domenica 3 aprile 2016

CAPITOLO 31



Basta così
Oggi è mercoledì pomeriggio.
Quella appena trascorsa è stata una notte difficile.
Eravamo tranquilli, dopo le rassicurazioni dei medici e il distacco di parte dei macchinari. Da ieri sera avevano sospeso anche i farmaci ipnoinduttori.
Poi verso le tre, Emmett ha avuto una crisi respiratoria e ci siamo spaventati tutti moltissimo.
La situazione si è normalizzata intorno alle sei, ma Emmett è stato di nuovo intubato.
Non so più cosa pensare. Né con chi prendermela.
I medici ci dicono che può capitare, che non significa nulla, che potrebbe svegliarsi da un momento all'altro, come anche dormire per sempre.
Insomma non sanno un cazzo neanche loro.
Ma io non voglio che dormi, brutto scemo.
Che cazzo ti sei salvato a fare, allora?
Potevi rimanerci secco e via. Facevi prima, no?
Se sei volato, ti sei schiantato, ti sei rotto ciò che potevi ma sei rimasto vivo, non era mica per rimanere a marcire in questo merdoso ospedale, in questo letto del cazzo, no?
Ti diverti a farmi dannare così?
A farti pulire come un neonato, a farti nutrire con le flebo e a farti toccare da tutte le mani che passano?
Fa' qualcosa, cazzo. Un movimento inconsulto, anche quello mi sta bene, purché ti muovi. Non la sopporto questa mano morta tra le mie, Emm.
Rido tra le lacrime.
Ricordi?
Abbiamo sempre preso per il culo quelli che ti danno la mano molle come fosse un pesce morto. Ora la tua sembra così. Un pesce morto.
Ti prego, Emmett.
Tre ore fa ho finalmente riaccompagnato in albergo Bella, perchè si riposasse un po' e convincerla non è stato facile. Mai niente è stato facile con lei e probabilmente non lo sarà mai.
-Non sono stanca.
-Può darsi, ma hai le occhiaie.
-E' perché sono anemica.
-Ragione di più per riposare un po'.
-Allora tu vieni con me.
-Io ti accompagno, poi torno qua.
-Potresti riposare anche tu, hai gli occhi segnati più dei miei.
-Non ha importanza. Io non devo star bene per tre, solo per me stesso.
-Non sono d'accordo.
-Puoi una volta fare ciò che ti chiedo senza discutere? Per piacere.
-Voglio che resti con me.
-Se mi fermassi, ti garantisco che non riposeresti affatto.
Alla fine l'ho convinta, ma è stata dura. E' una gran testona. La adoro.
Ora sono da te, altro testone che non sei altro.
Perché non ti svegli?
Ascolto il battito del tuo cuore, regolare, profondo, e ti stringo il pesce morto.
Se non ti svegli te la stritolo questa mano, cazzo.
Il suono è simile a quello regolare dello sciabordio contro la barca del signor Grey. Ti ricordi quando andavamo a pescare con lui e papà?
-Cazzo, Emm! Ne ho preso uno che peserà tre chili!
-Ma che cazzo dici, scemo! Sarà una scarpa. Che vuoi pescare te?
-Allora vieni a vedere, cretino. Guarda un po'?
-Non vedo niente. Ti sei inventato tutto.
-Non è vero! Ti dico che aveva abboccato e che era un pesce grosso, giuro.
-Sì, nei sogni.
-Sei solo invidioso.
-E tu un pallonaro di merda.
-Vuoi vedere che ti do un pugno e ti faccio volare in acqua a far compagnia ai pesci? Così magari ritrovi anche il mio che hai fatto scappare.
-Io non ho fatto scappare proprio niente. Non hai mai preso nessun pesce.
La voce di nostro padre ci urla di piantarla.
-Ma possibile che sapete solo litigare, voi due?
-E' LUI!- gridiamo insieme.
-Siete tutti e due. Nessuno litiga da solo.
Ci guardiamo in cagnesco per un po'. Poi mi tiri uno scappellotto sulla nuca.
-Ricominci?
-Uh, che palle. Ma sei una checca? Neanche un coppino ti si può dare?
Reagisco tirandoti uno schiaffo sulla fronte.
-Frontino batte coppino, uno a zero.
-Allora guerra sia!
Ci azzuffiamo. Pugni e calci, ma senza farci male davvero. Sembriamo due lottatori di wrestling, tutta scena e basta.
Papà però non è dello stesso avviso.
-Basta così, voi due. Siete in castigo. La prossima volta ve ne state a casa.
Ma io non lo sento e continuo a strattonarti e tu fai lo stesso.
Finiamo sul bordo della barca.
-Piantatela!
In un attimo perdi l'equilibrio e scivoli nell'acqua. Annaspi. Sbracci. Gridi.
Grido anch'io, mentre accorrono sia papà che il signor Grey.
-Per favore, aiutatelo! Papà, il salvagente!
Non riesco più a vederti.
Emmett, dove cazzo sei finito?
In quest'acqua così nera, così torbida, non riesco a vederti.
Oddio, ti prego. Fa' che torni in superficie.
Ti prego, stavamo solo giocando.
Ti prego, voglio mio fratello.
Papà ti prego.
PAPA'.
Mi sveglio tutto sudato. Mi sono addormentato con la testa sul braccio, appoggiato al letto di Emmett. Mentre ancora gli stringo la mano.
Che sogno di merda.
Chissà se ho urlato davvero.
Mi hai sentito?
Sei davvero nell'acqua nera, Emm? Hai paura?
Puoi sentirmi?
Ti prego, svegliati.
Non mi muovo di qui finché non ti svegli.
E comunque guarda che il pesce l'avevo preso davvero, solo che è scappato. Anche se forse non pesava proprio tre chili. Si sa che i pescatori e i cacciatori esagerano sempre un po'.
Ma ti prego, svegliati.
Sai che Anthony, sì Anthony, lo chiamerò così mio figlio, come il nonno, è già pronto per nascere?
Forse per questo ho sognato un pesce di tre chili. E' all'incirca il peso di un neonato.
Svegliati, Emm.
-Nonno, guarda dove sono riuscito a salire! Mi vedi? Sono quassù.
-Edward! Fa' attenzione. Controlla bene i rami e la presa prima di arrampicarti.
-Ma sì, sto attento.
-Tuo fratello dov'è?
-Dall'altro lato. Stiamo facendo una gara. Chi arriva per primo all'altezza del balcone, poi ci caliamo giù dalla cima.
-Sta' attento, per piacere. Tua madre mi lincia se ti sbucci un ginocchio.
-Uffa!
-Emm, dove sei arrivato tu?
-Cazzo! Cazzissimo! C'è un favo di api! Nonno come faccio se escono tutte e mi pungono?
-Torna giù Emm, lentamente. Pensa solo a non mollare la presa. Mi hai capito? Non hanno importanza le api. Non mollare il ramo e bada a dove metti i piedi!
-Ho vinto io, ho vinto io. Sono in cima e tu invece stai tornando indietro. Ho vinto io!
-Edward sta' zitto! Tuo fratello è in difficoltà.
Sento gridare, poi un tonfo.
Porco cazzo.
-Emmett? Emmett?Nonno? Nonno?
Scendo alla maggior velocità che riesco e poi li vedo.
Emmett è sdraiato in terra, sembra che dorma. Il nonno gli tiene la testa e gli sta parlando.
Io mi avvicino ed ho paura. Una fottutissima paura.
Mi chino su di lui e gli prendo una mano.
Lui apre gli occhi di colpo e me la stringe.
-Ti ho fatto paura, eh?
-Stronzo!
Anche il nonno è arrabbiato.
-Che scherzi del cavolo, Emm. Ci hai fatto prendere un colpo!
Ma ride, e ridi, e rido. E ancora mi stringi la mano.
Mi sveglio di nuovo. Basta con questi sogni.
Cerco di tirare via la mia mano dalla tua.
Ma...
Tu la stai stringendo.
Emmett, stai stringendo la mia mano.
Emmett.
Emmett.
Chiamo l'infermiera. Grido. Schiaccio il pulsante con la mano libera e cerco con la spalla di asciugare queste stupide lacrime che scendono e non mi fanno vedere un cazzo.
In un attimo la stanza è piena di gente: tre infermieri e il medico di turno. Mi dicono di uscire fuori, che devono controllare i parametri, e chissà cos'altro.
Va bene, me ne vado.
Controllate pure.
Ma indipendentemente da quello che voi stabilirete e direte, io so.
So che ti stai svegliando.
Bravo Emm. Mi hai sentito.
Sono fiero di te.
Sono sempre stato fiero di te. Ricordami di dirtelo, quando apri gli occhi.
Telefono a tutti. Sveglio tutti.
Chissenefrega.
Emmett si sta svegliando. Mi ha stretto la mano.
-Sì, Rose. Penso che tra poco aprirà gli occhi. Corri.
-Sì, Bella. Non sai come mi sento ora.
-Sì, papà. Sì, mamma. Correte tutti qui.
Mezz'ora dopo siamo tutti di nuovo in questo corridoio. Lo conosciamo meglio delle nostre tasche.
Io l'ho anche misurato, a passi. Deformazione professionale.
Sette metri per venticinque.
Emmett sta sempre dormendo.
Passa tutto il resto della notte senza nessun altro movimento.
Dicono che forse è stato un riflesso involontario. Una contrazione. Una mia interpretazione di uno spasmo nervoso.
Non capite un cazzo.
Emmett diglielo tu.
La mattina dopo siamo di nuovo tutti qui. Ad aspettare una novità.
-Edward?
Mi riscuoto dai miei pensieri e le sorrido.
-Dimmi tesoro.
E' un po' più distesa, e gli occhi sono meno segnati. Io invece sono distrutto. Le ultime emozioni hanno finito di mandarmi al tappeto e adesso mi sento uno straccio.
-Potremmo andare a Cap Tresmilles, che ne dici?
Cerco di mostrare un sorriso interessato. Che me ne frega di Cap Comecazzosichiama?
-Hai voglia di fare shopping?
Non mi sembra il momento più adatto, ma se glielo dico magari s'incazza e di litigare adesso, proprio non mi va. Non ho fiato neanche per respirare, figuriamoci per discutere.
-Shopping? No. Però ho portato solo lo stretto necessario per me e il bambino. E pensavo che potremmo prendere un marsupio, o un port-enfant. Non si sa mai.
-Marsupio? Cioè, hai paura che nasca prima del termine?
-No, mah, non so. Tu sei nato prematuro. Magari anche lui. Niente, lascia stare. Era un'idea scema.
Invece non mi sembra un'idea scema per niente.
E io avevo sognato un port-enfant blu. Di colpo trovare e acquistare un port-enfant blu diventa il mio scopo principale. Niente mi sembra più importante di fare questa cosa, così glielo dico.
-Andiamo.
Lei sorride, felice, ed io non sono più stanco.
Di guardia al sonno di mio fratello lascio tutti gli altri.
Quando torniamo è sera, ormai.
Nella macchina presa in affitto abbiamo stipato il port-enfant blu, esattamente uguale a quello del sogno, e mille altre cose che forse si riveleranno inutili ma le illuminavano così tanto il sorriso che non ho potuto non comprarle.
Il corridoio è pieno di gente sconosciuta che chiacchiera in un inglese stentato con i miei e con Rose.
Sono colleghi e amici di Emmett, capisco dopo le presentazioni.
Due hanno le stampelle, scampati all'incidente di sabato.
Raccontano sommessamente ma con serenità com'è accaduto l'inferno in un attimo.
C'è anche il pilota investitore, in lacrime, che si tormenta le mani.
Poco prima di venire qui sono stati a trovare l'altro ferito del reparto di ortopedia, una gamba in trazione e due costole rotte.
Ma il più grave è Emmett.
Guardo il pilota, così giovane, così disperato. Non riesco ad avercela con lui.
In questi ultimi mesi ho imparato che siamo solo pedine su una scacchiera che qualcuno usa per le sue partite.
Non è che il pedone possa fare granchè per evitare terremoti, uragani, diluvi che possono tormentarlo.
Le cose semplicemente possono capitare.
Puoi solo sperare che non succeda a te, e se capita, quando capita, devi solo cercare di cavarti dagli impicci. Nessuna colpa, nessuna offesa. Niente di personale.
E il futuro non si può ipotecare. Ma è una grande fortuna a pensarci bene.
Se sapessimo che sta per capitarci qualcosa di brutto non proveremmo gioia per nulla. E io lo so bene.
Invece fuori c'è il sole, e magari c'è il sole anche domani.
Vado da lui e gli stringo la mano. Una presa forte. Sorrido tra me.
-Ciao. Io sono il fratello di Emmett.
Parliamo per un bel po' e gli espongo la mia filosofia spicciola.
La filosofia di un uomo diversamente buono, un uomo normale, finalmente.
