martedì 29 marzo 2016

CAPITOLO 28



Cade la pioggia
La mattina dopo stiamo ancora crogiolandoci sotto le coperte, beati e tranquilli, nonostante siano già le dieci passate.
-Quando vorresti sposarti?
-Non saprei. Tra due mesi nascerà Anthony. Potremmo aspettare lui, che ne pensi?
-Quello che vuoi tu, per me va bene. L'unico desiderio che ho è scegliere una data in base agli impegni di Emmett. Mi piacerebbe potesse essere presente.
-Certo. Anche a me fa piacere che ci sia tuo fratello.
Sorrido.
-Cosa pensi?- mi chiede passandomi più volte la mano sul petto, con il dorso in una direzione e con il palmo nell'altra.
-Alla faccia di mia madre quando diremo che ci sposiamo.
-Lo sa già.
-Scusa?
Ride. -Lo sa già.
-Te l'ha detto lei?
-Ieri sera mentre parlavi con tuo padre della vostra squadra del cuore... Lei mi ha chiesto come stava l'uragano Anthony.
-Mi manca qualche passaggio.
-Solo due. Ho risposto che il piccolo Cullen cresce a vista d'occhio. Quindi lei ha dedotto immediatamente che ci sposavamo, visto che l'avevo chiamato Cullen.
-E tu?- mi sto ammazzando dal ridere. Cioè, io mi sono fatto la solita sega per tutto il giorno ieri, e queste due streghe in tre parole mi hanno fatto pelo, contropelo e basette?
-Che pensavo di sì ma tu non me lo avevi ancora chiesto.
-E lei?
-S'è messa a ridere. “Se fa come suo padre dovrai chiederglielo tu”, ha sentenziato.
-Vieni qua, malefica arpia di una quasi moglie!
Mi alzo in piedi vendicativo, poi la trascino sul bordo del letto per i piedi mentre lei scalcia e si dimena, la prendo in braccio e la trasporto in bagno.
-Ora ti lavo. Tutta. Corpo e anima. Te lo meriti.
Riempio la vasca di acqua calda e bagnoschiuma fino all'orlo, mentre la tengo seduta sul bordo con una gamba incastrata tra le mie, perché non scappi via.
-Entra pulcina nera, è l'ora del bagnetto.
Ride e immerge un piede per controllare la temperatura, poi scivola dentro.
-Vieni a lavarmi tu.
Non me lo faccio ripetere ed entro con lei, azionando l'idromassaggio.
Allunga le gambe infilandole tra le mie, poi si appoggia con le spalle e la testa al bordo della vasca, i capelli sparsi intorno e le braccia abbandonate nell'acqua.
Inizio a massaggiarle un piede, poi risalgo con le mani lungo la caviglia e il polpaccio. Le sollevo l'altra gamba e faccio lo stesso.
-Che delizia. Potrei passare la vita in questa vasca, se non temessi di vedermi spuntare le branchie.
Non rispondo. Le piego un ginocchio e comincio a massaggiarle una coscia, prima l'esterno, poi l'interno.
Passo all'altra coscia e quando ho finito la sollevo leggermente dal bacino, passandole sotto le mie gambe leggermente piegate. Le faccio appoggiare il sedere sulle mie ginocchia, così che resti esposta per me, appena sotto il pelo dell'acqua.
Ed inizio a massaggiarla lì dove è maggiormente sensibile. Solleva di scatto la testa e apre gli occhi per guardare cosa faccio, mentre io sorrido.
-Tranquilla, rilassati.
-Oh, sì...
Accarezzo le labbra esterne, con i pollici, e arrivo fino al pube, che sfioro con le altre dita, continuando a massaggiare. La sua pelle è morbidissima e soffice al tatto, come fosse panna e mi sto violentando per resistere dall'affondare i denti in quella neve calda.
Sposto appena le labbra con gli indici ed infilo i pollici ad accarezzare i boccioli sottostanti, rosa, ancora più morbidi, setosi e caldi.
-Sei bella da morire...
Si solleva sui gomiti e mi sorride.
-Vieni Edward, vieni da me. Non posso più aspettare.
