martedì 22 marzo 2016

CAPITOLO 23



Il mondo addosso
Esco a razzo dall'ufficio e mi precipito al piano di sopra.
Suono, consapevole che lei probabilmente non vorrà ricevermi, o mi caccerà a calci e grida, o mi caverà gli occhi, o cercherà di spingermi giù dalle scale.
Ti lascerò farmi tutto quello che vuoi.
Ma non mi sposterò di un centimetro dalle mie convinzioni. Sei mia e il bimbo è mio. Mi farò perdonare. Dovessi farmi la strada da qui a casa tua sulle ginocchia.
Del resto se non ti interessavo più non mi avresti nemmeno fatto sapere che mio figlio è mio figlio, no?
Mi apre una ragazza giovane, capelli corti e neri, visetto simpatico. Forse la segretaria? Non sono stato molto attento a cosa mi accadeva intorno, ultimamente.
Mi fa accomodare con un sorriso nella sala d'attesa.
Passo lì mezz'ora.
Sono sicuro che lo sta facendo apposta e mi viene da ridere.
Niente può farmi incazzare oggi e quindi sorrido divertito mentre giro i pollici.
La ragazza viene a chiamarmi e mi accompagna nell'ufficio di Bella.
La vedo seduta alla sua scrivania, gli occhiali in mano e un sorriso falso stampato in faccia. Camicetta scollata, capelli sciolti.
Il mio cazzo sta facendo la danza della pioggia. Vuole che gli piova addosso la sua passera preferita, come dargli torto? Ma ho il presentimento che dovremo avere un po' di pazienza, amico mio. Anche se non è certo colpa tua.
-Va' pure Alice, grazie.
-Siediti- dice a me. Quel tono così perentorio.
-Bella, io...
-Sta' zitto e ascoltami bene, perchè non ripeterò quanto sto per dirti due volte.
Annuisco. E' incazzata. Ha ragione.
Io al posto suo mi farei volare dalla finestra senza neanche aprirla.
-Visto che sei qui deduco che hai ricevuto i documenti che ti ho inviato. Rispondi solo “sì” o “no”.
-Sì.
-Hai letto tutto?
-Sì. Bella senti...
-Ti ho detto di rispondermi “sì'” o “no”. Nient'altro. Quello che hai da dire tu non mi interessa assolutamente. Hai avuto due mesi di tempo per venire a parlarmi e chiedermi spiegazioni o chiarimenti. Mi aspettavo che lo facessi. Me lo avevi promesso ricordi? Non ti è interessato. Ora forse hai qualcosa da dire, ma sfortunatamente a me non interessa più ascoltarti.
Prende fiato e si alza in piedi. La guardo. Non si nota ancora niente. Ha le curve stupende di sempre. Forse è solo lievemente più in carne, ancora più bella. Mi aggiusto un po' l'indiano danzante.
Lei continua a parlare.
-Ti ho fatto avere l'intera documentazione perchè purtroppo sei il padre del bimbo che aspetto. Non ti voglio nella mia vita, né nella sua. Sei il peggior padre che un bambino potrebbe avere. Pessimo comportamento da puttaniere e da alcolista, totale mancanza di responsabilità, immaturo, egoista, codardo, possessivo, irascibile, impulsivo.
Mi sto eccitando sempre di più. Se non fosse che penso vagamente che peggiorerei la mia già difficile situazione facendolo, le salterei addosso e la sbatterei sulla sua scrivania di rovere lucido, scopandola selvaggiamente.
-Ti sbagli, baby- le dico.
Ma so che invece ha ragione. Sono tutto quello di cui mi accusa. Però voglio un'altra possibilità. Non la deve pure a suo figlio, mio figlio?
Inviperita, mi si pianta in piedi di fronte.
-Non. Voglio. Che. Mi. Chiami. Mai. Più. Baby. Ci siamo capiti?
-Sì, ma...
-Nessun ma. Le analisi ti dimostrano che sul mio conto ti sei sbagliato e di grosso. E su quello di mio figlio. Io non sono una puttana e mio figlio non è un bastardo. Mio figlio, sia chiaro. E' mio figlio. E tu invece sei solo uno stronzo. Se non ti fidi e vuoi rifare le analisi, fa' pure. Il telefono è sulla busta con l'indirizzo del laboratorio. Sappi comunque che qualunque cosa cercherai di fare per accampare pretese su un figlio che hai chiamato “bastardo figlio di puttana” fino a stamattina, otterranno solo di farmi agire legalmente contro di te. Se volessi potrei distruggerti, chiaro?
-Sì- ingoio a fatica.
-E' tutto, puoi andare.
-Come è tutto?
-Per favore, Edward. Ho da fare ora.
Cosa, cosa, cosa?
Mi guarda sostenendo il mio sguardo e quello che leggo nei suoi occhi non mi piace. C'è insofferenza, rancore, fastidio. Null'altro. Si siede.
Ho davvero rovinato tutto senza possibilità di correggere il tiro?
Mi alzo incazzato.
-Non me ne frega un cazzo che hai da fare. Ho da fare anch'io. Però questa cosa è più importante e quindi ora perderemo il cazzo di tempo che ci vuole per parlarne insieme, ok?
Non risponde, mi guarda con sfida. E' chiaro che pensa che dalla mia bocca non usciranno che stronzate.
-Primo: Ti avevo chiesto di essere sincera, ricordi? Non lo sei stata. Non mi hai detto che volevi un figlio. Non mi hai detto che avevi smesso di prendere la pillola. Hai fatto tutto da sola e poi mi hai sbattuto in faccia la tua gravidanza. Il beneficio del dubbio me lo puoi concedere, credo. Inoltre di professione non facevi certo la suora di clausura.
La vedo serrare la mascella. Si sta caricando per esplodere. Mi conosci così poco che pensavi avrei mollato l'osso così in fretta?
Proseguo.
-Secondo: stavamo insieme solo da tre mesi più o meno. Non era il caso di parlare di un futuro insieme, prima di predisporlo tu per tutti e due? Anzi tre?
Cazzo.
Si schiarisce la voce e si rialza in piedi.
Mi si avvicina apparentemente calma. Arrivata di fronte a me mi pianta un dito al centro del petto e mi spinge a braccio teso indietro fino alla sedia.
-Siediti e non muoverti se no ti prendo a schiaffi a due a due finchè non diventano dispari.
Fa ridere, incazzata. Pensa che abbia paura dei suoi schiaffi? Forse li troverei eccitanti. Di sicuro li trova tali il mio uccello che è sempre più speranzoso.
Stronzo. Qui rischiamo di essere evirati, invece.
-Ma ti sei ascoltato, Edward? Dovrei mandarti affanculo senza spiegarti un cazzo. Invece ti spiego. Con parole semplici, così forse capisci meglio. Ti ho offerto il mio corpo, la mia fedeltà, la mia dedizione ed erano totali, incondizionati. Non ti ho chiesto niente in cambio. Ho letto nei tuoi occhi e nei tuoi gesti che volevi amore e te l'ho dato. Ho letto anche la tua paura della malattia e di non avere un futuro. Ho cercato di farti passare quelle paure offrendoti la previsione di un futuro, un futuro con me. Avevo smesso di prendere la pillola in occasione della donazione di midollo osseo. Non ho ricominciato a prenderla pensando, sperando persino, stupida, che se fossi rimasta incinta, un figlio avrebbe potuto sembrarti il futuro che credevi di non poter avere. Scusa se è poco. Ho sbagliato a non renderti partecipe dei miei piani? Può darsi. Ma credimi, i miei peccati a confronto dei tuoi sono davvero veniali.