Se ne vanno che sono le venti e noi decidiamo di andare tutti a mangiare qualcosa, e poi andare a dormire in albergo.
Ad Emmett hanno di nuovo staccato tutti i tubi. Gli resta solo la flebo e il macchinario che controlla battito e saturazione.
Forza Emmett.
Lo so che puoi farcela a tornare a galla.
Avanti.
Bella e mia madre decidono di provare la raclette, un formaggio dolce e morbido che viene fatto fondere e si mangia con contorno di verdure e patate bollite. Una vera specialità francese.
Abbiamo quasi finito di mangiare quando squilla il mio cellulare.
E' l'ospedale.
Cazzo, no.
-Pronto?- la voce mi esce tremante.
-Signor Cullen? Suo fratello si è svegliato.
Bentornato, Emmett. Io lo sapevo che ti svegliavi.

CAPITOLO 30



Spiragli di luce
Invece è proprio Emmett il paziente dell'emergenza.
Ce lo dicono intorno alle quattordici di questa domenica che più orribile non si può, mentre fuori infuria un temporale assurdo e le temperature sono scese di una decina di gradi. Come se non bastasse il freddo che sentiamo dentro da ieri.
Emmett ha un versamento emorragico alla milza e al fegato. I medici ci dicono che la situazione è veramente grave. Stanno cercando di risolvere le due emorragie, ma se Emmett non reagisce entro un'ora dovranno asportargli la milza, e nelle sue condizioni...
Cazzo, no.
Emmett non farmi incazzare, per piacere. Sono tre mesi che me ne sto buono buono, sembro uno scout del cazzo. Non bevo più, non fumo, non bestemmio, scopo poco e dolcemente, più virtuoso di così non saprei immaginarmi. E tu vuoi farmi mandare a puttane tutto questo perbenismo?
Perché guarda, io ti avviso, se muori, io qui dentro faccio un casino che devono portarmi via in quattro con la camicia di forza.
Reagisci, cazzo!
Volevi dimostrarmi che puoi star male anche tu?
Va bene, ho capito, lo vedo.
Volevi che capissi che non puoi mai sapere dove cade la prossima tegola del cazzo?
D'accordo, ho capito.
Volevi vedere se mamma e papà si disperavano anche per te?
Guardali un po' e dimmi se non può bastare così.
Volevi che l'algida Rose si commuovesse?
Beh, pensa un po', ti ama.
Io invece ti odio, brutto stronzo. Ti odio perché non vuoi svegliarti e non vuoi reagire.
Sento qualcuno toccarmi un braccio e mi giro, ringhiando quasi.
-Signor Cullen?
-Sì?- rispondo all'infermiera.
-Ci occorre qualcuno che firmi per l'autorizzazione all'intervento...
-E' necessaria, dunque?
Annuisce mesta e comprensiva.
Dico che firmerò, ma che voglio parlare con il chirurgo che lo opererà.
Vengo accompagnato all'interno del reparto, in una saletta attigua a quella dove ieri ho salutato mio fratello.
Mi viene incontro con la mano tesa. Il chirurgo è giovane e sorridente ed ha una presa sicura, salda. E questo mi rasserena un po'.
-Capisco la sua preoccupazione- mi dice.- Ma se non operiamo in fretta, poi potrebbe essere troppo tardi.
-Che rischi ci sono? Con sincerità e parole comprensibili.
-Suo fratello ha un fisico robusto e godeva di buona salute, a quanto sembra. Tuttavia nelle sue condizioni al momento, operare non sarebbe auspicabile. Purtroppo la milza non smette di sanguinare e quindi non abbiamo alcuna scelta.
-Quanto ci vorrà?
-Qualche ora, se non ci sono complicazioni.
Annuisco, ringrazio, firmo ed esco.
Come un fottutissimo robot. Come il maledetto scout che non sono mai stato, bravo, diligente, educato, tranquillo.
Ed ho una voglia pazzesca di distruggere ogni oggetto nei miei paraggi.
Infilo le mani in tasca mentre mi avvio sul terrazzo, da dove guardo dentro: mia madre che abbraccia Rose, mio padre che tiene un braccio intorno alle spalle di entrambe e mi guarda, con gli occhi lucidi.
In tasca trovo la lampada di Aladino e chiamo Bella.
Mi risponde al quinto squillo con la voce assonnata.
-Ciao. Scusa se ti ho svegliata, ma avevo assolutamente bisogno di sentirti.
-Hai fatto benissimo a chiamare. Emmett?
-Lotta tra la vita e la morte.
-Tu come stai?
-Non accetto questa cosa. Non ne voglio sapere, non ci voglio credere, non è possibile. Non è vero.
Sto alzando la voce, ma tanto qui fuori posso disturbare solo la pioggia e lei. Ma lei lascerà che io mi sfoghi, se non vuole sentirmi scoppiare in questo esatto momento.
E infatti tace e mi ascolta.
E io parlo per mezz'ora, raccontando di un fratello troppo buono, troppo forte, troppo sano, troppo ridicolo, troppo in gamba, troppo scemo, troppo tutto.
E di Damocle, delle spade, delle tegole, delle ingiustizie. Degli scout, dei veri buoni. Dei diversamente buoni, gli uomini normali, quelli che s'incazzano quando non possono dominare le circostanze e gli avvenimenti.
Di quelli come me.
-Gli stronzi che vogliono cambiare il mondo. Che pensano di aver capito tutto e non hanno capito un fottutissimo cazzo.
Mi fermo e riprendo fiato. Di lei odo solo il respiro, muto.
-Grazie- dico infine.
-Mi dispiace non poter fare nulla.
-Credimi, stai facendo tanto. Hai rimesso in piedi diverse volte un uomo grande e grosso come niente fosse. Continua a farlo, ti prego.
Le strappo un sorriso che soffia nel telefono. Vorrei catturarlo quel sorriso, per infilarmelo dentro la camicia e scaldarmici.
Quando torno dentro mia madre e Rose parlano quasi serene. Mio padre guarda l'orologio. Mi siedo accanto a lui e seguo il suo esempio, magari mi ipnotizza e cado in trance, addormentato. Macché.
Invece alla fine forse funziona perché mio padre mi sveglia scuotendomi leggermente e intorno a me vedo che è diventato buio.
Rose e mia madre sono andate al bar di sotto un minuto.
L'orologio segna le ventuno.
-Si sa nulla?
-Non ancora.
Un'ora dopo sto bevendo l'ennesimo caffè di ceci avariati quando il giovane chirurgo si affaccia dalla grande porta sorridendoci.
E il mondo riprende a girare.
§§§
Oggi è martedì.
Sono passati tre giorni dall'incidente di Emmett, due e mezzo dal mio arrivo qui.
Stanotte abbiamo dormito tutti in albergo, ce l'hanno imposto i medici della Rianimazione, perché dopo aver donato tutti il nostro sangue per Emmett ieri, ci hanno ordinato di andare a nutrirci decentemente e dormire almeno sei ore filate.
Sembra che il peggio per Emm sia passato.
Ha tre costole rotte, un trauma cranico, un edema polmonare, cateteri di drenaggio ovunque, il fegato ricucito, non ha più la milza ed è in coma. Quadro clinico buono, dicono.
Non ci capisco un cazzo, ma voglio fidarmi.
Mi è sembrato strano donare il mio sangue per lui. Il mio sangue. L'ho sempre pensato manchevole di qualcosa, inutile per un organismo sano.
Certo che cazzate ne ho pensate tante negli anni.
E in questo momento sono nuovamente in ansia. Bella aveva stamattina la visita dal ginecologo e io non riesco a mettermi in contatto con lei. Eppure ieri sera le avevo raccomandato di chiamarmi subito dopo la visita.
Chissà che fine ha fatto.
Ma cazzo, mica chiedevo tanto, no? Una merdosa telefonata.
Provo incessantemente a chiamarla dalle undici di questa mattina ed ora sono le quindici, cazzo!
Quando riesco a sentirla le faccio saltare l'orecchio dalle grida. Non si scorda più di chiamarmi, promesso.
Sto evaporando bile dalle orecchie quando un rumore di passi che proviene dal fondo del corridoio mi attrae.
Un passo lento, un po' affaticato. Scarpe basse, borsa grande. E' una donna. Vestita con una tuta da ginnastica blu. Sembra un po' in carne. No, non è in carne. E' incinta.
Cazzo.
-Bella?- non ci credo.
-Bella?- alzo un po' la voce.
Mi fa un timido cenno di saluto con la mano. E' lei.
Le corro incontro e l'abbraccio.
-Pazza che non sei altro. Che ci fai qui? Stavo dando di matto. Perché non rispondevi al cellulare?
Ride piano.
-Volevo arrivare qui e farti una sorpresa. Riuscita?
-Direi proprio di sì. Ma la tua visita?
-Sono riuscita ad anticiparla a ieri pomeriggio, dopo l'analista. Non ti ho detto niente, ho cambiato il biglietto aereo da stasera a stamattina ed eccomi. Sono stata brava?
-Eccezionale, tesoro. Non sai che bello averti qui. Tutto bene?
-Tutto benissimo. Ti ho portato le foto dell’eco. Il piccolo è già a testa in giù, pronto ad uscire…
La stringo a me mentre camminiamo verso i miei, ancora ignari.
Poi Rose alza lo sguardo e ci vede. Corre incontro a Bella e si abbracciano commosse.
Le guardo mentre stringo mia madre per le spalle e mentre lei guarda la pancia appuntita di Bella che culla mio figlio.
E quello che provo in questo momento è orgoglio allo stato puro, più forte della preoccupazione per mio fratello, più intenso della rabbia che avevo poco fa e che sembra svanita di colpo, più profondo della pena per i miei genitori che hanno lo sguardo perso e spento. Orgoglio.
Sai Emmett? Questo dipendere da qualcun altro per il tuo umore e per la tua gioia, non è debolezza come abbiamo sempre pensato. Questa è forza. Se ci pensi bene non puoi che darmi ragione, come può essere debolezza la tua forza sommata a quella di qualcun altro che ti ama e che sta dando la vita ad un pezzo di te?
Svegliati per piacere ché ti faccio vedere il mio sguardo gonfio d'orgoglio, ti faccio provare com'è sentire i calci di tuo nipote dentro la pancia di sua mamma.
Svegliati, cazzo.
E poi dobbiamo parlare.
Che te ne frega di infilarti in ogni buco freddo e vuoto dell'universo femminile se puoi avere un angolo tutto tuo per nascondertici in santa pace e aniddarci tuo figlio?
Svegliati ché da scoprire c'è ancora tantissimo e non hai visto che la metà di ciò che c'era da notare.
Guardo Bella, anche lei ne ha fatti passi avanti.
Lei che ha sempre detestato essere toccata se non in situazioni intime, sorride paziente mentre ascolta notizie su Emmett e mentre tutti, Rose per prima, poi mia madre e quindi addirittura mio padre, arrossendo un po', le poggiano a turno le mani sulla pancia.
Le strizzo un occhio sorridendole e lei arriccia la bocca in un bacio che è diretto solo a me, poi alza gli occhi al cielo.
-Scusaci Bella se siamo così invadenti, ma si dice che il pancione porti fortuna, e Dio solo sa se qui abbiamo bisogno di fortuna- cerca di scusarsi mia madre.
-Fate pure. A questo terremoto piace essere coccolato. E' già viziatissimo.
L'atmosfera si è alleggerita tantissimo da quando è arrivata lei.
Dalla finestra dietro le nostre spalle intanto entra un timido raggio di sole.
Un'infermiera viene a chiamarci: il chirurgo di Emmett vuole parlare con qualcuno di noi.
Mi guardo intorno ma vedo solo sguardi preoccupati, allora faccio un cenno a mio padre. Vado io.
Il medico mi ripete più o meno le stesse parole di questa mattina.
Il quadro clinico è serio, ma stabile, ed il coma è indotto dai farmaci. Serve alla ripresa del fisico di Emmett che sta reagendo bene. Gli stringo la mano sollevato ed esco a riferire al resto della mia famiglia.
Il peggio è davvero passato.
Più tardi propongo a Bella di accompagnarla in albergo per riposarsi un po', ma lei non vuol saperne.
-Vorrei parlare un po' con Rose, se non ti spiace. Vorresti portare la mia roba tu in albergo, per favore?
Mi sta evidentemente cacciando via, lo capisco.
-Mai mettersi tra due amiche che si confidano- scherzo e mi avvio con i miei verso l'uscita.
Mi ha dato la cartellina con le foto dell'ecografia di ieri e i resoconti della visita e delle ultime analisi.
-Dovrò fare delle punture di ferro, visto che Anthony mi sta mangiando viva- mi ha detto felice.
-E dovrò anche mangiare meno...Sta crescendo troppo. E' già due chili circa e se continua così mi troverò a dover partorire un vitello, anziché un bambino- ha continuato seria.
