Mare calmo
E' l'alba, vedo la luce filtrare attraverso le imposte.
Lei dorme ancora, il suo respiro leggero riempie il silenzio della stanza.
Le mie mani intrecciate alle sue sulla sua pancia, vanno su è giù al ritmo impresso dai suoi polmoni.
Un respiro irregolare, come una breve onda, le attraversa la parte alta della pancia, al confine con lo stomaco. Forse si sta svegliando.
Un'altra onda le procura una piccola protuberanza sulla parte sinistra, in alto, appena sotto la mia mano.
Di colpo capisco.
Non è un respiro.
Non è lei.
Sei tu.
Ciao piccolo.
Come va là dentro? Sei comodo?
Mi risponde un'altra lieve onda, più in basso, proprio sotto la mia mano.
L'accarezzo più leggermente che posso, per non svegliarla.
Questo momento è mio e non voglio dividerlo con nessuno, nemmeno con lei.
Ciao piccolo.
Continuo a sentire onde lievi, passano leggere e si fermano, poi continuano, a volte tornano indietro. Irregolari, infrequenti, le attraversano la pancia da destra a sinistra.
Poi un colpetto dal basso verso l'altro. Forse un piedino?
Picchietto col mio dito la bugnetta che si forma.
Piano, piccolo.
Non svegliare la mamma.
Gioca con me.
Va avanti così per un po', sembra davvero che stia giocando con la mia mano. Io la poggio premendo leggermente sulla protuberanza e lui la sposta un po', sposto la mia mano, premo e si sposta ancora.
E' qualcosa di magico, stupendo. Mi commuovo fin dentro lo stomaco. Sento una sensazione che somiglia alla vertigine, all'eccitazione. Cos'è? Mai sentita prima.
E volevo privarmi di una cosa così, per quale motivo?
Non me lo ricordo più.
Rido.
Lei si sveglia.
-Buongiorno- dico allegro.
-Così felice di andare via?
-No-le stampo un bacio sulla bocca.-Non dire sciocchezze di primo mattino. Iniziano male la giornata.
Mi guarda storta, sollevando un sopracciglio.
-Giocavo con nostro figlio- le spiego.
-Uh? Si muoveva?
-Sì. Vedevo palline passarti sotto la pelle. Forse un pugnetto, forse un piedino. Le inseguivo con la mano. Bellissimo.
Sorride, intenerita.
Mi bacia lieve e si alza per andare in bagno.
Lei dorme ancora, il suo respiro leggero riempie il silenzio della stanza.
Le mie mani intrecciate alle sue sulla sua pancia, vanno su è giù al ritmo impresso dai suoi polmoni.
Un respiro irregolare, come una breve onda, le attraversa la parte alta della pancia, al confine con lo stomaco. Forse si sta svegliando.
Un'altra onda le procura una piccola protuberanza sulla parte sinistra, in alto, appena sotto la mia mano.
Di colpo capisco.
Non è un respiro.
Non è lei.
Sei tu.
Ciao piccolo.
Come va là dentro? Sei comodo?
Mi risponde un'altra lieve onda, più in basso, proprio sotto la mia mano.
L'accarezzo più leggermente che posso, per non svegliarla.
Questo momento è mio e non voglio dividerlo con nessuno, nemmeno con lei.
Ciao piccolo.
Continuo a sentire onde lievi, passano leggere e si fermano, poi continuano, a volte tornano indietro. Irregolari, infrequenti, le attraversano la pancia da destra a sinistra.
Poi un colpetto dal basso verso l'altro. Forse un piedino?
Picchietto col mio dito la bugnetta che si forma.
Piano, piccolo.
Non svegliare la mamma.
Gioca con me.
Va avanti così per un po', sembra davvero che stia giocando con la mia mano. Io la poggio premendo leggermente sulla protuberanza e lui la sposta un po', sposto la mia mano, premo e si sposta ancora.
E' qualcosa di magico, stupendo. Mi commuovo fin dentro lo stomaco. Sento una sensazione che somiglia alla vertigine, all'eccitazione. Cos'è? Mai sentita prima.
E volevo privarmi di una cosa così, per quale motivo?
Non me lo ricordo più.
Rido.
Lei si sveglia.
-Buongiorno- dico allegro.
-Così felice di andare via?
-No-le stampo un bacio sulla bocca.-Non dire sciocchezze di primo mattino. Iniziano male la giornata.
Mi guarda storta, sollevando un sopracciglio.
-Giocavo con nostro figlio- le spiego.
-Uh? Si muoveva?
-Sì. Vedevo palline passarti sotto la pelle. Forse un pugnetto, forse un piedino. Le inseguivo con la mano. Bellissimo.
Sorride, intenerita.
Mi bacia lieve e si alza per andare in bagno.