Annaspo in cerca d'aria. Sono di nuovo sotto.
-E ora per piacere, vaffanculo sul serio.
Mi tira per un braccio e mi fa alzare.
-Vaffanculo, Edward. Tu, i tuoi occhi, i tuoi capelli, la tua voce, la tua ironia, la tua barba incolta, le tue mani, la tua forza, la tua rabbia, il tuo cazzo. Tutto quello che mi è sempre piaciuto di te. Andate tutti affanculo.
E sono fuori dalla sua stanza. Senza parole. Senza possibilità di replica. Senza appello.
Fuori dalla sua vita.
E non posso prendermela con altri che con me stesso.
Esco dal suo ufficio e mentre scendo le scale sbatto contro una faccia di merda che le sale. Tyler Crowley, l'amicone.
-Cullen.
-Ciao- tiro dritto per non fermarmi a grattarmi le mani sulla sua faccia e non dare una prova in più a Bella che sono solo un impulsivo.
No, ma, tanto per capire, un uomo maturo, responsabile e riflessivo non è geloso? Si fa mettere le corna col sorriso sulle labbra? Se mai uno così è un cretino, non un uomo maturo, responsabile, ecc.
Entro in ufficio sbattendo la porta.
Mi siedo alla mia scrivania incazzato come sempre, apro lo sportello del mobile a fianco e mi servo uno scotch. L'uomo responsabile non beve di pomeriggio.
Ah, sì? L'uomo responsabile può andarsene affanculo, per conto mio. C'è grande affollamento affanculo, oggi.
Quando la sera vado al pub faccio fatica a tenere gli occhi aperti mentre guido. Ho la sbronza sonnolenta.
Devo predisporre un piano per riconquistarla, in qualche modo. Ma da dove comincio?
Non ho mai pensato di dover fare qualcosa di preciso per conquistare una donna. Mi sono sempre piovute addosso senza problemi, lei compresa. Ora dovrei dimostrare di essere qualcosa che non sono. Come faccio? Gioia, io sono sempre stato così e tu ti sei innamorata di me. Ti piaccio quindi. Che devo cambiare? Profumo? Taglio di capelli?
E soprattutto, io voglio cambiare per lei e per mio figlio?
Penso alla saggezza e alla pacatezza di mio padre. Non so se riuscirei mai ad essere così. Somiglio di più a mia madre. Lei si arrabbia, grida, strepita, impreca, piange. Ma quando ero malato era lei a tenere insieme tutti noi. Tutti spaventati, preoccupati, con gli occhi sbarrati. Lei sorrideva e ci abbracciava. Una colla, anche lei. Come Bella. Io invece sono un uomo, un uomo scollato per giunta. E forse è vero che devo ancora crescere.
Quali sono i miei difetti che ha elencato?
Puttaniere. E' vero, innegabilmente.
Alcolista. Penso sempre che non è un vizio, che se volessi, potrei non bere. Però ho sempre il bicchiere in mano. E quindi forse è vero. Smetterò. Da domani smetto.
Immaturo e irresponsabile. Perchè mi incazzo? E' colpa mia se tutti mi fanno incazzare? Le responsabilità sul lavoro me le prendo tutte. Non basta?
Ho paura del futuro. E' vero. Qualcuno sa cosa vuol dire avere una fottuta paura di morire? Pensare al buio, al nulla e sentirsi mancare l'aria?
Certo, se ora penso che tra, vediamo, sei mesi o meno, nascerà mio figlio, molte cose le vedo da un altro punto di vista. E vorrei cambiare casa. Cercare una villetta col giardino, per giocare sul prato con lui, montargli un'altalena e provare di nuovo ad arrampicarmi con lui su qualche albero. Magari non troppo alto.
Non sono egoista. Non del tutto, perlomeno. Ho pensato solo che non volevo stare male all'idea di perderti e di perderci. Ma volevo anche che tu non stessi con uno che non aveva futuro, che non poteva darti niente di tutto quello a cui hai diritto. Non ho pensato che così ti facevo star male. E se domani...
Ma chissenefrega di domani. Così starò male domani e sto male già anche oggi. Se invece...starò male domani, potrò pensare che, cazzo, ieri sono stato bene.
E poi ora che so che un futuro te lo posso dare, che te l'ho già dato, men che meno posso guardare lo stronzo Tyler e il merdoso Jasper girarti intorno.
Sono possessivo per questo? Certo, cazzo. La roba mia è mia.
E per me un uomo non è un uomo se non è geloso della sua donna. E tu, porco cazzo, sei la mia donna. Quello che porti dentro è mio figlio, no? Ce l'ho messo io lì dentro, quel cosino che cresce.
E allora giù le mani dalla mia donna perchè faccio a pezzi chiunque prova a toccarla.
Sono irascibile e impulsivo, è vero. Quando mi incazzo perdo le staffe, straparlo, tratto male, ma non metterei mai le mani addosso a una donna, o a una persona anziana, o ad un bambino. Non ho ancora picchiato nemmeno quel mentecatto di Eric, anche se ho provato l'impulso di farlo tante volte.
Certo ci sono parole che pesano come pietre. E si sa che sasso tirato e parola detta... ma qualche pregio che compensi non ce l'ho forse? Anche tu sei mica una santa!
Sono vile? Perchè avevo paura di chiederti se davvero era figlio mio? Non è viltà.
E' paura di prendere uno schiaffo dalla vita, un altro, e scoprire che ciò che credevi la cosa più bella e preziosa non è tua. Come se mi avessero regalato un giocattolo desiderato a lungo e non appena scartato mi avessero detto: “Scusa c'è stato un errore, non è tuo”. Sarei impazzito.
Perchè anche se non lo sapevo ancora con certezza, un po' ci speravo. E lo dimostra il fatto che pensando a te, da settimane ho smesso di chiamarti “puttana”. Ti chiamavo stronza, ma puttana no. Non l'ho più fatto.
Già, ma tu non lo sai.
E allora il mio più grande errore è stato quello di non parlarti, tenermi dentro tutto e non fartelo sapere. Per questo dovrei solo scusarmi. Ed anche oggi dovevo solo aprire bocca per dire “scusa”, invece che ho fatto? Ti ho aggredita.
Hai fatto bene a mandarmi affanculo insieme a tutte le cose di me che ti piacciono. Però. Erano un bel po'...
Va bene. Ti chiedo scusa. Quante volte devo farlo? Dieci, cento, mille volte? Dimmelo tu.
Fammi scusare. Ti prego. E poi perdonami, però.
Sono arrivato al pub. Parcheggio e scendo.
Devo dirle che non mi va che continui a sculettare qui dentro. Sta per diventare madre, un po' di serietà, cazzo!
No. Devo chiederle scusa, non cominciare a straparlare d'altro.
Quando mi avrà perdonato, le dirò tutto quello che non mi va.
E ce ne sarà da dire.
Sul palco c'è Rose, da sola. Bene, lei non c'è. Allora sarà a casa.
Sto per uscire, poi la vedo.
E' ad un tavolo e non è sola. Parla con la testa vicino a quella scura di un uomo.
Si sta confessando?
Scommetto che è quella testa di cazzo di James Bond.
