Puoi sentirla?
Controllo che batta, li conto quei battiti.
Pum.
Ogni battito un pensiero. Ogni battito un ricordo.
Pum.
Io ti spingo sull'altalena. Avremo avuto sei anni io e quattro tu.
Pum.
Giochiamo a pallone in giardino, dai nonni.
Pum.
Facciamo a pugni in corridoio, la mamma che ci urla di piantarla.
Pum.
In moto, sullo scooter di un amico, per provare. Prima io, poi tu. Due scemi incapaci di frenare e tante risate.
Pum.
A casa mia, durante lo spettacolo di Bella e Rose.
Pum.
Se muori non ti perdonerò mai. Giuro.
Un'infermiera passa e mi indica il suo orologio.
Annuisco e sorrido. E' più di un'ora che sono qui.
-Vado Emm. Torno domani. Non ti liberi di me. E' inutile che ci provi, fratello.
Tiro su col naso e ti stringo un po' la mano fredda e rilassata.
Tieni duro.
Era quello che dicevi a me, ti ricordi?
I miei non sono ancora arrivati e seduto in corridoio mi sembra di impazzire.
Bevo stanco una brodaglia calda che vorrebbe essere caffè ma sa di ceci ammuffiti, e intanto mando un messaggio a lei.
In questo momento mi manca come mi mancherebbe l'aria se mi trovassi sott'acqua in apnea.
Stai bene almeno tu?
Forse è andata a dormire un po', la notte scorsa non l'ho fatta riposare molto, in verità.
Se dorme un messaggio non la sveglierà, e se invece è sveglia capirà che vorrei tanto stringerla, adesso. Per sentirla addosso, per sentirmi vivo, per le volte che non l'ho fatto, e per tutte le volte che non lo faccio abbastanza.
Il cellulare squilla. E' sveglia.
-Ciao tesoro- mi dice. C'è più luce adesso in questo corridoio buio.
-Ciao.
-Com'è la situazione?
-Stabile. Coma profondo, dicono i medici.
-Si sveglierà. Ha solo bisogno di tempo, sono sicura.
Sorrido. Quando mi chiedeva di prometterle che Thomas sarebbe guarito, io gliel'ho giurato, come se avessi potuto saperlo. Le chiamano bugie pietose. Servono a darti la forza di fare ancora una bracciata quando stai per affogare.
-Grazie- le dico.
-Scusa invece.
-Scusa perchè?
-Dovrei essere lì con te. E non a casa, a contare quanti calci mi dà questa peste.
Rido.
-Hai mangiato?
-No, ho già mangiato troppo a pranzo. E lui come sempre dopo mangiato, diventa allegro e comincia attività ginnico-digestiva! Lui probabilmente digerisce. Io invece non posso né stare seduta né sdraiata o mi viene nausea!
-Egoista come suo padre?
Ridiamo.
-Adorabile come suo padre. Guai a chi dice male di lui. Non lo accetto, anche se è la verità.
-Grazie.
-Perché mi piaci coi tuoi difetti?
-Perché per un attimo ho dimenticato Emmett e i suoi tubi di là.
-Ci contavo.
Sorridiamo e continuiamo a parlare, leggeri ma profondi. Gli argomenti sono neutri, ma le parole che scegliamo sono quelle giuste, quelle che servono. E mi torna la forza per nuotare ancora.
Quando arrivano i miei ho appena riagganciato e posso accoglierli con un sorriso.
Passiamo la notte in corridoio. A turno ci spostiamo fino alla porta della rianimazione e ci appoggiamo la fronte, come se così facendo potessimo entrare in contatto direttamente con Emmett.
All'alba riusciamo a convincere la mamma ad andare a stendersi per un'oretta in albergo e mi offro di accompagnarla, lasciando papà di guardia alle lancette dell'orologio, che non sono mai state più lente delle ultime ore.
Quest'ultimo pensiero lo dico a voce alta, e mia madre sorride.
-Ti sbagli Edward. Sono già state così lente in passato.
Mi guarda.
Ho capito, mamma. Scusa. E' solo per me che è una cosa nuova, per voi non lo è.