Siamo sempre in albergo da lei. Ormai la sua permanenza a Boston è quasi finita, finalmente tornerà a casa, la settimana prossima.
Io vengo da lei ogni venerdì sera. E riparto il lunedì mattina, prestissimo.
E' faticoso, ma non me ne accorgo.
In realtà mi viene molto più faticoso farmi passare le serate dal lunedì al giovedì, da solo, in casa mia, con la compagnia aberrante della televisione, una lattina di coca o aranciata e la mia mano destra.
Roba da tagliarsi le vene coi denti.
Quando esce dal bagno, vado io. Una doccia, colazione insieme e poi taxi, aeroporto, volo, ufficio.
Ogni lunedì così, da tre settimane.
Mi piace. Che sono strano e diverso dal resto della popolazione americana maschile, l'ho sempre saputo.
Io vengo da lei ogni venerdì sera. E riparto il lunedì mattina, prestissimo.
E' faticoso, ma non me ne accorgo.
In realtà mi viene molto più faticoso farmi passare le serate dal lunedì al giovedì, da solo, in casa mia, con la compagnia aberrante della televisione, una lattina di coca o aranciata e la mia mano destra.
Roba da tagliarsi le vene coi denti.
Quando esce dal bagno, vado io. Una doccia, colazione insieme e poi taxi, aeroporto, volo, ufficio.
Ogni lunedì così, da tre settimane.
Mi piace. Che sono strano e diverso dal resto della popolazione americana maschile, l'ho sempre saputo.
Mentre sono sotto la doccia sento Bella parlare al telefono. Strano così presto, sarà Rose.
In settimana parte per Montecarlo, va da Emmett. Da giovedì il circo del Gran Premio invaderà le strade monegasche. Giorni febbrili di confusione, stampa, prezzi alle stelle, alberghi assaliti da tifosi e paparazzi. Piloti, starlette più o meno note e curiosi di ogni tipo.
Certi spettacoli rendono l'aria irrespirabile, a parer mio. Sono eventi che macinano soldi come acqua che scorra da una fonte eterna. Una quantità tale che basterebbe a sfamare per due anni tutta la popolazione indiana che soffre. O quella dell'Africa.
E' un mondo che non capisco.
Emmett mi ha sempre preso in giro per questo.
-Io vivo di questo, Ed. E mi piace. Guadagno di più così che se mi facessi il doppio del culo in un'azienda qualunque. Il circo, come lo chiami tu, serve ad attirare la notorietà che fa da contorno e procura sponsor e altri soldi.
-Tutta apparenza e nessuna sostanza. Non lo sopporto.
-Mica tutta. Ti assicuro ad esempio che la figa che gira attorno ai nostri paddock è vera e di prima qualità.
Rido.
Le donne sono sempre piaciute da matti a tutti e due. Chissà da chi abbiamo preso questa caratteristica. Nostro padre sembra così tranquillo, così pacato e posato. Che io sappia è sempre stato fedelissimo a nostra madre.
-La mamma era una cheerleader al college. Chissà, magari lei era più estroversa di papà. Che male ci sarebbe stato? Poi si è innamorata di papà e ha messo la testa a posto. Come certa gente che ha conosciuto un felino dal pelo nero...
-Altra gente invece non va sempre in giro con un altro tipo di felino, vero?
-Chi io? Con Rose ci divertiamo. Stiamo bene così. Niente di più. Non spargo semi in giro, io.
-E non sai che ti perdi, scemo.
-Può darsi. Ma non ho voglia di appendere il cappello, ancora. Sono giovane e mi piace pensare che posso ancora fare mille cose prima di...crescere.
-Un giorno avrai i capelli bianchi, la figa non ti tirerà più e ti accorgerai che hai il vuoto intorno.
-A parte che sono sicuro che certe cose mi tireranno fino a novant'anni, comunque se mi sentirò solo andrò a casa di mio fratello a giocare con la sua squadra di ragazzini urlanti e mangerò le prelibatezze cucinate da mia cognata.
-Rompicoglioni da piccolo, rompicoglioni da vecchio.
Ridiamo. E’ un rompicoglioni ma gli voglio bene, e lui ne vuole a me. E’ la mia roccia salda.
Da piccoli mi difendeva sempre. Io sono sempre stato magro e gracilino. Lui, più piccolo di me per età, ma non per stazza, ha sempre goduto di ottima salute ed ha sempre avuto innata predisposizione per menare le mani.
Io combatto di lingua, lui a suon di pugni. A ciascuno i suoi talenti.
In settimana parte per Montecarlo, va da Emmett. Da giovedì il circo del Gran Premio invaderà le strade monegasche. Giorni febbrili di confusione, stampa, prezzi alle stelle, alberghi assaliti da tifosi e paparazzi. Piloti, starlette più o meno note e curiosi di ogni tipo.