Mentre mi avvicino lui poggia la mano su quelle di Bella e lei appoggia la testa sulla sua spalla.
Eh no, cazzo!
Mi dirigo al loro tavolo con due falcate. Sono dietro alla faccia di merda senza che neanche mi abbia visto, perchè nel locale c'è molta confusione e poca luce.
Lo prendo per la giacca da dietro e lo trascino in piedi, girandolo verso di me.
La sedia si rovescia, lui barcolla, poi mi prende le mani che lo stringono.
Sento Bella gridare.
-Lascialo, Edward. Lascialo!
Lo stronzo prova a tirarmi un pugno, visto che non lo mollo. Io lo evito, poi tiro indietro il gomito destro e lo distendo con tutta la rabbia e la forza che possiedo.
Collide con la sua faccia violentemente.
Mentre lo guardo accasciarsi a terra col viso tra le mani, di colpo mi rendo conto di ciò che ho fatto.
Non sono in grado di ragionare. Ho perso lucidità e raziocinio.
Vedo l'espressione di Bella, che mi guarda con disprezzo. Sento la gente intorno a me che blatera sulla violenza degli ubriachi e sulla necessità di chiamare la sicurezza.
Chiamatela, chiamatela, vorrei dire.
Che portino via questo burattino. Non sono un uomo. Sono una bestia vendicativa. Avevi ragione a dire che sarei un pessimo padre. Come sono stato un pessimo compagno.
Mi dispiace. Volevo solo chiederti scusa.
§§§
Mio padre ha pagato la cauzione e la multa per la mia bravata, poi mi ha riaccompagnato a casa in silenzio.
-Edward, devi fare qualcosa per la tua salute.
Cazzo, no, non la predica, papà.
-Hai un evidente problema con l'alcool. E con l' impulsività.
-E' colpa di quell'idiota che ronza sempre intorno a Bella.
-Edward una donna non è una proprietà. E se di te non vuole più saperne...
-Papà, aspetta mio figlio. Come posso lasciarla andare?
-Aspetta, frena. Cosa hai detto?
-Il bambino che aspetta è mio. Ha fatto il test, senza dirmelo. Poi me lo ha fatto recapitare. Solo per dirmi che sono uno stronzo impulsivo, ecc.
Tace.
Perchè cazzo non dice niente?
-Beh? Non hai niente da dire?
-Dico che meriterebbe un applauso per il suo comportamento. Ma siccome tu vuoi solo che ti si dia ragione, forse sarebbe meglio che tacessi.
Avanti. C'è qualcun altro che vuole darmi addosso?
Bella. Rose. Emmett. Ora anche mio padre. Basta così?
E che cazzo. D'accordo, ho sbagliato. Uno non può sbagliare? Lo condanniamo subito?
§§§
Dopo l' episodio al pub, non ho più parlato con Bella.
La guardo da lontano, al bar. A volte la vedo al pub.
E' passato un altro mese ed ora comincia a vedersi una lieve rotondità sulla sua pancia. Chissà se ha già cominciato a sentirlo muoversi dentro di lei.
Mi sono documentato molto ultimamente, mi piace soffermarmi a pensare al cambiamento che aspettare mio figlio comporterà nel suo corpo.
E' una tortura orribile. Penso che vorrei tanto posare il mio viso su quella pancia e parlare con mio figlio. Vorrei tanto accarezzare quella pancia. Penso che ho buttato via una cosa bellissima e mi maledico. Mi incazzo così tanto e non riesco a calmarmi in altro modo che bevendo.
Bevo. La mattina per iniziare la giornata. Nel pomeriggio per non addormentarmi. La sera per affrontare un'altra notte.
Bevo. Molto. Troppo.
Me ne accorgo, ma non riesco a smettere.
Invece ho finito di scopare in giro.
Non mi tira più.
Il patetico stronzo coglione è così patetico stronzo e coglione che non riesce più a sbattersi una donna pensando solo ad affogare dentro la sua figa la sua mazza.
Una non rideva come lei, un'altra non aveva i suoi occhi, un'altra non aveva il suo culo, o non aveva i suoi capelli soffici, le sue labbra morbide.
Ogni volta un tormento. Una spinta e una stilettata, ad ogni colpo che affondavo dentro la donna di turno, mi ferivo un po' di più.
Come un tradimento.
Inizialmente riuscivo a chiudere gli occhi e continuare, immaginando lei sotto di me.
Poi non ce l'ho più fatta.
Vedevo il suo viso di quando mi aveva parlato nel suo ufficio. Vedevo la delusione, il rancore, il disprezzo. O lo sguardo di quella sera al pub, dopo il pugno a Tyler.
Per smettere di vederla dovevo tirarmi su e tirare su anche le mutande.
Così basta, fine della carriera di un puttaniere.
Ci bevo su, mi faccio una sega e non mi pesa più di tanto.
Ogni tanto mi viene una grande nostalgia della sua voce.
Allora mi attardo in ufficio con la porta aperta. Quando sento scendere la segretaria esco sull'uscio e la saluto. Lei è sempre subito dietro.
Non mi parla e non mi guarda, e mi uccide ogni volta.
Il tempo continua a passare, ma lei non mi passa mai.
Non porta più i suoi tacchi vertiginosi. Né pantaloni aderenti e gonne corte.
Ha spesso salopette jeans e i capelli sempre raccolti in una coda alta.
Sembra una ragazzina.
Ed è sempre più bella.
Stasera sono più stanco e più abbattuto del solito.
E' una vita che non vado nemmeno a trovare i miei.
Mi hanno dato un ultimatum. O mi faccio curare o non devo più farmi vedere.
Non vogliono vedermi buttarmi via così.
E forse hanno ragione.
Vado al pub, ma ci resto solo il tempo di un whisky, l'ennesimo della giornata.
Domani sarà un bel casino. Devo fare il controllo delle analisi e si accorgeranno che nelle mie vene c'è più alcool che sangue.
Già l'ultima volta mi avevano accennato qualcosa, ma avevo negato.
Che amarezza. Il solito bevitore che nega di essere un alcolizzato.
Salgo nella macchina e faccio fatica ad infilare la chiave nel cruscotto, cazzo.
Lungo la strada di casa imbocco la solita deviazione e passo sotto casa sua.
Di solito mi fermo davanti al portone, sto lì qualche minuto e poi riparto.
Ma stasera parcheggio. E scendo.
Voglio parlarle.
Entro nel portone subito dietro ad una signora.
Salgo fino da lei e suono. Sento della musica e delle voci.
Ad aprire però non viene lei.
E' suo padre, che mi riconosce subito.
-Edward Cullen, ma che sorpresa!- mi dice ironico.
-Buonasera. Volevo salutare sua figlia, se è in casa.
-Non sei gradito in questa casa. Gira alla larga se non vuoi che ti arresti per ubriachezza.
Sono davvero ridotto così?
Non replico niente ed inizio a scendere le scale.
Sento però la voce di lei ed alzo lo sguardo.
-Lascia stare, papà, grazie. Ci penso io.
-Ciao Edward- mi dice, e sta sorridendo. Torno su.
Accosta l'uscio dietro di sé e restiamo sul pianerottolo.
-Come stai?-le chiedo finalmente.
-Io bene, grazie. Tu?
-Di merda. Mi manchi. Sono un cretino. Un cretino che ti ama- le parole escono da sole. E chi le aveva pensate?