-E' sempre così doloroso amare qualcuno?- chiedo. So che ha capito, non serve spiegarmi di più.
Infatti.
-No, Edward. A volte lo è di più. A volte sembra che ti strappino il cuore a morsi.
Non aggiungo altro. Non ce la faccio proprio. Cazzo.
Quando arriviamo in hotel prendiamo due stanze matrimoniali sullo stesso piano.
-Edward vuoi fermarti un minuto, se non hai troppo sonno?
-Certo mamma. Non credo che dormirei comunque. E tra due ore vado a dare il cambio a papà.
-Volevo parlare con te. Spiegarti la faccenda del cuore strappato a morsi.
-Ho capito, mamma. Non serve.
-Sì che serve. Lascia decidere a me.
Mi siedo sospirando. Saranno ore difficili, se alle nuove paure aggiungiamo vecchi dolori.
-Ci vorrebbe un whisky, a questo punto- le dico acido.
Mi guarda come avessi appena bestemmiato.
-Non dirlo neanche per scherzo. Sono così orgogliosa del mio nuovo Edward!
-Nuovo? Il rinnovamento mi costa sempre troppo mamma. D'ora in avanti non datevi più da fare per rinnovarmi mai più, per piacere.
Mi viene vicino e mi abbraccia la testa, stringendosela contro la pancia, poi comincia a parlare, mentre le scende qualche lacrima che asciuga con stizza.
-Vedere tuo fratello incosciente, addormentato, e pensare a quanto è sempre stato vitale, esuberante e positivo, mi addolora. Mi sento come se mi avessero chiuso in una pressa lo stomaco e la gola.
Fa una pausa e mi solleva il mento a guardarla.
-Tuttavia lui in questo momento non soffre, sta dormendo. Il suo corpo cerca di organizzare le energie e le difese per ricostruirsi, per ricrearsi. E' una tregua durante una lunga e difficile guerra. Domani daremo di nuovo battaglia, ma per ora raccogliamo i feriti e riorganizziamo le armi a nostra disposizione.
E' incantata.
Lo sguardo nel vuoto, per un attimo penso che sia tornata indietro nel tempo, a quando insegnava ai suoi bambini. A quando spiegava storia ad Emmett che era un testone idiota. O scienze a me, altro testone idiota.
Invece no.
Sposta lo sguardo su di me e continua.
-Diverso è quando vedi tuo figlio stare male, soffrire. E' allora che ti strappano il cuore a morsi. Quando ha cinque anni e non ti parla nemmeno per non piangere dal male. Quando se ne sta raggomitolato in un angolo del lettino, più bianco del lenzuolo in cui è avvolto. Quando non può sopportare nemmeno che lo sfiori, perché la pelle gli brucia, ma cerca di sorriderti perché teme di offenderti nel respingerti.
Scaccia via un'altra lacrima e asciuga le mie con dolcezza.
Poi mi sorride.
-Non ti dico questo perché tu sappia quanto stavo male quando stavi male, né perché tu pensi che voglio più bene a te che a tuo fratello. Non è così. Te lo dico perché tra poco sarai padre, e questo dolore, questa possibilità di dolore, fa parte del pacchetto, Edward. Perché ti capiterà di essere arrabbiato o furibondo, ma anche addolorato o disperato. Perché un figlio è un regalo chiuso in una scatola con un bel fiocco, dentro non sai cosa c'è di preciso. Ma è l'avventura più bella del mondo, sempre e comunque.
Sorride e di rimando sorrido anch'io.
-Comunque vada, sarà un successo, Edward. Avervi messo al mondo, crescervi, gioire delle vostre conquiste, vedervi diventare uomini, è stata la cosa più bella che io e vostro padre abbiamo fatto. Non c'è mai stato un attimo in cui ho pensato: per patire così, sarebbe stato meglio non fossero nati. Mai. Per un giorno o per tutta la vita, tu ed Emmett siete il mio miracolo.
Ci abbracciamo.
Ho capito, mamma. Ho capito. E' sempre la stessa storia.
Qualcuno non molto tempo fa mi ha detto “E' meglio vivere un'ora che non essere mai nati, ed è meglio essere indimenticabili che dimenticati”.