Certi spettacoli rendono l'aria irrespirabile, a parer mio. Sono eventi che macinano soldi come acqua che scorra da una fonte eterna. Una quantità tale che basterebbe a sfamare per due anni tutta la popolazione indiana che soffre. O quella dell'Africa.
E' un mondo che non capisco.
Emmett mi ha sempre preso in giro per questo.
-Io vivo di questo, Ed. E mi piace. Guadagno di più così che se mi facessi il doppio del culo in un'azienda qualunque. Il circo, come lo chiami tu, serve ad attirare la notorietà che fa da contorno e procura sponsor e altri soldi.
-Tutta apparenza e nessuna sostanza. Non lo sopporto.
-Mica tutta. Ti assicuro ad esempio che la figa che gira attorno ai nostri paddock è vera e di prima qualità.
Rido.
Le donne sono sempre piaciute da matti a tutti e due. Chissà da chi abbiamo preso questa caratteristica. Nostro padre sembra così tranquillo, così pacato e posato. Che io sappia è sempre stato fedelissimo a nostra madre.
-La mamma era una cheerleader al college. Chissà, magari lei era più estroversa di papà. Che male ci sarebbe stato? Poi si è innamorata di papà e ha messo la testa a posto. Come certa gente che ha conosciuto un felino dal pelo nero...
-Altra gente invece non va sempre in giro con un altro tipo di felino, vero?
-Chi io? Con Rose ci divertiamo. Stiamo bene così. Niente di più. Non spargo semi in giro, io.
-E non sai che ti perdi, scemo.
-Può darsi. Ma non ho voglia di appendere il cappello, ancora. Sono giovane e mi piace pensare che posso ancora fare mille cose prima di...crescere.
-Un giorno avrai i capelli bianchi, la figa non ti tirerà più e ti accorgerai che hai il vuoto intorno.
-A parte che sono sicuro che certe cose mi tireranno fino a novant'anni, comunque se mi sentirò solo andrò a casa di mio fratello a giocare con la sua squadra di ragazzini urlanti e mangerò le prelibatezze cucinate da mia cognata.
-Rompicoglioni da piccolo, rompicoglioni da vecchio.
Ridiamo. E’ un rompicoglioni ma gli voglio bene, e lui ne vuole a me. E’ la mia roccia salda.
Da piccoli mi difendeva sempre. Io sono sempre stato magro e gracilino. Lui, più piccolo di me per età, ma non per stazza, ha sempre goduto di ottima salute ed ha sempre avuto innata predisposizione per menare le mani.
Io combatto di lingua, lui a suon di pugni. A ciascuno i suoi talenti.
§§§
E' il primo venerdì da non so più quanto tempo in cui non mi reco in aeroporto per partire. Oggi vado a prendere lei. Lei che finalmente torna a casa.
Stasera siamo a cena dai miei. Non ho proprio potuto evitarlo.
Avrei preferito invece portarla fuori a cena e parlarle di un certo progettino che mi frulla in testa da un po'.
Allo scopo ho anche fatto un acquisto. Quando lo saprà Emmett mi prenderà per il culo per il resto dei miei giorni. Sfigato lui. Non ha capito un cazzo di cosa conta davvero nella vita.
La spinta definitiva me l'ha data mio padre, in verità.
Qualche sera fa, mentre ero a cena da loro.
-Anthony Cullen, suona bene.
-In verità non ne abbiamo ancora parlato.
-Cioè vuoi dire che avete deciso il nome ma non se gli darai il tuo cognome?
-Già.
-E che aspetti Edward? Vuoi che in ospedale alla nascita dia il suo cognome al piccolo?
-Conterei di esserci e di seguire io le pratiche anagrafiche.
-Potresti arrivare tardi. E lei averlo già segnato mediante l'ostetrica. Tu sei nato prima del termine e io ero via per lavoro, ad esempio.
-E la mamma mi ha dato il suo cognome?
-Certo che no. Eravamo d'accordo. E poi eravamo sposati. Ma voi...
-Vedrò di prendere accordi col piccolo chè non nasca prima del dovuto.
Lui alza gli occhi al cielo.
-Non cambi mai. Vuoi sempre l'ultima parola.
-L'avrò anche con lei. E con mio figlio.
Ma bisogna che le parli. E non sono più disposto a rimandare. Però è una cosa da dire di persona. E mentre siamo soli.
Quindi magari dopo cena farò la mia mossa. E che Dio me la mandi buona.
Stasera siamo a cena dai miei. Non ho proprio potuto evitarlo.
Avrei preferito invece portarla fuori a cena e parlarle di un certo progettino che mi frulla in testa da un po'.