Sposto le gambe di lato e la faccio scendere, lentamente, nell'acqua, fino ad incontrare il mio faro pulsante e ad inglobarlo completamente in lei. E' il solito dolcissimo piacere. Lascio che sia lei a muoversi come preferisce, che detti il ritmo, l'intensità, che stabilisca le pause, che freni ed acceleri secondo il suo sentire.
Per me va bene in qualsiasi modo, purché sia lei.
Infatti si solleva dal bordo e si siede su di me.
Adoro sentire la sua carne avvolgermi, adoro le sue mani che accarezzano i miei testicoli, adoro la sua lingua che mi succhia e penetra l'orecchio, la sua bocca che morde tutto il contorno della mia mandibola. Ogni gesto, anche il più normale, fatto da lei viene ampliato ed amplificato. Risuono tutto, come un campanile di bronzo a mezzogiorno.
E quando mi piega la testa e mi guida sui suoi meravigliosi seni rotondi, mi bastano due lappate a quei suoi capezzoli scuri per sentirla venire intorno a me, con le gambe strette intorno alla mia vita e le braccia intorno al mio collo. E stretto così, perso in lei che mi avvolge tutto, vengo in un attimo, spingendomi contro il suo bacino e stringendola ancora di più a me.
E questo fondersi insieme non era già più sesso, ma non è neanche più amore.
E' il respiro di lei nel mio. E' il battito del mio cuore in lei. E' vita.
§§§
Usciamo a pranzare sul lungomare, in un piccolo ristorante dove cucinano il pesce magicamente. E più tardi corono un sogno vecchio di secoli.
Passeggio con lei tra i pontili del porto, tenendola per le spalle, commentando le barche ancorate e gustando un cono gelato.
Io, un uomo qualunque, abbracciato alla sua donna, felice di vivere e di avere progetti da realizzare.
Il suono del cellulare di Bella ci fa sussultare.
Come cazzo si fa a scassare le palle in un momento così?
-E' Rose- mi dice, guardando il display. Poi risponde.
-Ciao stella! Come stai?
-Cosa stai dicendo?
-Non ti sento bene. Calmati e ricomincia.
Che succede?
Mentre cerco di capire, squilla anche il mio cellulare.
Lo estraggo dalla tasca decisamente irritato. Dopo lo spengo. E' mio padre.
-Edward, è successa una cosa terribile.
-Gli Orioles hanno perso?- ma ho un brivido che mi percorre la schiena.
-Non fare lo scemo. Hanno chiamato da Montecarlo.
-...
-Tuo fratello.
-Papà, ti prego. Emmett cosa?- Cristo, sto impazzendo!
-Ha avuto un incidente.
-Un incidente in pista?- Cazzo, no.
-Sì. La macchina del suo team rientrava ai box, dopo le prime prove, stamattina.
Ha sbandato. Il pilota ha perso il controllo, non si sa ancora bene la dinamica e...
-Ma che me ne frega della dinamica. Lui come sta?
-L'ha preso in pieno. E' volato per quattro metri e poi è ricaduto a terra. E' in coma.
-Non è possibile, papà.
-Non riusciamo a crederci neanche noi.
-La mamma?
-Piange e basta. Vuole andare da lui. Cerco il primo volo per Montecarlo. Tu cosa fai?
-E me lo chiedi? Ne cerco uno anch'io e arrivo.
-Andiamo separatamente. Sarà più facile trovare posto.
-Certo papà. Bacia la mamma. E... papà?
-Dimmi.
-Se avete notizie, di qualunque tipo, chiamatemi.
-Certo Edward.
Chiudo la comunicazione inebetito.
Bella si è seduta su una colonnina per l'acqua dolce, con il telefono chiuso, in mano.
Mi fissa e so che anche lei sa.
-Vieni qui, ti prego- mi dice.
Mi siedo in terra accanto a lei, senza dire una parola, e poi le abbraccio le gambe, affondando il viso nel suo grembo morbido.
Quando sento le sue mani accarezzarmi la schiena e i capelli, mi lascio andare.
E piango.
-Mi dispiace, amore mio. Mi dispiace. Mi dispiace tanto- dice.
Restiamo così a lungo. Non riesco a pensare di fare nient'altro.
Emmett. La mia roccia.
Mai un raffreddore.
L'immagine della salute e della forza.