E' un casino la vita. Ti buttano nell'arena senza guardare se hai armi per difenderti dalle belve feroci, le tue paure e le difficoltà oggettive. In qualche modo tu ti nascondi, dietro un paravento, dietro una roccia, dietro gli altri, ma prima o poi devi venire allo scoperto. E' in quel momento che scopri se puoi farcela.
Ce la posso fare.
Sono quasi in cima, Bella. Ancora un paio di gradini forse. Tu di quanto sei salita?
Devo chiederglielo.
Quando torno in ospedale, trovo tutto invariato. La porta chiusa, il corridoio buio e vuoto, mio padre con l'orologio in mano, le lancette ferme.
-Ciao papà.
-Ciao Ed.
-Novità?
-Nessuna. Ho chiesto ad un'infermiera gentile che voleva offrirmi un plaid. I medici arrivano a controllare tutti intorno alle otto. Poi parlano alle famiglie.
-Perfetto.
Ma perfetto cosa, cretino? Se non sai che cazzo dire, perché non tieni chiusa quella bocca del cazzo?
-La mamma?- mi chiede.
-Dorme un po'. Le ho detto che saresti tornato tu indietro a prenderla, più tardi.
-Bene.
Mi guardo le mani. Lui guarda sempre le lancette.
Il silenzio è talmente assordante che rischio di mettermi a gridare dal fastidio.
-Ho parlato con la mamma- dico per rompere il ghiaccio.
-Mh.
-Dice che anche se ti fa stare da bestia, un figlio vale sempre la pena.
-E' così.
-Guardavi per ore l'orologio anche quando ero io in ospedale?
Ridacchia teso.
-Sì. E per la cronaca lo guardavo anche quando non tanto tempo fa volevi ammazzarti con l'alcool, Edward.
Colpito e affondato.
Ci abbracciamo.
-Che ne dici, proviamo ad avvelenarci con il caffè della macchinetta distributrice?
-Ma sì, magari riesce a coprire il sapore di topo morto che ho in bocca.
Mi avvio lungo il corridoio e mentre cammino mi guardo la punta delle scarpe, pensando a come stavo in questo stesso momento ventiquattro ore fa.
Cazzo.
Ci sono momenti che passano inesorabili, tutti uguali, talmente uguali che ti sembra si tratti sempre dello stesso attimo reiterato all'infinito. Poi di colpo succede qualcosa che cambia tutto lo scenario, all'improvviso, e niente sarà mai più come prima.
Emmett, cosa fai adesso?
Sogni?
Pensi?
Ripercorri a ritroso la tua vita?
O semplicemente dormi?
Quando si sveglia glielo chiedo. Lo voglio sapere.
Ti devi svegliare, Emm. Perché io ho tante domande da farti, hai capito?
Prendo il bicchierino con la ciofeca e lo bevo d'un fiato, amaro. Tanto farebbe schifo lo stesso.
Rimetto le monete e aspetto il secondo bicchierino per mio padre, quando qualcuno si ferma accanto a me.
-Ciao Edward- dice una voce nota.
Mi giro appena e la guardo.
-Ciao Rose.
Ha gli occhi segnati e neanche l'ombra della solita baldanza e dell'esasperante sarcasmo.
-Come sta?- chiede con un filo di voce.
-E' là. Dorme. Nessuno ci ha ancora detto niente.
Non ho voglia di parlare, ma di colpo la vedo diversa, non mi sento più giudicato da lei.
-Vuoi uno pseudocaffè?
-Ma sì, grazie. Tanto potrei bere acqua salata e avrebbe lo stesso sapore.
-Hai ragione, fa schifo, ma qualcosa di caldo giù per la gola in certi casi ha effetto benefico.
Non risponde, ma mi posa una mano sul braccio che le porge il caffè.
-Possiamo essere amici, Edward?
-Certo.
Mi sorride. E' bella, quando non recita la parte dell'arpia odiosa.
Le dico che di là c'è mio padre e che più tardi potremo parlare con i medici. Sembra rasserenarsi un po'.
-Bella come sta?
-Bene. L'ho sentita qualche ora fa.