-Mi dispiace Edward.
-Ti dispiace?
-Sì, per te. Vedi, io ero innamorata di uno che credevo tenace, capace, un uomo. Un giorno mi sono svegliata e mi sono accorta che non eri tu quell'uomo. Mi dispiace.
La reazione, da ubriaco o da sobrio, è sempre la stessa: mi incazzo.
-E tu chi sei invece Bella? Una donna è umana, riconosce l'umanità quando la vede davanti a sé. Forse sognavi il principe azzurro, come tutte le ragazzine del mondo. Beh, mi dispiace il principe azzurro non esiste. E' un'altra favola. Mi hai detto che sono un immaturo. Cresci anche tu. Io sono un uomo come tanti. Come tutti.
Ricomincio a scendere le scale, sono furibondo e la sbornia è evaporata di colpo.
E' un attimo.
Lei mi ferma per un braccio. Io mi strattono per liberarmi e lei perde l'equilibrio.
Cade e batte la testa sulla ringhiera della scala.
Mi giro immediatamente per soccorrerla. Non si è fatta nulla di grave, ma mi guarda terrorizzata, mentre si precipita fuori suo padre.
Il resto lo ricordo come un film.
Mi ammanetta. Chiama la polizia. Mi arrestano.
L'accusa di ubriachezza e di aggressione mi pesano tantissimo.
Mi impegno a curare la dipendenza dall'alcool e riesco ad evitare il carcere.
Ma quello che mi pesa di più è la condanna del giudice.
Non devo avvicinarmi a Bella a più di cinque metri.
Ora sono fottuto sul serio.
Proprio quando volevo impegnarmi per tornarle vicino, mi obbligano a starle lontano.

CAPITOLO 22



Solo tre minuti
E' passata una settimana. Una settimana di pura merda.
Ho dormito poco più di un cazzo, ogni notte.
Ho bevuto tutto il bevibile dell'universo.
In ufficio sono sempre incazzato come una bestia, con chiunque. Dipendenti, agenti e fornitori, persino clienti a volte.
Dai miei sono andato a cena un paio di volte. Mi imbibino di cibo come un adolescente bulimico e parlo a monosillabi.
Al bar con i colleghi sembro un orso bruno. No, bruno non tanto. Forse bianco. Rossiccio, ecco. Tutti ridono, scherzano, chiacchierano. Ma non possono stare semplicemente zitti e basta?
La stronza la incontro quasi ogni volta che sporgo il naso fuori dalla porta dell'ufficio.
Ma se non se ne va lei, figuriamoci se mi arrendo io. Non ti dà fastidio avermi sempre sotto gli occhi, visto che fingi di essere tu incazzata con me?
Benissimo. Da parte mia ti ignoro, gioia.
L'unico problema è che il mio stronzissimo uccello sempre in tiro non la ignora per niente.
Reagisce ogni maledettissima volta.
Lei scende le scale con i suoi maledettissimi tacchi e là, un'erezione che sembro un asino.
Entra nel bar e voilà, i pantaloni tirano come se dentro ci fosse Furia.
Dovrò comprare una cintura di costrizione.
Non ci rivolgiamo mai la parola. Ma gli sguardi parlano per noi e la vedo che anche lei non mi ignora affatto.
Ieri ho fatto una prova. Ero al bar, seduto nel solito modo indisponente e quando è entrata l'ho guardata alzando il sopracciglio sinistro, nel modo che lei definiva “bagnamutande”. Ha spalancato lievemente gli occhi e le è scappato mezzo sorriso, subito sedato. Poi ha scosso la testa.
Uno a uno, stronza.
§§§
E' passato circa un mese e mezzo, ormai.
Sono tornato al locale e l'ho vista di nuovo.
Ha ricominciato gli spettacoli con la tigre. Ma non dovrebbe evitare strani contorsionismi in gravidanza?
Ma forse poi non l'ha neanche tenuto il bambino. Chissà. Non che me ne freghi qualcosa, sia chiaro. Pura curiosità.
Vengo qui in cerca di compagnia. Un bicchiere di whisky e una figa calda. Mi servono entrambi per affogarci.
Una sera, durante lo spettacolo di Bella e Rose, mi sento rivolgere la parola.
-Cullen, anche tu qui?
Il lumacone giallo. E io adesso ti spacco la faccia. Così, per sfizio.
Mi giro verso di lui.
-Hale.
-Bevi da solo?
Sì, te ne frega qualcosa?
-Le sedie libere sono tante- capisci pure quel che vuoi. Che mi stai sul cazzo, che ti puoi sedere altrove, che te ne puoi andare affanculo.
Si siede accanto a me. Ha capito la cosa sbagliata. Mi viene da ridere.
Sei troppo stupido per lei, man in yellow.
Per fortuna tace. Io sono già piuttosto brillo e la mia sbornia è litigiosa. Strano. Di solito sono così estroverso.
Quando lo spettacolo finisce, tre minuti dopo, il mio simpatico vicino di bicchiere si alza, mi saluta e se ne va. Probabilmente da lei.
Manco un cenno di risposta. Nascondo gli occhi nel bicchiere. Quanto sono simpatico e bendisposto verso il prossimo.
Da lontano vedo camminarmi incontro Rose, con una faccia che mi farebbe paura se non fossi un uomo di ottantacinque chili per un metro e novantuno.
-Ciao Rose- dico sorridendo.
-Ciao un cazzo, Cullen.
-Anche tu hai vinto un concorso di simpatia? Benvenuta nel club.
-Non sei gradito, qui. Vedere la tua faccia mi mette di malumore.
-E' un locale pubblico, no?
-Posso farti sbattere fuori con una scusa qualsiasi, Cullen.
Bevo un altro sorso di whisky. E' il quarto?
-E' lei che ti manda?
-Lei lasciala fuori.
-Fuori, infatti. Fuori dalla mia vita e dalle mie mutande.
-Sei un cretino, Cullen. Mi ero sbagliata sul tuo conto. Non vali una lacrima, gliel'ho detto.
Se ne va, sculettando incazzata, dopo tre minuti di conversazione.
Ma che cazzo voleva dirmi?
Che la stronza piange per me?
E perchè mai? Perchè non le è riuscito il giochino? Perchè con me si divertiva di più che con il viscido?
Donne. Chi cazzo le capisce è un dio.
Da lontano noto la brunetta con cui avevo scopato una vita fa. Mi avvicino e le sorrido.
-Ci rincontriamo.
-Sei solo?
-No, sono con la donna invisibile.
Ride, con la voce stridula odiosa che di colpo ricordo.
Mi toccherà imbavagliarla mentre gode, se no me lo intristisce.
Stamattina sono un po' più rilassato. Il sesso di stanotte mi ha aiutato.
Non è male la tipa, l'avevo già notato, anche se non è certo ai livelli della stronza. Perché la stronza deve essere laureata in Scopologia. E pure in Stronzaggine applicata.
Mi rigiro nel letto e mi accorgo che la brunetta è ancora accanto a me.
Perchè cazzo non se ne è andata, dopo?
La sveglio.
-I taxi erano in sciopero stanotte?
-Sei simpatico appena sveglio. Mi sono addormentata. Vado via adesso.
Si alza e va in bagno, mentre io le chiamo il taxi.
Tre minuti e se ne va, speriamo.
Quando esce sono in cucina, non le offro il caffè e non le sorrido.