Nel taxi prima e poi in albergo, con i miei guardiamo le foto e leggiamo le notizie sulle misure del piccolo. Sembra effettivamente più grosso rispetto alle settimane gestazionali, e questo preoccupa un po' anche me. Da un buco grande quanto una pallina da golf dovrà passare un melone.
Se ci penso mi sento male per lei, cazzo.
-Anche tu eri un bambinone alla nascita. Pesavi quasi tre chili ma sei nato con un mese d'anticipo. Se fossi arrivato alle quaranta settimane probabilmente saresti stato davvero un vitello!- esclama mia madre. Poi si rabbuia.
-Emmett invece era più piccolo...E' nato di soli due chili e settecento, e poi ha recuperato dopo. Mangiava come un forsennato e cresceva quasi un etto al giorno nelle prime due settimane.
Le vengono gli occhi lucidi e getta lo sguardo fuori dalla finestra, dove ora il sole illumina con la sua luce bianca un pomeriggio stanco e teso.
Papà l'abbraccia e io faccio lo stesso.
-Andrà tutto bene, mamma. Vedrai, si sveglierà e sarà di nuovo il nostro stupido Emmett- le dico.
Mi dà una carezza e mi ringrazia.
-Mi piace Rose. Spero che abbia la stessa pazienza di Bella...
-Cosa ti fa credere che Bella sia paziente?
-Ha saputo tirarti fuori dal tuo guscio. Senza pazienza e amore non ci sarebbe mai riuscita.
Faccio gli occhi storti.
-Mi dipingi come se fossi stato un orco prima che arrivasse lei.
-Un orco no, Edward. Un orso, introverso e spinoso.
Il “buono sotto copertura”?
Due ore dopo torno in ospedale e sul divanetto del corridoio trovo seduta solo Bella.
La saluto con un bacio e poggio una delle sue mani sulla mia gamba, coprendola con la mia.
-Rose?- chiedo.
-E' da Emmett. L'hanno fatta entrare.
La guardo. E' stanca, ha gli occhi segnati e non sorride.
-Tu stai bene?
-Sì, non preoccuparti. Sono soltanto dispiaciuta per Rose. E' davvero provata, povera cara. Lei così sola, così dolce.
Non le dico che Rose mi sembra tutto, tranne che dolce e povera cara..., non mi metto certo a discutere con Bella di questo.
-Temeva di non avere altre occasioni per dire a tuo fratello che l'ama. Così l'ho spedita a dirglielo adesso. E se lui ora non può sentirla glielo ripeterà quando si sveglierà. Spero solo di non aver fatto male a dirle che sono sicura che a lui interesserà saperlo.
-Hai fatto la cosa giusta. Quando si sveglierà parleranno e si arrangeranno senza bisogno di noi. Ma per ora a lui serve tutto l'affetto che possiamo dargli e a lei tutta la forza per non crollare.
-Grazie.
-E di che?
Mi si stringe addosso e sembra un pulcino tremante.
-Bella, cosa c'è ora?
Possibile che con lei non possa mai stare tranquillo un minuto?
-Ho chiamato mia madre ieri.
Non so che dire.
-Secondo il mio analista è un passaggio obbligato rimettermi in contatto con lei. Elaborare una sorta di comprensione delle sue motivazioni per perdonare lei e conseguentemente me stessa.
-E ora come stai?
Mi guarda triste.
-Mi è sembrato di parlare con una sconosciuta. Con qualcuno che parla una lingua diversa dalla tua e che proprio non comprendi.
Si accarezza la pancia e sorride.
-Ma sapeva tutto. Di te, del bambino, che vado in analisi. Ha continuato a chiedere di me a mio padre a intervalli regolari, anche se io non ne sapevo niente. Era contenta della mia telefonata, ma anche lei sembrava sospesa, in attesa, incerta. Come due sconosciute, te l'ho detto.
La stringo e le bacio i capelli, lasciandola parlare senza interromperla.
-Stanotte sdraiata nel letto, mentre giocavo con le palline che si rincorrevano nella mia pancia, riflettevo. Ed ho capito una cosa importantissima, Edward.
Si tira su e mi prende il viso tra le sue mani.
-Come ho fatto a non pensarci prima? E' così semplice, invece. Se due sono sconosciuti, sono stranieri l'uno all'altro, no? Cioè, io non capisco lei, ma anche lei non capisce me, giusto?
Annuisco. -Ti seguo, va' avanti.
-E' come se pretendessi da un tetraplegico che si alzi dalla sua sedia e cammini. Lui non può farlo, nemmeno se urlo e grido. E' lo stesso per mia madre. Io ho preteso da lei cose che lei non poteva darmi. Lei ci ha amato, a modo suo. Aveva ed ha un amore limitato, e ci ha donato quello. Non posso colpevolizzarla per non averne avuto di più. Era poco amore per me, perché ne avevo una fame insaziabile. Era giusto per lei, perché ci dava ciò che poteva, per capacità, intelligenza e sensibilità. Io non sono sbagliata, lei non è sbagliata. Siamo solo persone diverse, tutto qui. E quindi nessuna colpa, e nessuna offesa. Facile, no?
Sorrido.
Chapeau, Bella. Te lo meriti.
-Sai?- continua -Spero che ad Anthony piaccia averne tanto di affetto, però... perché io me ne sento piena!
Ridiamo.
-Se te ne avanza puoi sempre darlo a me. Non mi darà fastidio, promesso.
-Ne ho in grande quantità. Basta anche a gestire un geloso doc.
-Chi è? Lo conosco?
-Non credo benissimo. Lo vedi solo ogni mattina allo specchio, mentre ti fai la barba.
Rido.
-A proposito di barba...
Eccoci. E' l'ora della verità.
-Hai litigato con il rasoio, recentemente?
-Da quando sono qui, corro tra ospedale e albergo e alla barba non ho più pensato minimamente. Me ne sono reso conto solo oggi, quando sei arrivata. Responso?
-Responso?
-Ti ricordi? Il sogno. Avevo la barba e ti piaceva...
-Il te stesso dei sogni mi conosce bene, direi...
La bacio. Mi passa le mani sul viso, poi le labbra.
-Sì. Mi piace. Moltissimo. E se non fossimo in un ospedale, se non ci fosse viavai continuo di medici e infermieri e non avessi questa prua da nave davanti…ti dimostrerei all’istante quanto mi piace e…quanto la trovi eccitante…
Un attimo dopo esce Rose, raggiante.
-Gliel'ho detto. Ed anche se lui non ha capito, non fa niente. Io mi sento più leggera.
Va tutto bene.
Svegliati Emmett. Ho grandi novità.
E tra le grandi novità c’è anche il mio ottimismo.
Domani andrà meglio ancora.

martedì 29 marzo 2016

CAPITOLO 29



La notte più lunga
Poggio la mano con tutta la delicatezza possibile sul tuo cuore. Puoi sentirla?
Controllo che batta, li conto quei battiti.
Pum.
Ogni battito un pensiero. Ogni battito un ricordo.
Pum.
Io ti spingo sull'altalena. Avremo avuto sei anni io e quattro tu.
Pum.
Giochiamo a pallone in giardino, dai nonni.
Pum.
Facciamo a pugni in corridoio, la mamma che ci urla di piantarla.
Pum.
In moto, sullo scooter di un amico, per provare. Prima io, poi tu. Due scemi incapaci di frenare e tante risate.
Pum.
A casa mia, durante lo spettacolo di Bella e Rose.
Pum.
Se muori non ti perdonerò mai. Giuro.
Un'infermiera passa e mi indica il suo orologio.
Annuisco e sorrido. E' più di un'ora che sono qui.
-Vado Emm. Torno domani. Non ti liberi di me. E' inutile che ci provi, fratello.
Tiro su col naso e ti stringo un po' la mano fredda e rilassata.
Tieni duro.
Era quello che dicevi a me, ti ricordi?
I miei non sono ancora arrivati e seduto in corridoio mi sembra di impazzire.
Bevo stanco una brodaglia calda che vorrebbe essere caffè ma sa di ceci ammuffiti, e intanto mando un messaggio a lei.
In questo momento mi manca come mi mancherebbe l'aria se mi trovassi sott'acqua in apnea.
Stai bene almeno tu?
Forse è andata a dormire un po', la notte scorsa non l'ho fatta riposare molto, in verità.
Se dorme un messaggio non la sveglierà, e se invece è sveglia capirà che vorrei tanto stringerla, adesso. Per sentirla addosso, per sentirmi vivo, per le volte che non l'ho fatto, e per tutte le volte che non lo faccio abbastanza.
Il cellulare squilla. E' sveglia.
-Ciao tesoro- mi dice. C'è più luce adesso in questo corridoio buio.
-Ciao.
-Com'è la situazione?
-Stabile. Coma profondo, dicono i medici.
-Si sveglierà. Ha solo bisogno di tempo, sono sicura.
Sorrido. Quando mi chiedeva di prometterle che Thomas sarebbe guarito, io gliel'ho giurato, come se avessi potuto saperlo. Le chiamano bugie pietose. Servono a darti la forza di fare ancora una bracciata quando stai per affogare.
-Grazie- le dico.
-Scusa invece.
-Scusa perchè?
-Dovrei essere lì con te. E non a casa, a contare quanti calci mi dà questa peste.
Rido.
-Hai mangiato?
-No, ho già mangiato troppo a pranzo. E lui come sempre dopo mangiato, diventa allegro e comincia attività ginnico-digestiva! Lui probabilmente digerisce. Io invece non posso né stare seduta né sdraiata o mi viene nausea!
-Egoista come suo padre?
Ridiamo.
-Adorabile come suo padre. Guai a chi dice male di lui. Non lo accetto, anche se è la verità.
-Grazie.
-Perché mi piaci coi tuoi difetti?
-Perché per un attimo ho dimenticato Emmett e i suoi tubi di là.
-Ci contavo.
Sorridiamo e continuiamo a parlare, leggeri ma profondi. Gli argomenti sono neutri, ma le parole che scegliamo sono quelle giuste, quelle che servono. E mi torna la forza per nuotare ancora.
Quando arrivano i miei ho appena riagganciato e posso accoglierli con un sorriso.
Passiamo la notte in corridoio. A turno ci spostiamo fino alla porta della rianimazione e ci appoggiamo la fronte, come se così facendo potessimo entrare in contatto direttamente con Emmett.
All'alba riusciamo a convincere la mamma ad andare a stendersi per un'oretta in albergo e mi offro di accompagnarla, lasciando papà di guardia alle lancette dell'orologio, che non sono mai state più lente delle ultime ore.
Quest'ultimo pensiero lo dico a voce alta, e mia madre sorride.
-Ti sbagli Edward. Sono già state così lente in passato.
Mi guarda.
Ho capito, mamma. Scusa. E' solo per me che è una cosa nuova, per voi non lo è.
-E' sempre così doloroso amare qualcuno?- chiedo. So che ha capito, non serve spiegarmi di più.
Infatti.
-No, Edward. A volte lo è di più. A volte sembra che ti strappino il cuore a morsi.
Non aggiungo altro. Non ce la faccio proprio. Cazzo.
Quando arriviamo in hotel prendiamo due stanze matrimoniali sullo stesso piano.
-Edward vuoi fermarti un minuto, se non hai troppo sonno?
-Certo mamma. Non credo che dormirei comunque. E tra due ore vado a dare il cambio a papà.
-Volevo parlare con te. Spiegarti la faccenda del cuore strappato a morsi.
-Ho capito, mamma. Non serve.
-Sì che serve. Lascia decidere a me.
Mi siedo sospirando. Saranno ore difficili, se alle nuove paure aggiungiamo vecchi dolori.
-Ci vorrebbe un whisky, a questo punto- le dico acido.
Mi guarda come avessi appena bestemmiato.
-Non dirlo neanche per scherzo. Sono così orgogliosa del mio nuovo Edward!
-Nuovo? Il rinnovamento mi costa sempre troppo mamma. D'ora in avanti non datevi più da fare per rinnovarmi mai più, per piacere.
Mi viene vicino e mi abbraccia la testa, stringendosela contro la pancia, poi comincia a parlare, mentre le scende qualche lacrima che asciuga con stizza.
-Vedere tuo fratello incosciente, addormentato, e pensare a quanto è sempre stato vitale, esuberante e positivo, mi addolora. Mi sento come se mi avessero chiuso in una pressa lo stomaco e la gola.
Fa una pausa e mi solleva il mento a guardarla.
-Tuttavia lui in questo momento non soffre, sta dormendo. Il suo corpo cerca di organizzare le energie e le difese per ricostruirsi, per ricrearsi. E' una tregua durante una lunga e difficile guerra. Domani daremo di nuovo battaglia, ma per ora raccogliamo i feriti e riorganizziamo le armi a nostra disposizione.