Allo scopo ho anche fatto un acquisto. Quando lo saprà Emmett mi prenderà per il culo per il resto dei miei giorni. Sfigato lui. Non ha capito un cazzo di cosa conta davvero nella vita.
La spinta definitiva me l'ha data mio padre, in verità.
Qualche sera fa, mentre ero a cena da loro.
-Anthony Cullen, suona bene.
-In verità non ne abbiamo ancora parlato.
-Cioè vuoi dire che avete deciso il nome ma non se gli darai il tuo cognome?
-Già.
-E che aspetti Edward? Vuoi che in ospedale alla nascita dia il suo cognome al piccolo?
-Conterei di esserci e di seguire io le pratiche anagrafiche.
-Potresti arrivare tardi. E lei averlo già segnato mediante l'ostetrica. Tu sei nato prima del termine e io ero via per lavoro, ad esempio.
-E la mamma mi ha dato il suo cognome?
-Certo che no. Eravamo d'accordo. E poi eravamo sposati. Ma voi...
-Vedrò di prendere accordi col piccolo chè non nasca prima del dovuto.
Lui alza gli occhi al cielo.
-Non cambi mai. Vuoi sempre l'ultima parola.
-L'avrò anche con lei. E con mio figlio.
Ma bisogna che le parli. E non sono più disposto a rimandare. Però è una cosa da dire di persona. E mentre siamo soli.
Quindi magari dopo cena farò la mia mossa. E che Dio me la mandi buona.
Sono nervoso.
Sono nervoso mentre mi abbraccia in aeroporto e aspettiamo insieme tutti i suoi bagagli.
Sono nervoso mentre in macchina andiamo dai miei.
Sono nervoso anche adesso, mentre ceniamo.
Lei invece sembra tranquilla, ma lo so che immagina che qualcosa bolle in pentola.
In aeroporto e poi in macchina mi ha chiesto un paio di volte se andava tutto bene.
Ho sempre annuito distratto.
La vedo scambiarsi sguardi preoccupati con mia madre.
Che palle. Staranno pensando chissà che.
Sono sempre più nervoso.
Mi alzo per andare in bagno e quando esco davanti alla porta c'è lei, braccia sui fianchi, faccia dura.
Mi spinge con l'indice teso indietro e poi chiude la porta del bagno appoggiandocisi contro.
-Ora mi dici cos'hai, Edward Cullen.
-Niente.
Cerco di sorridere.
-Non negare. Ti conosco.
Sospira.
-Hai avuto qualche controllo oggi?
Cosa? Pensa che sia teso per la mia salute? Si preoccupa che qualcosa non vada e che io non voglia parlargliene?
Che cretino. Non avevo previsto che sarebbe stata in ansia per me. La solita storia.
Non sarò mai trattato come uno qualunque. Sarò sempre l'ex-malato di cancro, ecc.ecc.
Chissene frega. Io non sono uno qualunque. Io sono io. Annessi e connessi. E lei ama me. Annessi e connessi.
-Scusami. No, nessun controllo. Tutto normale, davvero. Ho solo avuto una giornata di tensione e superlavoro. Te ne parlerò a casa, da soli. D'accordo?
Annuisce, ma la vedo che non è del tutto convinta.
Sono nervoso mentre mi abbraccia in aeroporto e aspettiamo insieme tutti i suoi bagagli.
Sono nervoso mentre in macchina andiamo dai miei.
Sono nervoso anche adesso, mentre ceniamo.
Lei invece sembra tranquilla, ma lo so che immagina che qualcosa bolle in pentola.
In aeroporto e poi in macchina mi ha chiesto un paio di volte se andava tutto bene.
Ho sempre annuito distratto.
La vedo scambiarsi sguardi preoccupati con mia madre.
Che palle. Staranno pensando chissà che.
Sono sempre più nervoso.
Mi alzo per andare in bagno e quando esco davanti alla porta c'è lei, braccia sui fianchi, faccia dura.
Mi spinge con l'indice teso indietro e poi chiude la porta del bagno appoggiandocisi contro.
-Ora mi dici cos'hai, Edward Cullen.
-Niente.
Cerco di sorridere.
-Non negare. Ti conosco.
Sospira.
-Hai avuto qualche controllo oggi?
Cosa? Pensa che sia teso per la mia salute? Si preoccupa che qualcosa non vada e che io non voglia parlargliene?
Che cretino. Non avevo previsto che sarebbe stata in ansia per me. La solita storia.
Non sarò mai trattato come uno qualunque. Sarò sempre l'ex-malato di cancro, ecc.ecc.
Chissene frega. Io non sono uno qualunque. Io sono io. Annessi e connessi. E lei ama me. Annessi e connessi.