-Ciao- le dico.
Mi manda affanculo con la mano.
Mi girano di nuovo i coglioni ed è pure finito il caffè.
Quando arriva la signora Grant, che mi fa la spesa e le pulizie, le faccio un culo che se lo ricorda il caffè, la prossima volta.
E' passata una settimana.
Al locale Bella non l'ho più vista. Rose fa gli spettacoli da sola.
Anche in ufficio per qualche giorno non si è vista.
Sono preoccupato e vorrei chiedere di lei a qualcuno. Sta male?
Forse ha abortito?
Ma ho il terrore di sapere e continuo a nascondere la testa dentro la bottiglia.
Non mi ero mai reso conto di essere tanto vile. Mi spaccherei la faccia per questo.
Ma uno il coraggio non se lo può dare, se non c'è.
Sto andando in ufficio quando mi squilla il cellulare. E' Emmett.
-Ciao fratello.
-Ciao stronzo- mi risponde.
Che cazzo vuole pure lui?
-Mi sono perso qualcosa?
-Sì, il cervello. Mi sembrava che Bella ti interessasse.
-Bella? Chi è?
-Smettila di fare il coglione con me. Io ti conosco. Cosa credi di fare con lei?
-Un cazzo di niente, Emm. E' finita. Era solo una troia. Sai quante ne trovo così?
-Non ci credo, Ed.
-A cosa? Che era una troia o che ne trovo quante ne voglio? Ne avevo una anche stanotte. Carina, aperta, socievole.
-Non parlo di buchi da riempire. Parlo di donne, Ed.
-Appunto, una donna. Lei invece era solo una troia.
-Stai sbagliando. E lo sai. Altrimenti non berresti come un barbone disperato.
-Tu che ne sai che bevo?
-Mamma e papà. Se ne sono accorti e me l'hanno detto. Cosa stai facendo, cerchi di ammazzarti cominciando dal fegato?
-Fatti i cazzi tuoi Emmett. Tanto non crepo.
-Bene. Proprio quello che volevo sentirti dire. Se non crepi allora pensa al tuo futuro. Malato di cirrosi non sarai divertente.
-Divertente o no, la vita è mia.
-No, hai delle responsabilità verso chi ti vuole bene, brutto scemo. Stai facendo ammalare nostra madre di preoccupazione. Devo venire lì a parlarti a suon di pugni?
-Non posso farci niente, Emm. Mi dispiace per voi.
-Edward, hai pensato a che ne sarebbe di te se scoprissi che quel figlio è proprio tuo?
-Puttana Eva Emmett! Io sono sterile! La finite di scassarmi i coglioni con un figlio che non può essere mio? I medici...
-Deciditi Edward, delle due una. Ci credi o no alle chiacchiere dei medici? Ti dicono che sei guarito e non ci credi perchè si sono sbagliati già una volta. Ti hanno detto che sei praticamente sterile e ci credi. E se si fossero sbagliati di nuovo?
Tre minuti di conversazione telefonica con mio fratello e mi si apre una sottile linea di orizzonte.
Mi cadono le braccia, le difese, la tensione accumulata in queste settimane, tutto.
Ha ragione, cazzo. La mia è solo fottuta paura di credere in qualcosa che desidero con tutto il cuore e che se scoprissi che non è vera mi annienterebbe. Ma se scoprissi che è vera troppo tardi? Chi mi salverebbe dal disprezzare completamente me stesso? Non mi aiuterebbe neanche più la bottiglia a quel punto. Sarei finito.
Devo fare qualcosa, ma non so ancora bene cosa. Quindi, intanto che cerco la cosa da fare, bevo.
Una mattina, in occasione di uno dei consueti controlli, prendo appuntamento con il medico che in seguito alla radioterapia mi aveva parlato della mia sterilità.
-Certo, signor Cullen che mi ricordo- mi dice, mentre consulta il file in archivio con i dati della mia malattia e delle mie cure.
Ti ricordi un cazzo, stronzo. Sono uno dei tanti. Ma la mia vita non è una delle tante. Ho solo questa e mi interessa moltissimo.
-In seguito alle sedute radioterapiche i suoi spermatozoi hanno ridotto la loro vitalità del novantacinque per cento circa.
-Il che vuol dire?
-Difficilmente potrà mai far concepire ad una donna un figlio.
-Difficilmente o mai?
-Difficilmente. Tecnicamente non è impossibile del tutto, ma lei capisce... Non vorrei si facesse delle illusioni.
-E' lei che non capisce. Io forse mi sono fatto delle paranoie inesistenti in seguito alla sua poca chiarezza.
Ringrazio ed esco velocemente, prima di rischiare di mettere le mani addosso a quel bel camice bianco all'interno del quale non c'è un uomo, ma un calcolatore dati e possibilità.
Devo parlarle, ma non so da dove cominciare.
§§§
L'indomani mattina arrivo in ufficio con il morale a terra.
Stanotte ho sognato Thomas, il bambino a cui Bella ha donato il midollo. Disegnavamo insieme nel letto dell'ospedale e ad un tratto si è messo a piangere.
Non riuscivo a calmarlo. Poi singhiozzando mi ha detto che gli altri bambini lo prendevano in giro perchè non può andare in spiaggia, non può giocare a pallone, non può andare al cinema, né alle feste di compleanno dei suoi compagni.
Lo accarezzavo e lo abbracciavo.
-Non pensarci. Quando esci di qui ti insegno ad arrampicarti sugli alberi. E' bellissimo, sai? Da lassù si vede tutto il mondo piccolo, e tutto perde importanza. E tu ti senti un grande.
Mi sono svegliato immagonito.
Non mi arrampico più sugli alberi da quando è morto mio nonno. Mi aveva insegnato lui. E mi piaceva da morire.
Come farei d'altronde? Da anni soffro di vertigini, ormai.
Quando entro Eric mi dice che mi hanno recapitato una raccomandata. E' sulla mia scrivania.
Mi servono solo tre minuti per leggere e la mia vita cambia di colpo. Completamente.
Sulla busta il logo di un noto laboratorio di analisi qui vicino.
Ma che cazzo significa? Inizio a sudare.
Apro e leggo il foglio al suo interno.
Amniocentesi Signorina Isabella Marie Swan.
Cariotipo normale. Maschile.
C'è un altro foglio.
Analisi comparata. Test DNA.
Liquido amniotico Signorina Isabella Marie Swan.
Campione cellulare Signor Edward Cullen.
Compatibilità 99,92 %. Paternità accertata.
Sta per venirmi un colpo.
Bella ha fatto l'amniocentesi e il test del DNA.
Il bambino che aspetta è sano. Ed è un maschio.
Ed è mio figlio.
Ma c'è ancora un altro foglio. E' un atto giudiziario.
La Signorina ecc.ecc. mi informa di non poter utilizzare tale materiale in tribunale, pena denuncia per utilizzo di notizie riservate ecc.ecc... Non finisco nemmeno di leggere. Ma che me ne frega? Chi vuole usarle in tribunale certe notizie?
Io voglio te, gioia. E voglio mio figlio.
E lei ora mi prenderà probabilmente a calci nei coglioni. Lo farei anch'io.
Non sono riuscito a parlarle.
Non sono mai stato così tanto nella merda come oggi. Ma ci nuoto dentro felice come se fosse cioccolata.