E' incantata.
Lo sguardo nel vuoto, per un attimo penso che sia tornata indietro nel tempo, a quando insegnava ai suoi bambini. A quando spiegava storia ad Emmett che era un testone idiota. O scienze a me, altro testone idiota.
Invece no.
Sposta lo sguardo su di me e continua.
-Diverso è quando vedi tuo figlio stare male, soffrire. E' allora che ti strappano il cuore a morsi. Quando ha cinque anni e non ti parla nemmeno per non piangere dal male. Quando se ne sta raggomitolato in un angolo del lettino, più bianco del lenzuolo in cui è avvolto. Quando non può sopportare nemmeno che lo sfiori, perché la pelle gli brucia, ma cerca di sorriderti perché teme di offenderti nel respingerti.
Scaccia via un'altra lacrima e asciuga le mie con dolcezza.
Poi mi sorride.
-Non ti dico questo perché tu sappia quanto stavo male quando stavi male, né perché tu pensi che voglio più bene a te che a tuo fratello. Non è così. Te lo dico perché tra poco sarai padre, e questo dolore, questa possibilità di dolore, fa parte del pacchetto, Edward. Perché ti capiterà di essere arrabbiato o furibondo, ma anche addolorato o disperato. Perché un figlio è un regalo chiuso in una scatola con un bel fiocco, dentro non sai cosa c'è di preciso. Ma è l'avventura più bella del mondo, sempre e comunque.
Sorride e di rimando sorrido anch'io.
-Comunque vada, sarà un successo, Edward. Avervi messo al mondo, crescervi, gioire delle vostre conquiste, vedervi diventare uomini, è stata la cosa più bella che io e vostro padre abbiamo fatto. Non c'è mai stato un attimo in cui ho pensato: per patire così, sarebbe stato meglio non fossero nati. Mai. Per un giorno o per tutta la vita, tu ed Emmett siete il mio miracolo.
Ci abbracciamo.
Ho capito, mamma. Ho capito. E' sempre la stessa storia.
Qualcuno non molto tempo fa mi ha detto “E' meglio vivere un'ora che non essere mai nati, ed è meglio essere indimenticabili che dimenticati”.
E' un casino la vita. Ti buttano nell'arena senza guardare se hai armi per difenderti dalle belve feroci, le tue paure e le difficoltà oggettive. In qualche modo tu ti nascondi, dietro un paravento, dietro una roccia, dietro gli altri, ma prima o poi devi venire allo scoperto. E' in quel momento che scopri se puoi farcela.
Ce la posso fare.
Sono quasi in cima, Bella. Ancora un paio di gradini forse. Tu di quanto sei salita?
Devo chiederglielo.
Quando torno in ospedale, trovo tutto invariato. La porta chiusa, il corridoio buio e vuoto, mio padre con l'orologio in mano, le lancette ferme.
-Ciao papà.
-Ciao Ed.
-Novità?
-Nessuna. Ho chiesto ad un'infermiera gentile che voleva offrirmi un plaid. I medici arrivano a controllare tutti intorno alle otto. Poi parlano alle famiglie.
-Perfetto.
Ma perfetto cosa, cretino? Se non sai che cazzo dire, perché non tieni chiusa quella bocca del cazzo?
-La mamma?- mi chiede.
-Dorme un po'. Le ho detto che saresti tornato tu indietro a prenderla, più tardi.
-Bene.
Mi guardo le mani. Lui guarda sempre le lancette.
Il silenzio è talmente assordante che rischio di mettermi a gridare dal fastidio.
-Ho parlato con la mamma- dico per rompere il ghiaccio.
-Mh.
-Dice che anche se ti fa stare da bestia, un figlio vale sempre la pena.
-E' così.
-Guardavi per ore l'orologio anche quando ero io in ospedale?
Ridacchia teso.
-Sì. E per la cronaca lo guardavo anche quando non tanto tempo fa volevi ammazzarti con l'alcool, Edward.
Colpito e affondato.
Ci abbracciamo.
-Che ne dici, proviamo ad avvelenarci con il caffè della macchinetta distributrice?
-Ma sì, magari riesce a coprire il sapore di topo morto che ho in bocca.
Mi avvio lungo il corridoio e mentre cammino mi guardo la punta delle scarpe, pensando a come stavo in questo stesso momento ventiquattro ore fa.
Cazzo.
Ci sono momenti che passano inesorabili, tutti uguali, talmente uguali che ti sembra si tratti sempre dello stesso attimo reiterato all'infinito. Poi di colpo succede qualcosa che cambia tutto lo scenario, all'improvviso, e niente sarà mai più come prima.
Emmett, cosa fai adesso?
Sogni?
Pensi?
Ripercorri a ritroso la tua vita?
O semplicemente dormi?
Quando si sveglia glielo chiedo. Lo voglio sapere.
Ti devi svegliare, Emm. Perché io ho tante domande da farti, hai capito?
Prendo il bicchierino con la ciofeca e lo bevo d'un fiato, amaro. Tanto farebbe schifo lo stesso.
Rimetto le monete e aspetto il secondo bicchierino per mio padre, quando qualcuno si ferma accanto a me.
-Ciao Edward- dice una voce nota.
Mi giro appena e la guardo.
-Ciao Rose.
Ha gli occhi segnati e neanche l'ombra della solita baldanza e dell'esasperante sarcasmo.
-Come sta?- chiede con un filo di voce.
-E' là. Dorme. Nessuno ci ha ancora detto niente.
Non ho voglia di parlare, ma di colpo la vedo diversa, non mi sento più giudicato da lei.
-Vuoi uno pseudocaffè?
-Ma sì, grazie. Tanto potrei bere acqua salata e avrebbe lo stesso sapore.
-Hai ragione, fa schifo, ma qualcosa di caldo giù per la gola in certi casi ha effetto benefico.
Non risponde, ma mi posa una mano sul braccio che le porge il caffè.
-Possiamo essere amici, Edward?
-Certo.
Mi sorride. E' bella, quando non recita la parte dell'arpia odiosa.
Le dico che di là c'è mio padre e che più tardi potremo parlare con i medici. Sembra rasserenarsi un po'.
-Bella come sta?
-Bene. L'ho sentita qualche ora fa.
-E' diversa ultimamente.
La guardo mentre raccolgo il terzo bicchiere di plastica e la palettina per lo zucchero, poi inizio ad avviarmi.
Mi segue e riprende a parlare.
-E sei diverso anche tu.
-Non so se lo vedi un cambiamento positivo, ma per noi lo è. Siamo cresciuti, come persone e come coppia.
-Sono felice, per lei e per voi. Davvero.
Fa una pausa e la voce le si incrina.
-Mi dispiace per Emmett. Spero che...
-Lo speriamo tutti, Rose.
Vorrei prenderla per le spalle e scuoterla. Non capisco cosa le passa per la testa. E' solo sconvolta per l'incidente? Prova qualcosa per mio fratello? Ne è consapevole?
Arriviamo da mio padre e li presento.
-Papà questa è Rose, l'amica di Emmett.
-Rose, mio padre.
Si baciano e si abbracciano.
Mi siedo più in là e li lascio liberi di chiacchierare. Lei cicala con la sua voce squillante “Emmett di qua ed Emmett di là” e lui l'ascolta. A me sembra in preda a una crisi isterica.
Sento montarmi un'ira pericolosa e mi alzo.
-Vado a prendere la mamma- dico.
Che cazzo m'è preso con Rose?
Si scopa mio fratello. E allora?
Si allietano reciprocamente l'esistenza, o almeno se l'allietavano. Senza preoccupazioni, né tormenti interiori. Meglio di come facevamo all'inizio io e Bella, visto che noi tormenti ne avevamo eccome.
Quando ti svegli, Emm, io e te dobbiamo fare un discorso.
Mi hai rotto le palle con il tuo edonismo. Oltre al divertimento nella vita deve esserci di più, altrimenti mi spieghi come fai ad avere rispetto e stima di te stesso?
Questa donna è una palla di piombo incatenata al tuo piede, ti impedisce di elevarti. E' un'ancora. Scioglila. Levatela di torno.
Mia madre mi accoglie con un sorriso timoroso, addolorato.
-E' successo qualcosa?
-No, tranquilla. Però verso le nove si potrà parlare con i medici.
-Un attimo e sono pronta.
-E' arrivata Rose- aggiungo.
-L'amica di Emmett?
-Già.
-Credi che siano fidanzati?
Rido appena.
-Scopano, mamma, senza tanti problemi.
Mi guarda severa.
-Scusa. Intendevo dire che stanno bene insieme ma non vogliono problemi.
-Ho capito. Allora si amano.
Lei ha un modo tutto suo di giudicare le cose.
Torniamo in ospedale appena in tempo per notare grande agitazione oltre la porta della rianimazione e gli sguardi persi di mio padre e di Rose.
Tutte le visite e i colloqui sono stati sospesi per un’emergenza in reparto. Ci guardiamo sconvolti, disperati.
-Non c’è soltanto Emmett lì dentro- dico, ma in bocca non ho più saliva e le mani mi sudano e tremano.
Mia madre piange sommessa tra le braccia di mio padre che le accarezza la testa e le sussurra qualcosa. Io mi ritrovo Rose attaccata addosso, che mi guarda con gli occhi pieni di dolore e panico. Sta recitando una frase che sembra una litania.
-Non gliel’ho detto. Non gliel’ho detto. Non gliel’ho detto.
-Cosa non gli hai detto, Rose?
Scuote la testa, e piange silenziosa.
-Volevo dirglielo, tante volte. Ma lui sembrava così allegro. Credevo di rovinare tutto e non gliel’ho detto. Perché non gliel’ho detto?
-Cosa, Rose? Dillo a me.
-Che lo amo, Edward- e piange più forte.
La stringo e non la detesto più. Anzi le voglio bene, di colpo, come se un fulmine m’avesse colpito.
Benvenuta tra i vivi Rose.
-Sshh. Andrà tutto bene, vedrai. Glielo dirai quando si sveglia, d’accordo?
Annuisce con la testa e tira su forte col naso, sembra una bambina.
Povera Rose.
Ma questa notte del cazzo quando finisce? Quando si fa giorno pieno?

CAPITOLO 28



Cade la pioggia
La mattina dopo stiamo ancora crogiolandoci sotto le coperte, beati e tranquilli, nonostante siano già le dieci passate.
-Quando vorresti sposarti?
-Non saprei. Tra due mesi nascerà Anthony. Potremmo aspettare lui, che ne pensi?
-Quello che vuoi tu, per me va bene. L'unico desiderio che ho è scegliere una data in base agli impegni di Emmett. Mi piacerebbe potesse essere presente.
-Certo. Anche a me fa piacere che ci sia tuo fratello.
Sorrido.
-Cosa pensi?- mi chiede passandomi più volte la mano sul petto, con il dorso in una direzione e con il palmo nell'altra.
-Alla faccia di mia madre quando diremo che ci sposiamo.
-Lo sa già.
-Scusa?
Ride. -Lo sa già.
-Te l'ha detto lei?
-Ieri sera mentre parlavi con tuo padre della vostra squadra del cuore... Lei mi ha chiesto come stava l'uragano Anthony.
-Mi manca qualche passaggio.
-Solo due. Ho risposto che il piccolo Cullen cresce a vista d'occhio. Quindi lei ha dedotto immediatamente che ci sposavamo, visto che l'avevo chiamato Cullen.
-E tu?- mi sto ammazzando dal ridere. Cioè, io mi sono fatto la solita sega per tutto il giorno ieri, e queste due streghe in tre parole mi hanno fatto pelo, contropelo e basette?
-Che pensavo di sì ma tu non me lo avevi ancora chiesto.
-E lei?
-S'è messa a ridere. “Se fa come suo padre dovrai chiederglielo tu”, ha sentenziato.
-Vieni qua, malefica arpia di una quasi moglie!
Mi alzo in piedi vendicativo, poi la trascino sul bordo del letto per i piedi mentre lei scalcia e si dimena, la prendo in braccio e la trasporto in bagno.
-Ora ti lavo. Tutta. Corpo e anima. Te lo meriti.
Riempio la vasca di acqua calda e bagnoschiuma fino all'orlo, mentre la tengo seduta sul bordo con una gamba incastrata tra le mie, perché non scappi via.
-Entra pulcina nera, è l'ora del bagnetto.
Ride e immerge un piede per controllare la temperatura, poi scivola dentro.
-Vieni a lavarmi tu.
Non me lo faccio ripetere ed entro con lei, azionando l'idromassaggio.
Allunga le gambe infilandole tra le mie, poi si appoggia con le spalle e la testa al bordo della vasca, i capelli sparsi intorno e le braccia abbandonate nell'acqua.