-E' diversa ultimamente.
La guardo mentre raccolgo il terzo bicchiere di plastica e la palettina per lo zucchero, poi inizio ad avviarmi.
Mi segue e riprende a parlare.
-E sei diverso anche tu.
-Non so se lo vedi un cambiamento positivo, ma per noi lo è. Siamo cresciuti, come persone e come coppia.
-Sono felice, per lei e per voi. Davvero.
Fa una pausa e la voce le si incrina.
-Mi dispiace per Emmett. Spero che...
-Lo speriamo tutti, Rose.
Vorrei prenderla per le spalle e scuoterla. Non capisco cosa le passa per la testa. E' solo sconvolta per l'incidente? Prova qualcosa per mio fratello? Ne è consapevole?
Arriviamo da mio padre e li presento.
-Papà questa è Rose, l'amica di Emmett.
-Rose, mio padre.
Si baciano e si abbracciano.
Mi siedo più in là e li lascio liberi di chiacchierare. Lei cicala con la sua voce squillante “Emmett di qua ed Emmett di là” e lui l'ascolta. A me sembra in preda a una crisi isterica.
Sento montarmi un'ira pericolosa e mi alzo.
-Vado a prendere la mamma- dico.
Che cazzo m'è preso con Rose?
Si scopa mio fratello. E allora?
Si allietano reciprocamente l'esistenza, o almeno se l'allietavano. Senza preoccupazioni, né tormenti interiori. Meglio di come facevamo all'inizio io e Bella, visto che noi tormenti ne avevamo eccome.
Quando ti svegli, Emm, io e te dobbiamo fare un discorso.
Mi hai rotto le palle con il tuo edonismo. Oltre al divertimento nella vita deve esserci di più, altrimenti mi spieghi come fai ad avere rispetto e stima di te stesso?
Questa donna è una palla di piombo incatenata al tuo piede, ti impedisce di elevarti. E' un'ancora. Scioglila. Levatela di torno.
Mia madre mi accoglie con un sorriso timoroso, addolorato.
-E' successo qualcosa?
-No, tranquilla. Però verso le nove si potrà parlare con i medici.
-Un attimo e sono pronta.
-E' arrivata Rose- aggiungo.
-L'amica di Emmett?
-Già.
-Credi che siano fidanzati?
Rido appena.
-Scopano, mamma, senza tanti problemi.
Mi guarda severa.
-Scusa. Intendevo dire che stanno bene insieme ma non vogliono problemi.
-Ho capito. Allora si amano.
Lei ha un modo tutto suo di giudicare le cose.
Torniamo in ospedale appena in tempo per notare grande agitazione oltre la porta della rianimazione e gli sguardi persi di mio padre e di Rose.
Tutte le visite e i colloqui sono stati sospesi per un’emergenza in reparto. Ci guardiamo sconvolti, disperati.
-Non c’è soltanto Emmett lì dentro- dico, ma in bocca non ho più saliva e le mani mi sudano e tremano.
Mia madre piange sommessa tra le braccia di mio padre che le accarezza la testa e le sussurra qualcosa. Io mi ritrovo Rose attaccata addosso, che mi guarda con gli occhi pieni di dolore e panico. Sta recitando una frase che sembra una litania.
-Non gliel’ho detto. Non gliel’ho detto. Non gliel’ho detto.
-Cosa non gli hai detto, Rose?
Scuote la testa, e piange silenziosa.
-Volevo dirglielo, tante volte. Ma lui sembrava così allegro. Credevo di rovinare tutto e non gliel’ho detto. Perché non gliel’ho detto?
-Cosa, Rose? Dillo a me.
-Che lo amo, Edward- e piange più forte.
La stringo e non la detesto più. Anzi le voglio bene, di colpo, come se un fulmine m’avesse colpito.
Benvenuta tra i vivi Rose.
-Sshh. Andrà tutto bene, vedrai. Glielo dirai quando si sveglia, d’accordo?
Annuisce con la testa e tira su forte col naso, sembra una bambina.
Povera Rose.
Ma questa notte del cazzo quando finisce? Quando si fa giorno pieno?

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