-Scusami. No, nessun controllo. Tutto normale, davvero. Ho solo avuto una giornata di tensione e superlavoro. Te ne parlerò a casa, da soli. D'accordo?
Annuisce, ma la vedo che non è del tutto convinta.
Dopo cena, mentre in macchina torniamo a casa, torna all'attacco.
-Ora siamo soli. Mi dici che è successo?
Mi viene da ridere. E' peggio di un martello. Ma fare a braccio di ferro dialettico con lei, mi scarica del nervosismo. Che poi, nervosismo di che?
Al massimo mi dice di no.
Appunto.
Decido di fare un largo giro. Nel frattempo forse riesco ad arrivare a casa dove l'atmosfera è migliore. E c'è cosa devo darle.
-Si tratta di Anthony.
-Anthony cosa?
-Anthony. Dovrebbe avere una cameretta, quando nasce.
-Se è per questo pure una casa- ride lei.
E pure un cognome, penso io.
-Quindi?
-Quindi dobbiamo comprarne una. E vorrei farlo io.
-E poi dove la mettiamo la cameretta, scusa?
-Nel mio studio. A casa mia.
-Tutto questo romanticismo mi sta cariando tutti i denti, tesoro.
Rido apertamente. Forse fare un così largo giro di parole non mi sta rendendo irresistibile. Forte.
Fingo di non aver capito. Magari la frego e riesco a prendere tempo.
-A casa tua non ci starebbe. E' troppo piccola.
-Mi stai chiedendo in modo incantevole di venire a vivere con te?
-In modo incantevole sì.
-In modo incantevole la mia risposta è...No.
-E perchè, di grazia?
-Perchè tu sei antipatico, e pieno di boria e pretese. E casa tua non mi piace. E' troppo antica e scontata. Come te.
S'è incazzata. Perfetto. Ciò che volevo. Mi piace stuzzicarla.
Il viaggio prosegue mentre dentro ridacchio e lei fa il muso guardando fuori dal finestrino.
Parcheggio sotto casa mia e lei si gira verso di me.
-Voglio andare a casa mia.
-Non fare la scema e scendi.
-Non sono scema e non scendo.
-Non hai capito niente. Scendi per piacere, se no ti tiro fuori a forza e ti butto su una spalla come i primitivi.
-La clava non la prendi?
Faccio un sorrisetto.
-Ce l'ho sempre con me quella. Dentro i pantaloni, gioia. Dovresti saperlo bene.
-E' l'unica cosa davvero affascinante che hai.
Ma le sta scappando mezzo sorriso, lo vedo che cerca di affacciarsi.
Si guarda le mani e continua.
-Il resto è al di fuori di ogni tentazione.
-Davvero?
Mi sporgo e le bacio la guancia.
-Davvero.
-Anche le mani?
Le accarezzo una gamba con il dorso delle dita.
Non risponde.
-Anche i capelli?
Le solletico il collo con la testa.
-E la barba?
Sfrego una guancia sulla sua.
Nessuna risposta. Ma il respiro le si fa più corto.
-E gli occhi?
Le prendo il mento e la giro. Occhi negli occhi.
Schiude la bocca.
Insisto.
-E la voce?- dico, abbassandola e rendendola roca.
Lo so che ti piace, inutile che fai la dura.
Infatti mi acchiappa di furia i lati del viso e mi bacia con forza e passione.
Mi succhia con rabbia e mi morde la lingua. E non mi lascia prima di avermi reso impossibile lo spazio che ho a disposizione tra una gamba e l'altra, seduto in macchina.
Ecco che mi sono dato la famosa zappa sui piedi. Fa male. La zappa. E pure il cazzo, arrotolato su se stesso dentro i pantaloni.
-E ora fuori la vera ragione per cui hai tirato in campo Anthony- mi dice appena entriamo in casa, sbattendo in terra i bagagli e continuando a baciarci.
-Anthony. Vorrei che fosse Cullen- dico, tirandole la stoffa della camicia che le copre quei seni sempre più abbondanti.
-No- mentre anche lei tira la mia camicia.
Le fermo le mani e la guardo, allontanando la bocca da lei.
-Dimmi perchè no.
-Non voglio che mio figlio viva esperienze a me sconosciute.
Ma parla arabo?
-Che cazzo stai dicendo, Swan? Non farmi incazzare. Mi conosci e mi pare che abbia dato abbondantemente prova di solidità e serietà ultimamente.
-E ora chi è che non ha capito un cazzo, Cullen?
Sto perdendo colpi. Deve essere il sangue. E' tutto concentrato laggiù e nel cervello non ne arriva più nemmeno una goccia.
Ergo, è il caso di sfoderare l'arma vincente.
Sollevo il sopracciglio sinistro e piego in su il lato destro della bocca.
Bingo.