Inizio a massaggiarle un piede, poi risalgo con le mani lungo la caviglia e il polpaccio. Le sollevo l'altra gamba e faccio lo stesso.
-Che delizia. Potrei passare la vita in questa vasca, se non temessi di vedermi spuntare le branchie.
Non rispondo. Le piego un ginocchio e comincio a massaggiarle una coscia, prima l'esterno, poi l'interno.
Passo all'altra coscia e quando ho finito la sollevo leggermente dal bacino, passandole sotto le mie gambe leggermente piegate. Le faccio appoggiare il sedere sulle mie ginocchia, così che resti esposta per me, appena sotto il pelo dell'acqua.
Ed inizio a massaggiarla lì dove è maggiormente sensibile. Solleva di scatto la testa e apre gli occhi per guardare cosa faccio, mentre io sorrido.
-Tranquilla, rilassati.
-Oh, sì...
Accarezzo le labbra esterne, con i pollici, e arrivo fino al pube, che sfioro con le altre dita, continuando a massaggiare. La sua pelle è morbidissima e soffice al tatto, come fosse panna e mi sto violentando per resistere dall'affondare i denti in quella neve calda.
Sposto appena le labbra con gli indici ed infilo i pollici ad accarezzare i boccioli sottostanti, rosa, ancora più morbidi, setosi e caldi.
-Sei bella da morire...
Si solleva sui gomiti e mi sorride.
-Vieni Edward, vieni da me. Non posso più aspettare.
Sposto le gambe di lato e la faccio scendere, lentamente, nell'acqua, fino ad incontrare il mio faro pulsante e ad inglobarlo completamente in lei. E' il solito dolcissimo piacere. Lascio che sia lei a muoversi come preferisce, che detti il ritmo, l'intensità, che stabilisca le pause, che freni ed acceleri secondo il suo sentire.
Per me va bene in qualsiasi modo, purché sia lei.
Infatti si solleva dal bordo e si siede su di me.
Adoro sentire la sua carne avvolgermi, adoro le sue mani che accarezzano i miei testicoli, adoro la sua lingua che mi succhia e penetra l'orecchio, la sua bocca che morde tutto il contorno della mia mandibola. Ogni gesto, anche il più normale, fatto da lei viene ampliato ed amplificato. Risuono tutto, come un campanile di bronzo a mezzogiorno.
E quando mi piega la testa e mi guida sui suoi meravigliosi seni rotondi, mi bastano due lappate a quei suoi capezzoli scuri per sentirla venire intorno a me, con le gambe strette intorno alla mia vita e le braccia intorno al mio collo. E stretto così, perso in lei che mi avvolge tutto, vengo in un attimo, spingendomi contro il suo bacino e stringendola ancora di più a me.
E questo fondersi insieme non era già più sesso, ma non è neanche più amore.
E' il respiro di lei nel mio. E' il battito del mio cuore in lei. E' vita.
§§§
Usciamo a pranzare sul lungomare, in un piccolo ristorante dove cucinano il pesce magicamente. E più tardi corono un sogno vecchio di secoli.
Passeggio con lei tra i pontili del porto, tenendola per le spalle, commentando le barche ancorate e gustando un cono gelato.
Io, un uomo qualunque, abbracciato alla sua donna, felice di vivere e di avere progetti da realizzare.
Il suono del cellulare di Bella ci fa sussultare.
Come cazzo si fa a scassare le palle in un momento così?
-E' Rose- mi dice, guardando il display. Poi risponde.
-Ciao stella! Come stai?
-Cosa stai dicendo?
-Non ti sento bene. Calmati e ricomincia.
Che succede?
Mentre cerco di capire, squilla anche il mio cellulare.
Lo estraggo dalla tasca decisamente irritato. Dopo lo spengo. E' mio padre.
-Edward, è successa una cosa terribile.
-Gli Orioles hanno perso?- ma ho un brivido che mi percorre la schiena.
-Non fare lo scemo. Hanno chiamato da Montecarlo.
-...
-Tuo fratello.
-Papà, ti prego. Emmett cosa?- Cristo, sto impazzendo!
-Ha avuto un incidente.
-Un incidente in pista?- Cazzo, no.
-Sì. La macchina del suo team rientrava ai box, dopo le prime prove, stamattina.
Ha sbandato. Il pilota ha perso il controllo, non si sa ancora bene la dinamica e...
-Ma che me ne frega della dinamica. Lui come sta?
-L'ha preso in pieno. E' volato per quattro metri e poi è ricaduto a terra. E' in coma.
-Non è possibile, papà.
-Non riusciamo a crederci neanche noi.
-La mamma?
-Piange e basta. Vuole andare da lui. Cerco il primo volo per Montecarlo. Tu cosa fai?
-E me lo chiedi? Ne cerco uno anch'io e arrivo.
-Andiamo separatamente. Sarà più facile trovare posto.
-Certo papà. Bacia la mamma. E... papà?
-Dimmi.
-Se avete notizie, di qualunque tipo, chiamatemi.
-Certo Edward.
Chiudo la comunicazione inebetito.
Bella si è seduta su una colonnina per l'acqua dolce, con il telefono chiuso, in mano.
Mi fissa e so che anche lei sa.
-Vieni qui, ti prego- mi dice.
Mi siedo in terra accanto a lei, senza dire una parola, e poi le abbraccio le gambe, affondando il viso nel suo grembo morbido.
Quando sento le sue mani accarezzarmi la schiena e i capelli, mi lascio andare.
E piango.
-Mi dispiace, amore mio. Mi dispiace. Mi dispiace tanto- dice.
Restiamo così a lungo. Non riesco a pensare di fare nient'altro.
Emmett. La mia roccia.
Mai un raffreddore.
L'immagine della salute e della forza.
Da ragazzino mi faceva invidia perfino. Sempre in forma, sempre allegro, sempre sano.
Cazzo. Emmett no.
Io ho sempre camminato sul bordo del baratro, attento a non guardare giù, con la paura di tutto. Con l'ansia di vivere e il desiderio di invecchiare come lui.
Lui neanche ha mai guardato dove metteva i piedi. Sicuro, tranquillo, spassoso, estroverso.
Io, eterno incazzato, introverso, chiuso, ma seguito, coccolato, protetto. Lui un soprammobile. Dove lo mettevi stava. Mai un problema, mai un dubbio, mai una paura.
Cazzo. Emmett no.
E mia madre? Tutta una vita passata a preoccuparsi di un figlio, ed ora anche dell'altro?
Chissà come sta, poveretta.
Devo tirarmi su e cercare un volo, subito.
-Bella...
-Certo. Devi andare da lui. Verrei anche io, ma martedì mattina ho il controllo dal ginecologo. Ti raggiungo appena riesco, va bene?
-No, tu devi stare tranquilla. Adesso un viaggio così, trovarti in un ospedale, lascia stare.
-Non se ne parla, Edward. Tu ora devi andare, il tuo posto è accanto ai tuoi, vicino a tuo fratello. Io appena posso ti raggiungo. Il mio posto è accanto a te.
Mi abbraccia, mi stringe. Mi bacia lieve.
-Ce la farà. Non disperarti. I Cullen sono dei duri, no?
Annuisco e cerco di sorridere, ma mi esce solo una smorfia.
-Cosa ti ha detto Rose?
-E' distrutta poveretta, anche lei. Se lo è visto volare davanti agli occhi. E' sotto choc, credo. Mi diceva frasi spezzate, piangeva. Ha bisogno anche lei che qualcuno la raggiunga.
-I miei partono appena possono.
-Bene.
Rientriamo a casa in fretta e nelle ore seguenti lei cerca un volo per martedì sera, o mercoledì mattina, poi mi aiuta preparare la valigia. Io cerco e trovo un posto per questa sera. Arriverò intorno alle ventidue. Perfetto.
Perfetto un cazzo.
La guardo mentre si cambia e raccoglie la sua roba sparsa in giro. La scannerizzo. Vorrei poterla mangiare, lei e nostro figlio. Per nascondermeli dentro e non rischiare di perderli. Per potermeli portare dietro, al sicuro.
Sorrido ricordando quando mio padre rimproverava me e mio fratello perchè uscivamo di sera e non “poteva chiudere la porta a chiave”. Noi non capivamo e sghignazzavamo, di lui e delle sue manie.
Invece avevi ragione papà.
Bellissima la sensazione di chiudere la porta, tu e i tuoi affetti dentro al sicuro, il mondo cattivo fuori. E quante volte invece non puoi farlo? Quante volte devi strapparti il cuore dal petto e lasciarlo in consegna a chi ami e andartene affanculo?
E' così che mi sento oggi.
Un pezzo di cuore qui a casa con Bella e mio figlio.
Un altro pezzo è già volato a Montecarlo ed ora è con Emmett.
Io invece sono fuori, a preoccuparmi, a camminare, a vivere, come se niente fosse.
Ciao, Damocle. La tua spada è scesa sulla testa di tuo fratello.
Ci avevi pensato?
Ci hai mai pensato che poteva capitare a qualcun altro e non solo e sempre a te? No.
Povero cretino.
E credevi che la paura più grande fosse quella? Che la spada ti cadesse di nuovo sulla testa?
Ed ora come ti senti?
Peggio, cazzo. Fa più male ancora.
Quando stavo male avevo la rabbia ad aiutarmi, a stimolarmi. Ora come amica ho la disperazione.
Cazzo. E tutti voi stavate così male per me e non me lo avete detto?
E io credevo che fosse solo dispiacere...
Non è solo dispiacere questa cosa che ti mozza il respiro. Che ti cancella pensieri e idee e te li sostituisce con un unico altro. Che ti spinge a camminare perchè se stai fermo impazzisci.
La mamma prendeva dei tranquillanti per dormire.
Me ne vergogno ora, ma pensavo che fosse solo un modo per farsi coccolare da papà.
Damocle vedeva solo se stesso. E, incredibile a dirsi, più dimagriva e stava male, più si vedeva. Più gli altri si preoccupavano, più lui si posizionava al centro del mondo.
Sempre più al centro.
Un applauso a Damocle. La più grande testa di cazzo egoista del pianeta.
Il volo è in perfetto orario. Decollo in perfetto orario.
Un volo piacevole. Nessuna turbolenza, cibo decente, tè in quantità, giornali, un film abbastanza recente da vedere.
Perfetto.
Atterro a Nizza in perfetto orario.
Tutto perfetto.
Perfetto un paio di cazzi.
Trovo un taxi e mi scapicollo direttamente in ospedale.
E arrivo prima dei miei. Il loro volo fa uno scalo in più e così arriveranno tra un'ora circa.
Davanti all'ingresso reporter e fotografi. E polizia che cerca di tenere lontani i curiosi.
Ci sono stati diversi feriti, non solo Emmett.
Devo dare le mie generalità e faccio fatica a farmi capire perchè parlo piano, per non far capire anche ai giornalisti chi sono e per chi sono lì.
Potrei dimenticare che da più di due mesi non permetto alla mia collera di prendere il sopravvento.
Finalmente mi lasciano entrare e oltrepasso la grande porta girevole dell'ospedale Princess Grace.
Mi guardo intorno e riconosco odori e colori.
Gli ospedali sono tutti uguali. Colori chiari, pulizia esagerata, facce serie, infermieri efficienti, odore di disinfettante.
Mi viene nausea. E ansia.
Ansia in crescendo, che parte dal fondo dello stomaco e poi invade tutto, mi riempie i polmoni, mi chiude la gola e toglie forza alle braccia.
No, cazzo. Un attacco di panico adesso, no. Per due buoni motivi: devo arrivare da Emmett lucido. Lui ha bisogno di una voce amica. Qualcuno che lo chiami, che lo tenga ancorato a questo sporco mondo. Perchè lui vuole diventare vecchio. E vuole farsi piacere le donne fino a novant'anni. E vuole venire a giocare con suo nipote.
E io voglio mio fratello. Io voglio mio fratello.
E poi non ho con me le mie gocce di Lexotan-Bella. Quindi non posso svenire.
Mi concentro. Respiro. Conto e respiro.
Il panico mi lascia, scivola piano in su dalle dita, torna indietro dalle braccia, mi libera la gola, mi lascia i polmoni, mi scioglie lo stomaco dalla sua morsa e mi restituisce lucidità.
Panico di merda.
All'ingresso chiedo di Emmett Cullen e la signorina mi indica l'ascensore. Secondo piano.
Un corridoio lunghissimo, un ascensore dotato di specchi e moquette. Anche l'ospedale è di lusso qui.
Infine sono davanti alla grande porta della rianimazione.
Di nuovo lascio le mie generalità. Spengo il cellulare. Indosso il camice, le ghette, la cuffia e la mascherina. Poi vengo accompagnato davanti al vetro della cameretta dove è Emmett.
Bianco.
Immobile.
Intubato.
Fasciato dal collo ad un posto imprecisato più in basso, sotto il lenzuolo bianco che lo copre.