Da ragazzino mi faceva invidia perfino. Sempre in forma, sempre allegro, sempre sano.
Cazzo. Emmett no.
Io ho sempre camminato sul bordo del baratro, attento a non guardare giù, con la paura di tutto. Con l'ansia di vivere e il desiderio di invecchiare come lui.
Lui neanche ha mai guardato dove metteva i piedi. Sicuro, tranquillo, spassoso, estroverso.
Io, eterno incazzato, introverso, chiuso, ma seguito, coccolato, protetto. Lui un soprammobile. Dove lo mettevi stava. Mai un problema, mai un dubbio, mai una paura.
Cazzo. Emmett no.
E mia madre? Tutta una vita passata a preoccuparsi di un figlio, ed ora anche dell'altro?
Chissà come sta, poveretta.
Devo tirarmi su e cercare un volo, subito.
-Bella...
-Certo. Devi andare da lui. Verrei anche io, ma martedì mattina ho il controllo dal ginecologo. Ti raggiungo appena riesco, va bene?
-No, tu devi stare tranquilla. Adesso un viaggio così, trovarti in un ospedale, lascia stare.
-Non se ne parla, Edward. Tu ora devi andare, il tuo posto è accanto ai tuoi, vicino a tuo fratello. Io appena posso ti raggiungo. Il mio posto è accanto a te.
Mi abbraccia, mi stringe. Mi bacia lieve.
-Ce la farà. Non disperarti. I Cullen sono dei duri, no?
Annuisco e cerco di sorridere, ma mi esce solo una smorfia.
-Cosa ti ha detto Rose?
-E' distrutta poveretta, anche lei. Se lo è visto volare davanti agli occhi. E' sotto choc, credo. Mi diceva frasi spezzate, piangeva. Ha bisogno anche lei che qualcuno la raggiunga.
-I miei partono appena possono.
-Bene.
Rientriamo a casa in fretta e nelle ore seguenti lei cerca un volo per martedì sera, o mercoledì mattina, poi mi aiuta preparare la valigia. Io cerco e trovo un posto per questa sera. Arriverò intorno alle ventidue. Perfetto.
Perfetto un cazzo.
La guardo mentre si cambia e raccoglie la sua roba sparsa in giro. La scannerizzo. Vorrei poterla mangiare, lei e nostro figlio. Per nascondermeli dentro e non rischiare di perderli. Per potermeli portare dietro, al sicuro.
Sorrido ricordando quando mio padre rimproverava me e mio fratello perchè uscivamo di sera e non “poteva chiudere la porta a chiave”. Noi non capivamo e sghignazzavamo, di lui e delle sue manie.
Invece avevi ragione papà.
Bellissima la sensazione di chiudere la porta, tu e i tuoi affetti dentro al sicuro, il mondo cattivo fuori. E quante volte invece non puoi farlo? Quante volte devi strapparti il cuore dal petto e lasciarlo in consegna a chi ami e andartene affanculo?
E' così che mi sento oggi.
Un pezzo di cuore qui a casa con Bella e mio figlio.
Un altro pezzo è già volato a Montecarlo ed ora è con Emmett.
Io invece sono fuori, a preoccuparmi, a camminare, a vivere, come se niente fosse.
Ciao, Damocle. La tua spada è scesa sulla testa di tuo fratello.
Ci avevi pensato?
Ci hai mai pensato che poteva capitare a qualcun altro e non solo e sempre a te? No.
Povero cretino.
E credevi che la paura più grande fosse quella? Che la spada ti cadesse di nuovo sulla testa?
Ed ora come ti senti?
Peggio, cazzo. Fa più male ancora.
Quando stavo male avevo la rabbia ad aiutarmi, a stimolarmi. Ora come amica ho la disperazione.
Cazzo. E tutti voi stavate così male per me e non me lo avete detto?
E io credevo che fosse solo dispiacere...
Non è solo dispiacere questa cosa che ti mozza il respiro. Che ti cancella pensieri e idee e te li sostituisce con un unico altro. Che ti spinge a camminare perchè se stai fermo impazzisci.
La mamma prendeva dei tranquillanti per dormire.
Me ne vergogno ora, ma pensavo che fosse solo un modo per farsi coccolare da papà.