Ride, scuotendo la testa.
-Stronzo. Non è valido. I colpi bassi non sono ammessi.
-Non ho colpito niente.
-Questo lo dici tu. Quel sorriso arriva diritto dentro le mie mutande. E' un colpo basso, fidati.
Ridiamo e ci baciamo.
Torno alla carica.
-Quindi Anthony Cullen. E' deciso.
-Nient'affatto.
-Ma allora vuoi la guerra.
-Voglio qualcosa, ma non è la guerra, Cullen. Ti facevo più sagace...
Porco cazzo. Pianeta cervello chiama pianeta sangue. Elaborazione dati.
Dunque. Cognome Cullen no. Non vuole per suo figlio esperienze non condivise da lei.
Cazzo, sì! Sono scemo.
-E sarei io quello antico, baby? Tu sei antidiluviana!
-Solo tradizionalista.
Ride, ci siamo capiti, perfettamente.
-Aspetta un minuto, immobile. Torno subito.
Sparisco in camera da letto e torno dopo un minuto.
Lei ha gli occhi chiusi.
Mi avvicino senza parlare. Le prendo la mano destra e la giro con il palmo in su. Ci poggio sopra l'oggetto recuperato dal mio comodino. Poi gliela chiudo con entrambe le mie.
-Apri gli occhi Bella.
Guarda me, guarda la mano, poi apre il palmo.
Una scatolina piccola, a forma di cuore, con un gancetto laterale a chiuderla.
E' commossa.
-Che bella...-dice.
-Bisogna aprirla.
-Fallo tu.
Sgancio la chiusura e sollevo la parte superiore della scatolina.
-Edward...
Sfilo l'anello dalla fessura e le prendo la mano sinistra. Poi infilo al suo anulare il mio brillante.
Perfetto. Non servono parole.
La guardo e sorrido.
Mi guarda e sorride.
E’ lei a parlare.
-Significa quello che penso?
-Significa che siamo tutti e tre membri della stessa famiglia. Quindi stesso cognome.
Le scende una lacrima.
-Stessa famiglia. Stesso cognome. E' stata dura fartici arrivare.
-Scusa. Quando si tratta di sentimenti divento lento.
Mi sorride.
-Ti amo, lo sai?- mi dice.
La stringo e la bacio.
-Lo so, e meno male, perchè ti amo anch'io.
E' vero. Quello che ci attrae l'un l'altro è questo nostro modo unico di spiegarci poco, di capirci tanto, di metterci in gioco a volte e di stuzzicarci sempre. Non potrà mai esserci noia tra noi.
-Ora siamo soli. Mi dici che è successo?
Mi viene da ridere. E' peggio di un martello. Ma fare a braccio di ferro dialettico con lei, mi scarica del nervosismo. Che poi, nervosismo di che?
Al massimo mi dice di no.
Appunto.
Decido di fare un largo giro. Nel frattempo forse riesco ad arrivare a casa dove l'atmosfera è migliore. E c'è cosa devo darle.
-Si tratta di Anthony.
-Anthony cosa?
-Anthony. Dovrebbe avere una cameretta, quando nasce.
-Se è per questo pure una casa- ride lei.
E pure un cognome, penso io.
-Quindi?
-Quindi dobbiamo comprarne una. E vorrei farlo io.
-E poi dove la mettiamo la cameretta, scusa?
-Nel mio studio. A casa mia.
-Tutto questo romanticismo mi sta cariando tutti i denti, tesoro.
Rido apertamente. Forse fare un così largo giro di parole non mi sta rendendo irresistibile. Forte.
Fingo di non aver capito. Magari la frego e riesco a prendere tempo.
-A casa tua non ci starebbe. E' troppo piccola.
-Mi stai chiedendo in modo incantevole di venire a vivere con te?
-In modo incantevole sì.
-In modo incantevole la mia risposta è...No.
-E perchè, di grazia?
-Perchè tu sei antipatico, e pieno di boria e pretese. E casa tua non mi piace. E' troppo antica e scontata. Come te.
S'è incazzata. Perfetto. Ciò che volevo. Mi piace stuzzicarla.
Il viaggio prosegue mentre dentro ridacchio e lei fa il muso guardando fuori dal finestrino.
Parcheggio sotto casa mia e lei si gira verso di me.
-Voglio andare a casa mia.
-Non fare la scema e scendi.
-Non sono scema e non scendo.
-Non hai capito niente. Scendi per piacere, se no ti tiro fuori a forza e ti butto su una spalla come i primitivi.
-La clava non la prendi?
Faccio un sorrisetto.
-Ce l'ho sempre con me quella. Dentro i pantaloni, gioia. Dovresti saperlo bene.
-E' l'unica cosa davvero affascinante che hai.