CAPITOLO 21



Furioso
Non so nemmeno come faccio a guidare fino a casa. Il campo visivo mi si restringe per la furia che provo. La testa mi martella come se dentro ci fossero mille carpentieri in piena attività.
Telefono in ufficio per avvisare che oggi non rientro. Non so nemmeno se ci sarò domani. Ora mi devo occupare di me. Devo riuscire a sfogarmi, altrimenti rischio davvero di farmi venire un infarto.
Quella brutta stronza travestita da angelo mi ha fatto a pezzi. Maledetta.
Te la farei pagare volentieri, troia, se solo sapessi come.
Lo dicevo che era una mantide religiosa. Alla fine mi ha mangiato davvero.
Mi ha irretito, ipnotizzato, reso suo schiavo. Mi ha succhiato il sangue, l'anima, l'esistenza. Poi il colpo di grazia. Usando l'argomento che mi fa più male. Il tasto in grado di distruggermi in un nanosecondo.
Potevi spararmi, puttana. Mi avresti fatto molto meno male.
E voleva anche convincermi. Di che? Se non mi levava le sue sporche mani di dosso rischiava che gliele tagliassi.
Puttana. Lurida, bastarda puttana.
Entro in casa ed inizio subito, meticolosamente, a fare ciò che ho in mente da quando sono uscito da casa sua. Maledetta. Devo distruggere qualcosa.
Afferro il vaso sulla consolle del mio ingresso e lo lancio con tutta la forza che ho contro il muro. Si sfracella e una miriade di cocci invade il soggiorno. Lancio le chiavi, poi il telefono. Afferro il portaombrelli e lancio anche quello, fracassandolo.
Poi vado al mobile bar e arraffo la bottiglia del whisky e bevo così, alla canna, senza bicchiere. Come un fottuto barbone, come il povero cretino imbecille che sono.
E mi credevo intelligente, furbo, capace.
Sei solo un coglione, Cullen! Un patetico stronzo coglione.
Il solito patetico stronzo coglione.
Ti sei innamorato della prima troia un po' più brava delle altre a letto. Per la sua bella figa hai perso cervello, corpo, tranquillità e obiettivi.
Le hai dato il tuo cuore e lei te l'ha affettato. Ha fatto bene.
Tu sei un pulcino bagnato. Lo stronzo che si pisciava addosso e si sputava in faccia, sempre lui. E' giusto che ti trattino come la merda che sei.
Complimenti Swan! Sei una grande. Ti faccio un inchino.
Se ci fosse un Nobel da dare alla stronza più brava del mondo, avresti numerose chance di vincerlo tu.
Continuo a bere. Finita la prima bottiglia, vado a prenderne un'altra.
Alla fine sono talmente ubriaco che rido alla mia faccia nello specchio. Mi diverte quel fottuto cretino che una stronza puttana ha strapazzato.
Il sesso debole?
Cazzo. Le donne sono più attrezzate di un esercito nucleare.
Ti devastano, un pezzo alla volta. Un mucchio di briciole inutili e puzzolenti.
Morto un papa, ne cercano un altro.
A volte lo cercano pure prima che sia morto il precedente. Rido.
Di me, di lei, della vita. Del romanticismo. Dell'amore.
Che fottuta favola del cazzo.
Alla fine devo addormentarmi sfinito, per terra.
Quando mi sveglio è notte fonda. Ho la testa appoggiata al divano e guardo distratto davanti a me.
Sento puzza di alcol e sudore. Mi viene nausea.
Rido. Forse sono incinto anch'io.
Mi trascino in bagno e vomito. Poi torno in salotto e ricomincio a bere.
Bevi Cullen, tranquillo. Tanto non crepi. La tua pelle è dura, fa schifo anche a Dio prendertela.
Non t'ha ammazzato la malattia, non t'ammazzerà nemmeno lei, la megera maledetta.
La maitresse. La silfide. Il puma. L'angelo travestito. La dea del sesso.
Chiamala come cazzo vuoi. In verità è soltanto una cosa.
Una troia del cazzo. Come tante. Come tutte. A parte mia madre.
Mi riaddormento probabilmente.
Mi sveglio la mattina dopo.
Il whisky è finito. Mi alzo piano. Ho un mal di testa tale che non riesco nemmeno a camminare dritto. Barcollo. Mi appoggio alla parete e arrivo in cucina. Cerco una birra nel frigo.
Mi siedo in terra e ricomincio a bere.
E penso.
Perché cercava di convincermi che aspetta un figlio da me?
Ognuno agisce perché mosso da uno scopo.
Qual era il suo? I miei soldi? Ne ha più di me, forse.
Il mio cognome? Sai che roba. A che le servirebbe?
Non capisco.
Continuo a bere. Mi torna nausea.
Mi trascino in bagno e vomito di nuovo.
Forse mi riaddormento.
Sogno che i carpentieri nella mia testa stanno lavorando e picchiano. Picchiano sempre più forte. Picchiano così forte che mi svegliano.
Basta così. Fermatevi. Sto per impazzire. Vi prego, per favore.
Ma non smettono. Picchiano sempre di più.
Vedo tutto nero. Svengo.
Ma i carpentieri mi svegliano di nuovo col loro picchiare assordante.
No. Non sono carpentieri.
Qualcuno bussa alla porta.
Chi cazzo è?
Lasciatemi in pace. Non sono mica solo, tanto. C'è un mucchio di gente qui con me. E fanno tutti un tale casino.
C'è la troia che mi fa compagnia. La vedo come fosse qui.
Ci sono i carpentieri. Che cazzo ci fanno in casa mia poi, non lo capisco proprio.
Ci sono i miei pensieri assordanti.
E c'è un casino di luce.
Basta luce. Basta rumore. Per favore.
Picchiano sempre.
Mi alzo con grande fatica e vado ad aprire ai carpentieri.
Se non se ne vanno via subito, spacco il culo a tutti loro.
-Edward! Che ti è successo? Che è successo in casa?
E' mio padre. Travestito da carpentiere. Perché cazzo grida così?
-Ti prego papà, abbassa la voce. Sto impazzendo.
-Eravamo preoccupati, Edward. Io e tua madre ti aspettavamo a cena ieri sera, ricordi?
Vero. Io e la stronza dovevamo andare dai miei. E chi ci ha più pensato?
-Quando non vi abbiamo visti arrivare ti abbiamo telefonato, ma il tuo cellulare risultava spento o irraggiungibile.
Per forza. L'ho sfasciato.
-Allora abbiamo chiamato Bella.
Uh? Interessante. Chissà cosa gli ha raccontato la stronza.
-Ci ha detto che avevate avuto una discussione a pranzo e che eri andato via piuttosto...furibondo. Probabilmente a casa. Abbiamo pensato che forse eri in qualche locale a sbronzarti. Poi all'alba sono venuto a cercarti. La tua macchina è parcheggiata qui sotto. Ho capito che eri in casa. Se avessi tardato ad aprire ancora cinque minuti avrei chiamato i Vigili del Fuoco.
Mi abbraccia. E' sconvolto.
-Chiamo tua madre e la tranquillizzo. Poi io e te facciamo due chiacchiere.
Lui tira fuori il telefono ed io mi accascio di nuovo per terra.
Lo sento parlare con mia madre, poveretta.
-...Sì, sta bene, più o meno.
-...Sì, ha bevuto. Molto.
-...No, certo. Non lo lascio solo.
-Stai tranquilla, cara. Ci sentiamo più tardi.