Le labbra riarse.
Il naso escoriato.
Cateteri da ogni lato del suo corpo.
Macchinari che controllano le sue funzioni vitali.
Spingo la porta ed entro.
-Solo cinque minuti- mi hanno detto.
Cazzo, Emmett.
E tu non venivi a trovarmi quando io ero ridotto quasi così, perché i macchinari ti spaventavano...
Mi mandavi messaggi tramite la mamma, ricordi?
-Di' a quel cretino di esercitarsi con la play, perché quando torna lo sfido.
-Di' a quello scemo che la sua è una squadra di segaioli.
-Ricordagli di fare qualche peso perché quando torna lo attacco al soffitto con una mano sola.
Mi facevi ridere.
Grande fratello.
Ora non farmi scherzi, brutto stronzo.
Perché altrimenti ti attacco io al soffitto.
-Hai capito, brutto scemo?
Piango. Ti tengo la mano e piango.
E penso a quante volte l'avrai fatto tu per me.

CAPITOLO 27



Mare calmo
E' l'alba, vedo la luce filtrare attraverso le imposte.
Lei dorme ancora, il suo respiro leggero riempie il silenzio della stanza.
Le mie mani intrecciate alle sue sulla sua pancia, vanno su è giù al ritmo impresso dai suoi polmoni.
Un respiro irregolare, come una breve onda, le attraversa la parte alta della pancia, al confine con lo stomaco. Forse si sta svegliando.
Un'altra onda le procura una piccola protuberanza sulla parte sinistra, in alto, appena sotto la mia mano.
Di colpo capisco.
Non è un respiro.
Non è lei.
Sei tu.
Ciao piccolo.
Come va là dentro? Sei comodo?
Mi risponde un'altra lieve onda, più in basso, proprio sotto la mia mano.
L'accarezzo più leggermente che posso, per non svegliarla.
Questo momento è mio e non voglio dividerlo con nessuno, nemmeno con lei.
Ciao piccolo.
Continuo a sentire onde lievi, passano leggere e si fermano, poi continuano, a volte tornano indietro. Irregolari, infrequenti, le attraversano la pancia da destra a sinistra.
Poi un colpetto dal basso verso l'altro. Forse un piedino?
Picchietto col mio dito la bugnetta che si forma.
Piano, piccolo.
Non svegliare la mamma.
Gioca con me.
Va avanti così per un po', sembra davvero che stia giocando con la mia mano. Io la poggio premendo leggermente sulla protuberanza e lui la sposta un po', sposto la mia mano, premo e si sposta ancora.
E' qualcosa di magico, stupendo. Mi commuovo fin dentro lo stomaco. Sento una sensazione che somiglia alla vertigine, all'eccitazione. Cos'è? Mai sentita prima.
E volevo privarmi di una cosa così, per quale motivo?
Non me lo ricordo più.
Rido.
Lei si sveglia.
-Buongiorno- dico allegro.
-Così felice di andare via?
-No-le stampo un bacio sulla bocca.-Non dire sciocchezze di primo mattino. Iniziano male la giornata.
Mi guarda storta, sollevando un sopracciglio.
-Giocavo con nostro figlio- le spiego.
-Uh? Si muoveva?
-Sì. Vedevo palline passarti sotto la pelle. Forse un pugnetto, forse un piedino. Le inseguivo con la mano. Bellissimo.
Sorride, intenerita.
Mi bacia lieve e si alza per andare in bagno.
Siamo sempre in albergo da lei. Ormai la sua permanenza a Boston è quasi finita, finalmente tornerà a casa, la settimana prossima.
Io vengo da lei ogni venerdì sera. E riparto il lunedì mattina, prestissimo.
E' faticoso, ma non me ne accorgo.
In realtà mi viene molto più faticoso farmi passare le serate dal lunedì al giovedì, da solo, in casa mia, con la compagnia aberrante della televisione, una lattina di coca o aranciata e la mia mano destra.
Roba da tagliarsi le vene coi denti.
Quando esce dal bagno, vado io. Una doccia, colazione insieme e poi taxi, aeroporto, volo, ufficio.
Ogni lunedì così, da tre settimane.
Mi piace. Che sono strano e diverso dal resto della popolazione americana maschile, l'ho sempre saputo.
Mentre sono sotto la doccia sento Bella parlare al telefono. Strano così presto, sarà Rose.
In settimana parte per Montecarlo, va da Emmett. Da giovedì il circo del Gran Premio invaderà le strade monegasche. Giorni febbrili di confusione, stampa, prezzi alle stelle, alberghi assaliti da tifosi e paparazzi. Piloti, starlette più o meno note e curiosi di ogni tipo.
Certi spettacoli rendono l'aria irrespirabile, a parer mio. Sono eventi che macinano soldi come acqua che scorra da una fonte eterna. Una quantità tale che basterebbe a sfamare per due anni tutta la popolazione indiana che soffre. O quella dell'Africa.
E' un mondo che non capisco.
Emmett mi ha sempre preso in giro per questo.
-Io vivo di questo, Ed. E mi piace. Guadagno di più così che se mi facessi il doppio del culo in un'azienda qualunque. Il circo, come lo chiami tu, serve ad attirare la notorietà che fa da contorno e procura sponsor e altri soldi.
-Tutta apparenza e nessuna sostanza. Non lo sopporto.
-Mica tutta. Ti assicuro ad esempio che la figa che gira attorno ai nostri paddock è vera e di prima qualità.
Rido.
Le donne sono sempre piaciute da matti a tutti e due. Chissà da chi abbiamo preso questa caratteristica. Nostro padre sembra così tranquillo, così pacato e posato. Che io sappia è sempre stato fedelissimo a nostra madre.
-La mamma era una cheerleader al college. Chissà, magari lei era più estroversa di papà. Che male ci sarebbe stato? Poi si è innamorata di papà e ha messo la testa a posto. Come certa gente che ha conosciuto un felino dal pelo nero...
-Altra gente invece non va sempre in giro con un altro tipo di felino, vero?
-Chi io? Con Rose ci divertiamo. Stiamo bene così. Niente di più. Non spargo semi in giro, io.
-E non sai che ti perdi, scemo.
-Può darsi. Ma non ho voglia di appendere il cappello, ancora. Sono giovane e mi piace pensare che posso ancora fare mille cose prima di...crescere.
-Un giorno avrai i capelli bianchi, la figa non ti tirerà più e ti accorgerai che hai il vuoto intorno.
-A parte che sono sicuro che certe cose mi tireranno fino a novant'anni, comunque se mi sentirò solo andrò a casa di mio fratello a giocare con la sua squadra di ragazzini urlanti e mangerò le prelibatezze cucinate da mia cognata.
-Rompicoglioni da piccolo, rompicoglioni da vecchio.
Ridiamo. E’ un rompicoglioni ma gli voglio bene, e lui ne vuole a me. E’ la mia roccia salda.
Da piccoli mi difendeva sempre. Io sono sempre stato magro e gracilino. Lui, più piccolo di me per età, ma non per stazza, ha sempre goduto di ottima salute ed ha sempre avuto innata predisposizione per menare le mani.
Io combatto di lingua, lui a suon di pugni. A ciascuno i suoi talenti.
§§§
E' il primo venerdì da non so più quanto tempo in cui non mi reco in aeroporto per partire. Oggi vado a prendere lei. Lei che finalmente torna a casa.
Stasera siamo a cena dai miei. Non ho proprio potuto evitarlo.
Avrei preferito invece portarla fuori a cena e parlarle di un certo progettino che mi frulla in testa da un po'.
Allo scopo ho anche fatto un acquisto. Quando lo saprà Emmett mi prenderà per il culo per il resto dei miei giorni. Sfigato lui. Non ha capito un cazzo di cosa conta davvero nella vita.
La spinta definitiva me l'ha data mio padre, in verità.
Qualche sera fa, mentre ero a cena da loro.
-Anthony Cullen, suona bene.
-In verità non ne abbiamo ancora parlato.
-Cioè vuoi dire che avete deciso il nome ma non se gli darai il tuo cognome?
-Già.
-E che aspetti Edward? Vuoi che in ospedale alla nascita dia il suo cognome al piccolo?
-Conterei di esserci e di seguire io le pratiche anagrafiche.
-Potresti arrivare tardi. E lei averlo già segnato mediante l'ostetrica. Tu sei nato prima del termine e io ero via per lavoro, ad esempio.
-E la mamma mi ha dato il suo cognome?
-Certo che no. Eravamo d'accordo. E poi eravamo sposati. Ma voi...
-Vedrò di prendere accordi col piccolo chè non nasca prima del dovuto.
Lui alza gli occhi al cielo.
-Non cambi mai. Vuoi sempre l'ultima parola.
-L'avrò anche con lei. E con mio figlio.
Ma bisogna che le parli. E non sono più disposto a rimandare. Però è una cosa da dire di persona. E mentre siamo soli.
Quindi magari dopo cena farò la mia mossa. E che Dio me la mandi buona.
Sono nervoso.
Sono nervoso mentre mi abbraccia in aeroporto e aspettiamo insieme tutti i suoi bagagli.
Sono nervoso mentre in macchina andiamo dai miei.
Sono nervoso anche adesso, mentre ceniamo.
Lei invece sembra tranquilla, ma lo so che immagina che qualcosa bolle in pentola.
In aeroporto e poi in macchina mi ha chiesto un paio di volte se andava tutto bene.
Ho sempre annuito distratto.
La vedo scambiarsi sguardi preoccupati con mia madre.
Che palle. Staranno pensando chissà che.
Sono sempre più nervoso.
Mi alzo per andare in bagno e quando esco davanti alla porta c'è lei, braccia sui fianchi, faccia dura.
Mi spinge con l'indice teso indietro e poi chiude la porta del bagno appoggiandocisi contro.
-Ora mi dici cos'hai, Edward Cullen.
-Niente.
Cerco di sorridere.
-Non negare. Ti conosco.
Sospira.
-Hai avuto qualche controllo oggi?
Cosa? Pensa che sia teso per la mia salute? Si preoccupa che qualcosa non vada e che io non voglia parlargliene?
Che cretino. Non avevo previsto che sarebbe stata in ansia per me. La solita storia.
Non sarò mai trattato come uno qualunque. Sarò sempre l'ex-malato di cancro, ecc.ecc.
Chissene frega. Io non sono uno qualunque. Io sono io. Annessi e connessi. E lei ama me. Annessi e connessi.
-Scusami. No, nessun controllo. Tutto normale, davvero. Ho solo avuto una giornata di tensione e superlavoro. Te ne parlerò a casa, da soli. D'accordo?
Annuisce, ma la vedo che non è del tutto convinta.
Dopo cena, mentre in macchina torniamo a casa, torna all'attacco.
-Ora siamo soli. Mi dici che è successo?
Mi viene da ridere. E' peggio di un martello. Ma fare a braccio di ferro dialettico con lei, mi scarica del nervosismo. Che poi, nervosismo di che?
Al massimo mi dice di no.
Appunto.
Decido di fare un largo giro. Nel frattempo forse riesco ad arrivare a casa dove l'atmosfera è migliore. E c'è cosa devo darle.
-Si tratta di Anthony.
-Anthony cosa?
-Anthony. Dovrebbe avere una cameretta, quando nasce.
-Se è per questo pure una casa- ride lei.
E pure un cognome, penso io.
-Quindi?
-Quindi dobbiamo comprarne una. E vorrei farlo io.
-E poi dove la mettiamo la cameretta, scusa?
-Nel mio studio. A casa mia.
-Tutto questo romanticismo mi sta cariando tutti i denti, tesoro.
Rido apertamente. Forse fare un così largo giro di parole non mi sta rendendo irresistibile. Forte.
Fingo di non aver capito. Magari la frego e riesco a prendere tempo.
-A casa tua non ci starebbe. E' troppo piccola.
-Mi stai chiedendo in modo incantevole di venire a vivere con te?
-In modo incantevole sì.
-In modo incantevole la mia risposta è...No.
-E perchè, di grazia?
-Perchè tu sei antipatico, e pieno di boria e pretese. E casa tua non mi piace. E' troppo antica e scontata. Come te.
S'è incazzata. Perfetto. Ciò che volevo. Mi piace stuzzicarla.
Il viaggio prosegue mentre dentro ridacchio e lei fa il muso guardando fuori dal finestrino.
Parcheggio sotto casa mia e lei si gira verso di me.
-Voglio andare a casa mia.
-Non fare la scema e scendi.
-Non sono scema e non scendo.
-Non hai capito niente. Scendi per piacere, se no ti tiro fuori a forza e ti butto su una spalla come i primitivi.
-La clava non la prendi?
Faccio un sorrisetto.
-Ce l'ho sempre con me quella. Dentro i pantaloni, gioia. Dovresti saperlo bene.