Ma le sta scappando mezzo sorriso, lo vedo che cerca di affacciarsi.
Si guarda le mani e continua.
-Il resto è al di fuori di ogni tentazione.
-Davvero?
Mi sporgo e le bacio la guancia.
-Davvero.
-Anche le mani?
Le accarezzo una gamba con il dorso delle dita.
Non risponde.
-Anche i capelli?
Le solletico il collo con la testa.
-E la barba?
Sfrego una guancia sulla sua.
Nessuna risposta. Ma il respiro le si fa più corto.
-E gli occhi?
Le prendo il mento e la giro. Occhi negli occhi.
Schiude la bocca.
Insisto.
-E la voce?- dico, abbassandola e rendendola roca.
Lo so che ti piace, inutile che fai la dura.
Infatti mi acchiappa di furia i lati del viso e mi bacia con forza e passione.
Mi succhia con rabbia e mi morde la lingua. E non mi lascia prima di avermi reso impossibile lo spazio che ho a disposizione tra una gamba e l'altra, seduto in macchina.
Ecco che mi sono dato la famosa zappa sui piedi. Fa male. La zappa. E pure il cazzo, arrotolato su se stesso dentro i pantaloni.
-E ora fuori la vera ragione per cui hai tirato in campo Anthony- mi dice appena entriamo in casa, sbattendo in terra i bagagli e continuando a baciarci.
-Anthony. Vorrei che fosse Cullen- dico, tirandole la stoffa della camicia che le copre quei seni sempre più abbondanti.
-No- mentre anche lei tira la mia camicia.
Le fermo le mani e la guardo, allontanando la bocca da lei.
-Dimmi perchè no.
-Non voglio che mio figlio viva esperienze a me sconosciute.
Ma parla arabo?
-Che cazzo stai dicendo, Swan? Non farmi incazzare. Mi conosci e mi pare che abbia dato abbondantemente prova di solidità e serietà ultimamente.
-E ora chi è che non ha capito un cazzo, Cullen?
Sto perdendo colpi. Deve essere il sangue. E' tutto concentrato laggiù e nel cervello non ne arriva più nemmeno una goccia.
Ergo, è il caso di sfoderare l'arma vincente.
Sollevo il sopracciglio sinistro e piego in su il lato destro della bocca.
Bingo.
Ride, scuotendo la testa.
-Stronzo. Non è valido. I colpi bassi non sono ammessi.
-Non ho colpito niente.
-Questo lo dici tu. Quel sorriso arriva diritto dentro le mie mutande. E' un colpo basso, fidati.
Ridiamo e ci baciamo.
Torno alla carica.
-Quindi Anthony Cullen. E' deciso.
-Nient'affatto.
-Ma allora vuoi la guerra.
-Voglio qualcosa, ma non è la guerra, Cullen. Ti facevo più sagace...
Porco cazzo. Pianeta cervello chiama pianeta sangue. Elaborazione dati.
Dunque. Cognome Cullen no. Non vuole per suo figlio esperienze non condivise da lei.
Cazzo, sì! Sono scemo.
-E sarei io quello antico, baby? Tu sei antidiluviana!
-Solo tradizionalista.
Ride, ci siamo capiti, perfettamente.
-Aspetta un minuto, immobile. Torno subito.
Sparisco in camera da letto e torno dopo un minuto.
Lei ha gli occhi chiusi.
Mi avvicino senza parlare. Le prendo la mano destra e la giro con il palmo in su. Ci poggio sopra l'oggetto recuperato dal mio comodino. Poi gliela chiudo con entrambe le mie.
-Apri gli occhi Bella.
Guarda me, guarda la mano, poi apre il palmo.
Una scatolina piccola, a forma di cuore, con un gancetto laterale a chiuderla.
E' commossa.
-Che bella...-dice.
-Bisogna aprirla.
-Fallo tu.
Sgancio la chiusura e sollevo la parte superiore della scatolina.
-Edward...
Sfilo l'anello dalla fessura e le prendo la mano sinistra. Poi infilo al suo anulare il mio brillante.
Perfetto. Non servono parole.
La guardo e sorrido.
Mi guarda e sorride.
E’ lei a parlare.
-Significa quello che penso?
-Significa che siamo tutti e tre membri della stessa famiglia. Quindi stesso cognome.
Le scende una lacrima.
-Stessa famiglia. Stesso cognome. E' stata dura fartici arrivare.
-Scusa. Quando si tratta di sentimenti divento lento.
Mi sorride.
-Ti amo, lo sai?- mi dice.
La stringo e la bacio.
-Lo so, e meno male, perchè ti amo anch'io.
E' vero. Quello che ci attrae l'un l'altro è questo nostro modo unico di spiegarci poco, di capirci tanto, di metterci in gioco a volte e di stuzzicarci sempre. Non potrà mai esserci noia tra noi.