-Sì?- ridacchia.- Certo, lo farò molto volentieri. Ciao, cara.
Mi aiuta ad alzarmi, poi mi tira uno schiaffo su una guancia, non proprio affettuoso.
-Questo è da parte di tua madre, per lo spavento che le hai fatto prendere.
Sorride. Ci provo anch'io.
-Scusa, papà. A voi non ho proprio pensato.
-Non ha importanza ora. Va' a farti una doccia perché puzzi come un caprone. Poi parliamo. Io intanto preparo un caffè forte e raccolgo i cocci in soggiorno.
Mi lascio guidare in bagno.
Resto mezz'ora sotto la doccia, fermo immobile. Lascio che l'acqua mi scorra addosso e aspetto che lavi via insieme all'alcol, al sudore e al vomito, anche la sensazione di vuoto che sento, anche il ricordo di lei, delle sue mani, del suo corpo. E sento che la odio. Con tutto me stesso. Me la strapperei via dalla testa se potessi e poi calpesterei volentieri l'eco dei suoi sorrisi e dei suoi baci. Puttana di merda.
Quando torno in cucina, mio padre è seduto e sta sorseggiando un caffè. Me ne offre una tazza, nero, senza zucchero. Rivoltante, ma è quel che mi serve, in questo momento.
In soggiorno è tornato tutto a posto. Deve aver passato anche l'aspirapolvere. Un perfetto uomo di casa.
-Peccato per il vaso- mi dice. -A tua madre piaceva tanto.
Non rispondo. Anche a me piaceva tanto. Come mi piaceva tanto lei.
Spaccarlo è stato come spaccare lei.
Non devo pensarci se no ricomincio e spacco qualcos'altro.
-Deduco che non si tratta di una semplice lite tra innamorati.
Scuoto la testa, lentamente e mi passo la mano nei capelli. Anche questo gesto mi ricorda la stronza, maledetta.
-Ti va di parlarne?
E' come quando il fiume rompe gli argini ed invade il terreno intorno, travolgendo case, macchine, uomini, e lasciando dietro di sé solo una scia di detriti sporchi e inutili.
Tutto ciò che resta di vite tranquille fino a poco prima dell'Apocalisse.
Così faccio io.
Racconto di come l'ho conosciuta, entrenouse nei locali notturni. Di come la nostra storia sia iniziata a letto. Racconto del sesso strepitoso. Della sua abilità ad esprimersi col corpo, della sua agilità, della sua intelligenza e simpatia. Di come ha sempre saputo capirmi e avviticchiarmi a lei.
Racconto di quando ho scoperto che è stata lei a donarmi il midollo e lo vedo impallidire.
Di come l'avevo già conosciuta, volontaria in ospedale, ai tempi della malattia.
Racconto di lei, di suo padre, di suo fratello e della malattia di lui. Del non rapporto con sua madre.
Parlo ininterrottamente per due ore.
Faccio una pausa ogni tanto per bere un sorso di caffè, ormai gelato, schifoso come non mai.
Mio padre si inserisce nell'ultima di queste pause.
-Una gran donna, insomma. Capisco il tuo coinvolgimento.
-Una gran troia, papà. E' più esatto. Aspetta l'ultima puntata prima di tirare le conclusioni. Ieri vado a casa sua per pranzo e lei mi dice candida che aspetta un figlio da me. Da me che sono sterile, capisci? Che grandissima troia...
Sbarra gli occhi.
-Cazzo.
-Appunto.
-Escludi che possa essere tuo?
-Che cazzo dici, papà? C'eri anche tu quando mi hanno comunicato che la radio mi aveva reso sterile.
-Certo. Però ricordo che hanno parlato di una sterilità al novantacinque per cento.
-Che è come dire sterile e basta.
-Che è come, ma non puoi esserne sicuro completamente.
-Papà per piacere. Non nascondiamoci dietro a un dito. I miei spermatozoi sono così lenti e addormentati che mentre arrivano a meta una donna ha già finito tre cicli di ovulazione!
-D'accordo. Ma potresti proporle un test del DNA. Tanto per essere sicuri.
Ma è diventato scemo? Cosa dovrei umiliarmi a fare?
-Ti prego. Tutto questo sarebbe ridicolo, se non fosse patetico.
-Va bene. Ammesso che il figlio non sia tuo, che motivo avrebbe per cercare di farlo passare per tuo?
-Questo proprio non lo capisco. Lei è strana, perversa. Magari voleva solo divertirsi un po' alle mie spalle di fesso.
-Strana e perversa una che dona il midollo e fa la volontaria negli ospedali? Non quadra, Edward. Dovresti parlarle.
-Tu non hai capito. Io con quella non ci parlo proprio più. Basta. Finita. Discorso chiuso. Ho già perso troppo tempo con lei.
-Quindi dimenticata?
-Ci sto lavorando.
-Ne hai di strada da fare, figlio mio.
-Perfetto. Comincio ad incamminarmi, così arrivo prima.
Non parliamo più.
Sto meglio. Mi sono sfogato. Anche il mal di testa va meglio.
Io e mio padre usciamo insieme, lui torna a casa da mia madre, io invece vado in ufficio.
La vita continua. E speriamo di non incontrare la troia.
La vedo invece, ovviamente.
Nella pausa pranzo, al bar.
La vedo arrivare sorridente, anche se un po' pallida, bella come sempre. Maledetta. Cammina accanto a Mister Quantocicredo, l'uomo più biondo del mondo, sorridente anche lui.
Io invece sono nero come il buco del culo del diavolo.
Sono seduto al tavolino, tra diversi colleghi.
Sposto la sedia per allungare le gambe e accavallare i piedi. Se passando la cacchetta gialla di uccello inciampasse e cadendo rompesse il naso, forse spegnerebbe il suo sorriso del cazzo.
Guardo lei, fisso, serio. Se gli occhi potessero incenerire...
Appoggio i gomiti sulla spalliera della sedia e lascio le braccia ciondolanti. Assumo una postura così indisponente che mi sto sul cazzo da solo. Speriamo quindi di riuscire a dar fastidio anche a lei.
Mi vede, non sorride e non saluta.
Ciao stronza. Che fai, fingi di essere offesa tu?
Intorno a noi si fa il silenzio. Tutti si sono accorti che stiamo combattendo la guerra degli sguardi. Una guerra sanguinaria.
Lei appoggia un gomito al bancone, mentre aspetta il suo ordine e continua a guardarmi.
Qualcuno mi chiede qualcosa, chissà che cosa, ma io non sento e non rispondo. Sono concentratissimo sul mio nemico.
Sposta lentamente il braccio posato sul fianco e con il polso si gratta leggermente il mento. Ha un braccialetto che non avevo mai notato. Sembra un nastro con pietre incastonate, le fa tre giri intorno al polso ed è chiuso con un nodo.
Non ci vedo dalla rabbia. Le ha già fatto un regalo?
Saranno diamanti. Chissà se ha già cercato di vendere anche a lui il suo bastardo.
Puttana odiosa.
Non resisto.
Mi alzo dalla sedia e passandole accanto la urto leggermente.
-Venduta per un gioiello?-le dico, indicando col naso il bracciale.
Mi risponde con un sorriso finto come le fragole lucide del supermercato.
-Oh, questo? Non è un bracciale. E' un collare da slave, baby.
Uno a zero. Vaffanculo, Cullen. Non vinci mai con questa strega.