Damocle vedeva solo se stesso. E, incredibile a dirsi, più dimagriva e stava male, più si vedeva. Più gli altri si preoccupavano, più lui si posizionava al centro del mondo.
Sempre più al centro.
Un applauso a Damocle. La più grande testa di cazzo egoista del pianeta.
Il volo è in perfetto orario. Decollo in perfetto orario.
Un volo piacevole. Nessuna turbolenza, cibo decente, tè in quantità, giornali, un film abbastanza recente da vedere.
Perfetto.
Atterro a Nizza in perfetto orario.
Tutto perfetto.
Perfetto un paio di cazzi.
Trovo un taxi e mi scapicollo direttamente in ospedale.
E arrivo prima dei miei. Il loro volo fa uno scalo in più e così arriveranno tra un'ora circa.
Davanti all'ingresso reporter e fotografi. E polizia che cerca di tenere lontani i curiosi.
Ci sono stati diversi feriti, non solo Emmett.
Devo dare le mie generalità e faccio fatica a farmi capire perchè parlo piano, per non far capire anche ai giornalisti chi sono e per chi sono lì.
Potrei dimenticare che da più di due mesi non permetto alla mia collera di prendere il sopravvento.
Finalmente mi lasciano entrare e oltrepasso la grande porta girevole dell'ospedale Princess Grace.
Mi guardo intorno e riconosco odori e colori.
Gli ospedali sono tutti uguali. Colori chiari, pulizia esagerata, facce serie, infermieri efficienti, odore di disinfettante.
Mi viene nausea. E ansia.
Ansia in crescendo, che parte dal fondo dello stomaco e poi invade tutto, mi riempie i polmoni, mi chiude la gola e toglie forza alle braccia.
No, cazzo. Un attacco di panico adesso, no. Per due buoni motivi: devo arrivare da Emmett lucido. Lui ha bisogno di una voce amica. Qualcuno che lo chiami, che lo tenga ancorato a questo sporco mondo. Perchè lui vuole diventare vecchio. E vuole farsi piacere le donne fino a novant'anni. E vuole venire a giocare con suo nipote.
E io voglio mio fratello. Io voglio mio fratello.
E poi non ho con me le mie gocce di Lexotan-Bella. Quindi non posso svenire.
Mi concentro. Respiro. Conto e respiro.
Il panico mi lascia, scivola piano in su dalle dita, torna indietro dalle braccia, mi libera la gola, mi lascia i polmoni, mi scioglie lo stomaco dalla sua morsa e mi restituisce lucidità.
Panico di merda.
All'ingresso chiedo di Emmett Cullen e la signorina mi indica l'ascensore. Secondo piano.
Un corridoio lunghissimo, un ascensore dotato di specchi e moquette. Anche l'ospedale è di lusso qui.
Infine sono davanti alla grande porta della rianimazione.
Di nuovo lascio le mie generalità. Spengo il cellulare. Indosso il camice, le ghette, la cuffia e la mascherina. Poi vengo accompagnato davanti al vetro della cameretta dove è Emmett.
Bianco.
Immobile.
Intubato.
Fasciato dal collo ad un posto imprecisato più in basso, sotto il lenzuolo bianco che lo copre.
Le labbra riarse.
Il naso escoriato.
Cateteri da ogni lato del suo corpo.
Macchinari che controllano le sue funzioni vitali.
Spingo la porta ed entro.
-Solo cinque minuti- mi hanno detto.
Cazzo, Emmett.
E tu non venivi a trovarmi quando io ero ridotto quasi così, perché i macchinari ti spaventavano...
Mi mandavi messaggi tramite la mamma, ricordi?
-Di' a quel cretino di esercitarsi con la play, perché quando torna lo sfido.
-Di' a quello scemo che la sua è una squadra di segaioli.
-Ricordagli di fare qualche peso perché quando torna lo attacco al soffitto con una mano sola.
Mi facevi ridere.
Grande fratello.
Ora non farmi scherzi, brutto stronzo.
Perché altrimenti ti attacco io al soffitto.
-Hai capito, brutto scemo?
Piango. Ti tengo la mano e piango.
E penso a quante volte l'avrai fatto tu per me.

Nessun commento:

Posta un commento