-E' l'unica cosa davvero affascinante che hai.
Ma le sta scappando mezzo sorriso, lo vedo che cerca di affacciarsi.
Si guarda le mani e continua.
-Il resto è al di fuori di ogni tentazione.
-Davvero?
Mi sporgo e le bacio la guancia.
-Davvero.
-Anche le mani?
Le accarezzo una gamba con il dorso delle dita.
Non risponde.
-Anche i capelli?
Le solletico il collo con la testa.
-E la barba?
Sfrego una guancia sulla sua.
Nessuna risposta. Ma il respiro le si fa più corto.
-E gli occhi?
Le prendo il mento e la giro. Occhi negli occhi.
Schiude la bocca.
Insisto.
-E la voce?- dico, abbassandola e rendendola roca.
Lo so che ti piace, inutile che fai la dura.
Infatti mi acchiappa di furia i lati del viso e mi bacia con forza e passione.
Mi succhia con rabbia e mi morde la lingua. E non mi lascia prima di avermi reso impossibile lo spazio che ho a disposizione tra una gamba e l'altra, seduto in macchina.
Ecco che mi sono dato la famosa zappa sui piedi. Fa male. La zappa. E pure il cazzo, arrotolato su se stesso dentro i pantaloni.
-E ora fuori la vera ragione per cui hai tirato in campo Anthony- mi dice appena entriamo in casa, sbattendo in terra i bagagli e continuando a baciarci.
-Anthony. Vorrei che fosse Cullen- dico, tirandole la stoffa della camicia che le copre quei seni sempre più abbondanti.
-No- mentre anche lei tira la mia camicia.
Le fermo le mani e la guardo, allontanando la bocca da lei.
-Dimmi perchè no.
-Non voglio che mio figlio viva esperienze a me sconosciute.
Ma parla arabo?
-Che cazzo stai dicendo, Swan? Non farmi incazzare. Mi conosci e mi pare che abbia dato abbondantemente prova di solidità e serietà ultimamente.
-E ora chi è che non ha capito un cazzo, Cullen?
Sto perdendo colpi. Deve essere il sangue. E' tutto concentrato laggiù e nel cervello non ne arriva più nemmeno una goccia.
Ergo, è il caso di sfoderare l'arma vincente.
Sollevo il sopracciglio sinistro e piego in su il lato destro della bocca.
Bingo.
Ride, scuotendo la testa.
-Stronzo. Non è valido. I colpi bassi non sono ammessi.
-Non ho colpito niente.
-Questo lo dici tu. Quel sorriso arriva diritto dentro le mie mutande. E' un colpo basso, fidati.
Ridiamo e ci baciamo.
Torno alla carica.
-Quindi Anthony Cullen. E' deciso.
-Nient'affatto.
-Ma allora vuoi la guerra.
-Voglio qualcosa, ma non è la guerra, Cullen. Ti facevo più sagace...
Porco cazzo. Pianeta cervello chiama pianeta sangue. Elaborazione dati.
Dunque. Cognome Cullen no. Non vuole per suo figlio esperienze non condivise da lei.
Cazzo, sì! Sono scemo.
-E sarei io quello antico, baby? Tu sei antidiluviana!
-Solo tradizionalista.
Ride, ci siamo capiti, perfettamente.
-Aspetta un minuto, immobile. Torno subito.
Sparisco in camera da letto e torno dopo un minuto.
Lei ha gli occhi chiusi.
Mi avvicino senza parlare. Le prendo la mano destra e la giro con il palmo in su. Ci poggio sopra l'oggetto recuperato dal mio comodino. Poi gliela chiudo con entrambe le mie.
-Apri gli occhi Bella.
Guarda me, guarda la mano, poi apre il palmo.
Una scatolina piccola, a forma di cuore, con un gancetto laterale a chiuderla.
E' commossa.
-Che bella...-dice.
-Bisogna aprirla.
-Fallo tu.
Sgancio la chiusura e sollevo la parte superiore della scatolina.
-Edward...
Sfilo l'anello dalla fessura e le prendo la mano sinistra. Poi infilo al suo anulare il mio brillante.
Perfetto. Non servono parole.
La guardo e sorrido.
Mi guarda e sorride.
E’ lei a parlare.
-Significa quello che penso?
-Significa che siamo tutti e tre membri della stessa famiglia. Quindi stesso cognome.
Le scende una lacrima.
-Stessa famiglia. Stesso cognome. E' stata dura fartici arrivare.
-Scusa. Quando si tratta di sentimenti divento lento.
Mi sorride.
-Ti amo, lo sai?- mi dice.
La stringo e la bacio.
-Lo so, e meno male, perchè ti amo anch'io.
E' vero. Quello che ci attrae l'un l'altro è questo nostro modo unico di spiegarci poco, di capirci tanto, di metterci in gioco a volte e di stuzzicarci sempre. Non potrà mai esserci noia tra noi.
Più tardi siamo nel mio letto, abbracciati. Sono ancora dentro di lei, perchè so che le piace e piace molto anche a me, dopo l’amore, rimanere immobili a smaltire l’emozione e la gioia. L'abbraccio da dietro e tengo una mano sotto il suo seno, l'altra sulla sua bella pancia.
Posso restare ore così, con le mani immobili, per cogliere anche il più impercettibile movimento. Ho scoperto che dopo l'amore il cucciolo si muove di più, sembra saltellare felice; che in macchina dorme beato, che quando Bella mangia si agita, che si rilassa quando lei ascolta musica.
-Dobbiamo andare a trovare tuo padre.
-Ti dirà: era ora! Col suo vocione da sceriffo.
-E avrebbe ragione.
-Invece no. Ci serviva tempo. Dovevi capire tu e dovevo capire io. Tu che potevi allungare una mano e acchiappare il tuo futuro. Io che lo volevo con te, e non con il principe azzurro.
Sorrido e le accarezzo la pancia. Ormai sono scivolato fuori da lei e mi sposto leggermente, per guardarla in viso.
Mi studia, con gli occhi socchiusi.
-Eppure sono sicura che lo sei.
-Chi?
-Il principe azzurro.
-Naa. Troppo impomatato. E poi non so andare a cavallo.
-Questa è una bugia. Cavalchi benissimo, direi!
Ridiamo di nuovo. Quest’atmosfera leggera e rilassante è molto piacevole.
Le viene in mente qualcosa di divertente, perchè mi guarda con l'espressione furba e mi strizza un occhio.
Si solleva a sedere e mi guarda l'inguine. Poi si avvicina al mio migliore amico e gli parla.
-Ciao piccoletto. Papà è uscito? Quando torna mi avvisi?
Poi si rischianta sdraiata, ridendo a crepapelle.
-Sai che per questo affronto potrei rimanere impotente a vita?
-Non credo, Cullen. E comunque posso sempre aiutarmi con un cucchiaino, come si fa quando si infila il ripieno nelle zucchine!
Stronza. Ma queste chiacchiere me l'hanno decisamente inamidato a dovere.
Faccio una vocetta stridula che sembro Eric.
-Signora. E' tornato mio papà.
-Oh che bella notizia! Piatto ricco mi ci ficco- ride e si avventa sul mio uccello, mani e bocca.
-Casomai sono io che mi ficco da qualche parte- riesco solo a dire, poi le sensazioni mi privano della facoltà di parlare.

CAPITOLO 26




Boston brucia
Ci sentiamo ogni giorno, più volte al giorno, e ad ogni telefonata siamo più distesi, più noi.
Le ho raccontato del mio sogno. In parte.
-L'ho visto prima di te. E' bellissimo.
-Ma io lo so che è bellissimo. E so che ti somiglia. Me lo sento.
Sto levitando a quattro metri da terra. Mi chiedo come faccio a salire in macchina, visto che è parcheggiata a quota strada.
Proverò col teletrasporto, concentrandomi. Sperando di non spiaccicarmi al suolo.
-Cerco un volo e vengo da te- dico d'impulso.
-Davvero? E l'ufficio?
Sembra felice.
-Fanculo all'ufficio. Non andrà a fuoco per due giorni. E poi non me ne frega un cazzo. Siete più importanti te e An...
Un momento.
-Hai già pensato a come vorresti chiamarlo?
-Veramente no. Perchè?
-Posso dire la mia in proposito?
-Certo. E' anche tuo il terremoto.
-Mi piacerebbe chiamarlo Anthony. Ti piace?
La sento sorridere.
-Chi è Anthony?
-Chi era. Mio nonno. Lo adoravo e lui adorava me.
-Aggiudicato. Sarà Anthony. L'uragano Anthony.
C'è sempre da sistemare la storia del cognome. Okay, va' piano, Cullen. Un gradino alla volta.
-Sono arrivato alla macchina- e adesso in qualche modo devo scendere giù.
-Va bene. Buona giornata, Edward.
-Anche a te. Ti faccio sapere appena riesco a trovare un volo.
Ancora un gradino, piccolo, posso? Ci provo.
-Bella?
-Sì?
-Ti piace la barba? La barba lunga intendo, in un uomo.
Certo in un uomo, ma sei scemo? Mica in una donna. Che cazzo di domande fai?
-Non so, non ci ho mai pensato. Perchè?
-Ho sognato che ti piaceva. E io l'avevo.
Ride di gusto. E' stupenda quando ride, mi sembra di vederla.
-Fattela crescere allora. E poi ti dico se mi piace.
Arrivo in ufficio ed entro canticchiando.
Eric mi saluta. -Di buonumore oggi, signor Cullen?
Me l'ha fatto passare di colpo.
Gli sorrido truce, come un leone pronto ad azzannare la preda. Ma perchè non si mangia la lingua?
-Finchè non ti ho visto sì, Eric.
Che nervoso vederlo. Quando cazzo finisce 'sto contratto di formazione?
Certe volte penso che si tratti della mia formazione più che della sua. Formazione alla pazienza, alla tolleranza. Ne ho da imparare!
Infilo il naso nelle mie scartoffie e progetti, riemergendone solo ad ora di pranzo.
Su internet cerco il primo volo disponibile per Boston, ma non ne trovo fino alla sera dopo.
-Ho trovato il volo, baby...
Cazzo, m'è scappato. Alla fine una cagatina piccola ho dovuto farla.
Resto in attesa, che s'incazzi, o che rida.
Ride. Respiro di sollievo.
-Sono contenta, baby. E quando è?
-Domani sera. Prima non c'era niente.
-Sopravvivrò. Nel frattempo magari stasera vado a cena con un collega conosciuto oggi, un gran figo. Così mi esercito per il tour de force di domani...notte...
Perfetto. In mezzo alle gambe ho un mustang imbizzarrito. E come cazzo lo domo ora? Mi ci vogliono due fruste, una per mano.
-Non fare la furba, gioia. Al pub qui c'è sempre parecchia carne fresca...
E che ci fa il mustang? Lui è erbivoro. Credo.
Non capisco già più un cazzo di niente. Figuriamoci di biologia. A scuola ero una mezza sega.
Ride.
-E c'è anche Rose che ti fa a pezzi e poi me lo racconta perchè ti possa fare a pezzi anch'io!
-Chissenefrega. Occhio per occhio, dente per dente.
-Occhi neri e denti caduti!
-Non va bene. Oltretutto il dentista mi sta egregiamente sul culo.
E' vero. Somiglia vagamente a Eric, in più è un sadico maledetto.
Ma al di là delle stronzate che diciamo, è l'aria serena a piacermi. Scherziamo, nessuna rabbia repressa da scaraventare fuori, nessun rimpianto da sputare via trasformato in veleno.
Il pomeriggio passa con lentezza esasperante.
A cena vado dai miei.
Mangio come un lupo digiuno da un mese e chiacchiero disteso con i miei.
Sono gioviale, un particolare che naturalmente non sfugge a mia madre.
-C'è qualche novità, Edward?
Dentro di me sto sghignazzando.
-Non saprei- riesco a nascondere la faccia dentro un bicchiere d'acqua frizzante, per non scoppiare a riderle in faccia.
-Domani sera vieni di nuovo?
-No, vado a Boston.
-A Boston a che fare?
-Da un'amica- ormai sto per ululare dal ridere.
-Hai amiche a Boston?
-No.
-Hai finito con i tuoi giochetti, Ed?
La sto esasperando, poveretta!
-Ho detto che ho un'amica, non amiche.
-E dove l'hai conosciuta una di Boston?
-Mamma, ma farti i fatti tuoi non sarebbe una buona cosa?
Resta male, la vedo. Ecco da chi ho preso la mia permalosità.
-E' un'amica che vive qui da noi. Ora è a Boston per lavoro.
-Si chiama?
Adesso esplodo.
-Non so se la conosci. Si chiama...aspetta...mi sembra...Isabella Swan.
Le cade la forchetta nel piatto e scoppia a piangere.
Ma perchè?