Più tardi siamo nel mio letto, abbracciati. Sono ancora dentro di lei, perchè so che le piace e piace molto anche a me, dopo l’amore, rimanere immobili a smaltire l’emozione e la gioia. L'abbraccio da dietro e tengo una mano sotto il suo seno, l'altra sulla sua bella pancia.
Posso restare ore così, con le mani immobili, per cogliere anche il più impercettibile movimento. Ho scoperto che dopo l'amore il cucciolo si muove di più, sembra saltellare felice; che in macchina dorme beato, che quando Bella mangia si agita, che si rilassa quando lei ascolta musica.
-Dobbiamo andare a trovare tuo padre.
-Ti dirà: era ora! Col suo vocione da sceriffo.
-E avrebbe ragione.
-Invece no. Ci serviva tempo. Dovevi capire tu e dovevo capire io. Tu che potevi allungare una mano e acchiappare il tuo futuro. Io che lo volevo con te, e non con il principe azzurro.
Sorrido e le accarezzo la pancia. Ormai sono scivolato fuori da lei e mi sposto leggermente, per guardarla in viso.
Mi studia, con gli occhi socchiusi.
-Eppure sono sicura che lo sei.
-Chi?
-Il principe azzurro.
-Naa. Troppo impomatato. E poi non so andare a cavallo.
-Questa è una bugia. Cavalchi benissimo, direi!
Ridiamo di nuovo. Quest’atmosfera leggera e rilassante è molto piacevole.
Le viene in mente qualcosa di divertente, perchè mi guarda con l'espressione furba e mi strizza un occhio.
Si solleva a sedere e mi guarda l'inguine. Poi si avvicina al mio migliore amico e gli parla.
-Ciao piccoletto. Papà è uscito? Quando torna mi avvisi?
Poi si rischianta sdraiata, ridendo a crepapelle.
-Sai che per questo affronto potrei rimanere impotente a vita?
-Non credo, Cullen. E comunque posso sempre aiutarmi con un cucchiaino, come si fa quando si infila il ripieno nelle zucchine!
Stronza. Ma queste chiacchiere me l'hanno decisamente inamidato a dovere.
Faccio una vocetta stridula che sembro Eric.
-Signora. E' tornato mio papà.
-Oh che bella notizia! Piatto ricco mi ci ficco- ride e si avventa sul mio uccello, mani e bocca.
-Casomai sono io che mi ficco da qualche parte- riesco solo a dire, poi le sensazioni mi privano della facoltà di parlare.
Posso restare ore così, con le mani immobili, per cogliere anche il più impercettibile movimento. Ho scoperto che dopo l'amore il cucciolo si muove di più, sembra saltellare felice; che in macchina dorme beato, che quando Bella mangia si agita, che si rilassa quando lei ascolta musica.
-Dobbiamo andare a trovare tuo padre.
-Ti dirà: era ora! Col suo vocione da sceriffo.
-E avrebbe ragione.
-Invece no. Ci serviva tempo. Dovevi capire tu e dovevo capire io. Tu che potevi allungare una mano e acchiappare il tuo futuro. Io che lo volevo con te, e non con il principe azzurro.
Sorrido e le accarezzo la pancia. Ormai sono scivolato fuori da lei e mi sposto leggermente, per guardarla in viso.
Mi studia, con gli occhi socchiusi.
-Eppure sono sicura che lo sei.
-Chi?
-Il principe azzurro.
-Naa. Troppo impomatato. E poi non so andare a cavallo.
-Questa è una bugia. Cavalchi benissimo, direi!
Ridiamo di nuovo. Quest’atmosfera leggera e rilassante è molto piacevole.
Le viene in mente qualcosa di divertente, perchè mi guarda con l'espressione furba e mi strizza un occhio.
Si solleva a sedere e mi guarda l'inguine. Poi si avvicina al mio migliore amico e gli parla.
-Ciao piccoletto. Papà è uscito? Quando torna mi avvisi?
Poi si rischianta sdraiata, ridendo a crepapelle.
-Sai che per questo affronto potrei rimanere impotente a vita?
-Non credo, Cullen. E comunque posso sempre aiutarmi con un cucchiaino, come si fa quando si infila il ripieno nelle zucchine!
Stronza. Ma queste chiacchiere me l'hanno decisamente inamidato a dovere.
Faccio una vocetta stridula che sembro Eric.
-Signora. E' tornato mio papà.
-Oh che bella notizia! Piatto ricco mi ci ficco- ride e si avventa sul mio uccello, mani e bocca.
-Casomai sono io che mi ficco da qualche parte- riesco solo a dire, poi le sensazioni mi privano della facoltà di parlare.

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