-Dai, mamma, scusa. Era uno scherzo.
-Sei uno scemo!
Ora ride. La menopausa è una brutta bestia.
-Come sono contenta! State di nuovo insieme? Sta bene? Stai da lei per quanti giorni?
-Non ancora. Sì. Due.
-Eh?
-Erano le risposte alle tue domande.
-Edward! Sei impossibile!
-Lo so, grazie. Fa parte del mio fascino.
Mi prende a schiaffi sul braccio, io rido e l'abbraccio.
Mio padre ha seguito tutta la commedia con occhi allegri e mi dà la solita pacca sulla spalla, che nella nostra lingua di maschi vuol dire tutto.
Torno a casa che è quasi l'una.
Accendo la televisione e mi viene voglia di bere. Di solito la birra andava a braccetto con la tv. Spengo e mi sto incazzando.
Lei è connessa con la mia testa pure a distanza, perchè sento arrivare un sms sul cellulare.
Dormi? chiede.
La chiamo.
Risponde al secondo squillo.
-Io no. Tu che ci fai ancora sveglia?
-Quello che era con me non mi ha soddisfatta. L'ho cacciato. Così ora giaccio frustrata e furiosa.
-Giaci?
-Giaccio.
-Frustrata e furiosa?
-Frustrata e furiosa.
Ridiamo come due scemi per un po'.
Non sono più nervoso e non ho più voglia di bere. L'unica cosa che desidero in questo momento è lei. Se chiudo gli occhi riesco persino a vederla.
E naturalmente è a gambe aperte. Con me nel mezzo. E il mustang che scalpita per infilarsi nella sua tana preferita. Nitrisce nell'attesa.
-Gioia, resti furiosa e frustrata fino a domani sera?
-Ho alternative?
-Non te ne sei portata dietro qualcheduno?
Vediamo se capisci di che parlo, furbastra.
-Uh? Sì, ma non della misura giusta.
Solo un attimo di esitazione. Brava, baby, così ti riconosco.
-25 o 26?
-Bah, robetta. 23 e 24.
Rido.
-Portami tu la misura giusta, per piacere.
-Colore preferito?
-Rosa carne, tesoro.
Puttana Eva, adesso mi si strappano le mutande. Arpia disgraziata!
-Senti, baby. O facciamo sesso telefonico o parliamo d'altro perchè un pover'uomo astinente da...manco lo so più, così può morire.
-E una povera donna, no? Incinta poi.
-Perchè incinta tira di più?
-Così dicono, anche se, trattandosi di te, ho sempre fatto sogni da censura comunista.
-Sempre?
-Sempre.
-Anche quando mi odiavi?
-A parte che facevo finta, comunque era ancora peggio del solito. Ho cambiato la poltrona del mio ufficio con una di pelle. Almeno s'asciuga e non restano aloni.
Ridiamo.
-Il mio analista ha detto che sarebbe meglio se non ci vedessimo ancora per un po'- aggiunge seria.
-Dammi il suo numero che lo ringrazio personalmente del buon consiglio. E domani ne cerchi un altro più furbo.
Chi è 'sta gran testa di cazzo?
-Frena il treno, Cullen. Gli ho già riso in faccia io.
-Brava, baby. Potevi dirgli che scoperemo come ricci senza guardarci in faccia.
-E' ciò che ho fatto.
-Gli hai davvero detto così?
-Suonava bene, no?
-Perfettamente intonata.
Ridiamo di nuovo.
-Se continuiamo così non parleremo più. Tanto pensiamo le stesse cose.
-Allora per movimentare le cose ti farò incazzare. Non è difficile.
-Colgo una vaga nota allusiva.
-Stona?
-No, no, armonizza alla perfezione con la realtà.
Sbadiglia.
-Hai sonno?
-Sì, ma vorrei che fossi qua.
-Venti ore e sono lì.
-Edward?
E ora la botta finale. So già che dirà qualcosa di terrificante per il povero mustang.
-Niente partite cinque a uno stasera.
Appunto.
-Non te lo posso promettere, gioia. Non sai come sono messo al momento.
-Ti voglio carico come uno sherpa indiano, baby.
-Lo sarò. Puoi giurarci.
E quando mettiamo giù, di seghe me ne faccio tre, altro che una partita sola. Ma tanto lei avrà fatto lo stesso, monella.
L'indomani passa in un attimo.
Voglio portarle qualcosa. Ma le solite cose scontate non sono da me, e neanche da lei.
Opto per una confezione di preservativi spiritosi.
Ho in mente uno scherzetto.
E poi anche un regalo serio: una tutina rossa per il piccolo, da microgiocatore di baseball, uno spasso.
Quando arrivo a Boston sono le ventuno. Le ho detto che avrei preso un taxi fino al suo albergo ma immagino che lei sia venuta a prendermi perchè ha insistito troppo per sapere l'ora precisa di arrivo e il numero del volo.
Aspetto le operazioni di sbarco necessarie con impazienza, non ne posso più.
Mi incammino verso la zona accoglienza e quando sono a tre metri dalla grande porta a vetri la vedo.
Guarda verso di me e sorride. Mi ha visto anche lei.
Oltrepasso la porta e schiaffo per terra la borsa e lo zaino. Poi apro le braccia e le faccio un cenno con la testa.
Lei ride e corre verso di me, poi si tuffa sul mio corpo.
Ridiamo e ci baciamo ogni porzione scoperta del viso e del collo. E' morbida e ho paura a stringerla troppo, il pancione evidentissimo, adesso.
-Non mi rompo sai?- mi dice.
-Sei meravigliosa.
E non aggiungo altro perchè un nodo mi stringe la gola.
Arriviamo al suo albergo in un taxi che quando scendiamo è completamente appannato. Per fortuna l'autista ride.
-Hai fame?
-Stavo per sbranare il sedile del taxi.
-Ordino qualcosa da farci portare in camera o vuoi...
-In camera, gioia.
Ride e saliamo in ascensore fino al piano giusto.
Entrati nella sua suite mi infilo diretto sotto la doccia mentre sento che lei ordina la cena.
Resto ad occhi chiusi girato verso il muro, lo so che verrà da me e non voglio usare la vista, voglio sentirla. Sentirla con tutti gli altri sensi.
E infatti la porta cigola.
Poi l'anta della doccia che si apre e una folata fresca.
Infine due mani calde mi abbracciano da dietro, passano sotto le mie braccia appoggiate al muro di fronte a me e mi accarezzano il petto, poi scendono sulla pancia, tornano verso i fianchi e scendono ancora lateralmente sul lato esterno delle cosce. E tornano su, lentamente, facendo il percorso inverso.
Sulla schiena sento la sua pancia dura, è una sensazione stupenda. Il suo corpo, il nostro bambino e il mio corpo. Un delizioso panino imbottito.
Mi giro pian piano, lasciando che le nostre mani vaghino ovunque sulla pelle bagnata e calda. Poi apro gli occhi.
Lei li tiene chiusi nel mio stesso gioco di sentire. Sulla pelle le vedo i brividi dell'eccitazione. I capelli sono più lunghi, come nel mio sogno, e bagnati le sfiorano il bacino. Anche i seni sono diversi. Grandi, sodi, pieni, bellissimi. Le areole più scure, i capezzoli più grandi. Mi sento uno scultore.
L'ho cambiata io. L'ho plasmata con le mie mani. E' una sensazione di potere immenso. Mi sento un creatore. Un creatore di vita. Onnipotente ed eterno.
Ha ragione lei. E' meglio tutto questo sentire che il niente comune di un corpo qualsiasi e di una bottiglia infedele.
Un giorno o l'eternità è lo stesso. Conta solo l'intensità.
-Apri gli occhi, Bella. Guardami.
Lo fa. Poi corruga la fronte.
-Ingrasserò ancora. Diventerò una balena.
-Per me sei la più stupenda delle dee.
-Anche grassa?
-Non sei grassa. Sei una brioche alla crema. Buonissima. E la crema è mia.
Ride.
-Ma sai pensare solo al cibo?
-Oh no, non solo al cibo. Penso molto di più a qualcos'altro.
La prendo su, leggera come sempre e la siedo su di me, mentre lei intreccia le sue lunghe gambe dietro la mia schiena.
-Guidami tu. Ho paura di farvi male.
-Non è possibile. Lui è protetto, si sentirà solo in altalena e cullato, si addormenterà. E io, più ti sento e meglio sto. E' sempre stato così.
Dicendolo sorride, scivola con la mano lateralmente a sé, passa sotto una sua coscia e me lo prende sospirando e richiudendo gli occhi. Poi lo posiziona al suo ingresso.
La lascio scivolare e la impalo millimetro dopo millimetro, godendo della sensazione del suo calore di miele fuso che pian piano mi avvolge e mi inghiotte.
Quando sono completamente, interamente dentro di lei, mi fermo. Immobile e senza fiato, il cuore a mille. Un unico brivido dal collo ai piedi, la testa ubriaca e le orecchie che ronzano.
Lei sorride, commossa.
-Bentornato a casa- mi dice.
Richiudo gli occhi e inizio a muovermi contraendo il bacino e i glutei verso di lei e sollevandola leggermente con le mani. Lei mi accompagna con le gambe che stringe intorno a me e tirandosi su seguendo il mio ritmo, appesa alle mie spalle.
Mi giro e la poggio contro il muro, poi non ce la faccio più. Spingo più duramente dentro di lei una volta, due volte, ancora una. E ci sono.
Grido come una bestia vittoriosa, mentre la riempio con contrazioni lunghe e violente che sento propagarsi dentro la pancia. Poi continuo a muovermi dentro di lei, con movimenti circolari.
-Continua Edward, non fermarti, ti prego.
-Mai...Continuo finchè vuoi...Anche fino a domani.
Ma poco basta. La sento contrarsi, si inarca e viene su di me, intorno a me, tra le mia braccia e sulla mia bocca, gridando il mio nome.
Ogni volta, meglio.
Meglio di così, mai.
Mezz'ora dopo stiamo mangiando sul letto da due vassoi pieni di qualunque cosa.
-Ho preso un po' di tutto. Scegli cosa vuoi, oppure assaggia tutto. Il pasticcio di pesce è eccezionale, provalo- mi dice, porgendomene una forchettata.
La guardo mentre apro la bocca e potrebbe essere il miglior caviale o una pallina di carta, avrebbe lo stesso sapore. I miei sensi stasera sono tutti unidirezionati, toccano, odorano, vedono, odono, assaggiano solo lei. Solo noi.
Il resto è un contorno inutile. Potrebbe non esserci, non me ne accorgerei.
Alla fine comunque spazzoliamo tutto. Ha mangiato molto anche lei, presa dal gioco “un boccone io, uno tu”.
-E' meglio che tu riparta in fretta, se no divento una barca.
-Posso dormire qualche ora, o devo andare via subito?
-E sei venuto fin qui per dormire? Dormi a casa tua, scusa.
Rido.
-Paturnie ormonali?
-Ninfomania, caro.
Rido di nuovo.
-Ti ho portato una cosa.
-Vedere, vedere, vedere.
Si pianta seduta al centro del letto, con le gambe incrociate e addosso la sola mia maglietta. E in faccia la curiosità disegnata.
Mi alzo e vado a recuperare lo zaino, poi torno da lei.
Le porgo la scatola.
Lei strappa in fretta la carta e scopre la tutina rossa per Anthony.
-E' deliziosa, Edward. Ma... se non gli piacesse il baseball? - scherza.
-Gliela metteremo per Carnevale.
Mi stampa un bacio avido sulla bocca. -Grazie.
-A te. E non è tutto. Ho un altro regalo.
Fa una faccia ancora più curiosa, mentre io raccolgo lo zaino e mi dirigo in bagno.
Mi segue con lo sguardo e ride.
-Devo chiudere gli occhi?
-Ecco, sì. E' una buona idea.
Entro e chiudo la porta. Mi sfilo i jeans e i boxer. L'animale è già allegro e baldanzoso, pieno di aspettative.
Mi viene in mente il dio egizio Mhin.
Rido da solo pensando che al liceo avevo un'illustrazione di quel dio sul libro d'arte. Con un flagello nella mano destra e nella sinistra un cazzo da lì a laggiù. Però tirava un po' in canto. Il mio invece è bello dritto.
Tiè. Uno a zero per me, Mhin.
Vesto Mhin...chia col mio regalo e torno da lei.
Ho scelto quello rosso con disegnato un cravattino nero sul davanti.
Mi piazzo in posa plastica e la chiamo.
-Puoi aprire gli occhi, gioia.
Lei mi guarda, poi scoppia a ridere.
-Cazzo vestito a festa- dico serafico.
Lei ride ancora di più, con lacrime e singhiozzi.
-Arrivi tardi per i vestitini, comunque.
-Aveva freddo.
-Vieni che ci penso io a scaldarlo, matto perso.
Secondo round.