E in mezzo alle gambe ho la fiaccola olimpica.

CAPITOLO 20



Senza fiato
Invece non sono più riuscito a tornare a Birmingham.
In ufficio ho avuto due settimane infernali, con scadenze asfissianti, clienti con progetti urgentissimi dell'ultimo minuto, la signora Cope malata, Eric sempre inefficiente. Un delirio.
Se non sono impazzito lo devo solo al mio self control. E' anche sempre grazie a questo che Eric è ancora vivo.
L'ultima che ha combinato è stata mitica. Volevo defenestrarlo. Letteralmente.
Lo avevo chiamato dal cellulare e gli avevo chiesto di inviarmi una mail con un progetto urgente allegato. Ero in ritardo e dovevo presentare tale progetto in riunione presso un collega a possibili acquirenti europei. Non avevo tempo di passare dal mio ufficio.
-Certo signor Cullen. Stia tranquillo, signor Cullen.
Infatti. Dicono che il signor Tranquillo si fosse svegliato con sette punti al culo.
Inizio esponendo il mio progetto con tante belle parole, poi apro il portatile ed accedo alla mia mail per recuperare la tavola da stampare.
C'è il messaggio. Vuoto.
Mi schiarisco la voce e prendo tempo proponendo un coffeebreak, poi esco a telefonare al lobotomizzato. Lui si scusa.
-Non so come è potuto succedere...
Lo so io, lo so. Ti devo ammazzare. E' l'unica soluzione.
Rientro dopo la pausa e l'allegato alla mail stavolta c'è. Lo apro, mi collego al plotter per la stampa e invio.
Vado a recuperare il disegno e... a momenti svengo. Il disegno è quello precedente l'ultima variante. Mi arrampico sugli specchi illustrando il progetto come era stato previsto fino ad un mese prima, ed espongo a memoria le modifiche. Nel frattempo sembro la dea Kalì, digito il numero dell'ufficio e ad Eric che risponde dico, fingendo calma, di mandare pure l'altra variante. Casca dalle nuvole. Magari cascasse sul serio. Un bel volo di dieci piani e voilà, problema risolto.
Per fortuna il mio collega capisce cosa sta succedendo e mi prende il cellulare per parlare lui con l'esempio clinico di stupidità umana, mentre io continuo a cianciare a vuoto.
Un quarto d'ora dopo, e due litri in meno di liquidi addosso dovuti a sudore, finalmente ho la tavola da illustrare. Il progetto comunque piace e gli europei si dichiarano favorevoli all'acquisto dell'opera architettonica.
Quando rientro in ufficio ho due esigenze impellenti: uccidere a testate in mezzo alla fronte Eric e farmi uno scotch doppio con ghiaccio.
Bella l'ho sentita praticamente ogni giorno. Un saluto di buongiorno al mattino. A volte qualche messaggio più o meno zuccheroso durante la giornata. Una lunga telefonata la sera.
So che è uscita spesso con la salamandra nera travestita da amico sorridente. Dio che nervoso.
So anche che è andato spesso a trovarla il carissimo e simpaticissimo avvocato Hale, parole di lei, per illustrarle problemi relativi a cause di suoi clienti e farle firmare pratiche più o meno urgenti. Sentirla parlare di questo e dell'altro mi ha causato un tale prurito alle mani che ho seriamente pensato di essere allergico all'ultimo dopobarba utilizzato.
Poi ho pensato che forse è solo gelosia. La sana, buona e simpatica gelosia.
Cazzo! Ma per amico e collaboratore, non poteva avere due vecchi pancioni signori di mezza età? No. Giovani, aitanti, sorridenti, piacioni e uno pure ex!
Per fortuna si è rotta le scatole anche lei di questa lontananza e domani torna, con cinque giorni di anticipo. Me l'ha detto due sere fa.
-Se tornassi prima del tempo stabilito ti dispiacerebbe?
-Che domande fai? Certo che sì. Mi dispiace moltissimo smettere di ammazzarmi di seghe che neanche a quindici anni... Ho anche esaurito la collezione di porno che tenevo per le emergenze...
Ridiamo spesso durante le nostre telefonate. Io tendo a sdrammatizzare con l'ironia la nostalgia che sento di lei. Lei si diletta come sempre nel provocarmi e riuscendo a trasformarmelo in pietra viva a distanza.
Una sera della scorsa settimana, dopo che avevo appena riattaccato con lei, mi è arrivato un mms.
Aprendolo ho rischiato un ictus cerebrale. Mi aveva mandato una fotografia della sua meravigliosa passera, esposta, rosea e lucida di umori. Quando vuole è satanica.
Le ho risposto dopo qualche minuto, necessario alla ripresa dell'attività respiratoria, con due foto del mio stupendo bambino. Nella prima lo avevo coperto con un asciugamano, posandocelo sopra come il tovagliolo sul braccio dei camerieri. Sotto una scritta: Cucù.
Nella seconda il pargolo in piedi, i suoi 29 cm in piena baldanza. E un'altra scritta: Settete!
Mi ha telefonato dopo poco, e non riusciva nemmeno a parlare dal ridere.
Sì, insieme stiamo bene. Anche a distanza.
§§§
Entro in casa alle otto, più o meno. Lei è per la strada.
Siamo d'accordo che verrà direttamente qui da me. Telefono per farmi portare da un ristorante vicino la cena e sistemo un po' il casino che dilaga in casa mia, soprattutto dopo le ultime febbrili settimane. In media sono stato in ufficio undici ore al giorno, sabati e domeniche inclusi.
Diventerò ricco sfondato, peggio di zio Paperone, ma non conoscerò altro che il mio computer e i miei progetti.
Sento il campanello e vado ad aprire. Già qui la cena? Merda, non ho ancora finito di rassettare il soggiorno. Mi sento una donna sull'orlo di una crisi di nervi.
Apro. Non è la cena.
E' lei.
Entra, mi si avvinghia, mi succhia, mi sconvolge capelli e stomaco, il suo corpo attrae come una calamita il mio, centimetro per centimetro.
Ad un certo punto sento di nuovo il campanello. Stavolta è la cena sul serio.
Che ne facciamo? Cenare è l'ultimo dei miei desideri in questo momento.
Più tardi siamo sul divano. Pigramente allacciati, dopo due ore di intensa attività fisica in cui abbiamo: fatto l'amore nel modo più tradizionale e veloce, sul mio letto; mangiato a velocità supersonica, divorandoci con gli occhi l'un l'altra nel frattempo; rifatto l'amore in maniera meno tradizionale e meno veloce.
-Cavolo, mi sono dimenticata una cosa, Cullen.
-Chissenefrega. Resta qua- le dico mentre cerca di alzarsi da me.
-No. Lasciami. E' un regalo per te.
Che palle. Avere lei addosso è il più bel regalo, che me ne faccio di qualsiasi altra cosa? Ma la lascio andare, se no s'incazza. Col carattere che ha...
La guardo avvicinarsi alla sua borsa e rovistarci dentro per un po'.
Infine estrae un pacchettino avvolto in carta rosso fuoco. Il colore è eccitante, direi.
Me lo porge seria.
-Devo aprirlo?
-No, tienilo così.
Rido. Ha ragione, domanda del cazzo.
Strappo via la carta ed in mano mi ritrovo...una collana? Sei sfere bianche, di diametro direi circa due centimetri.
-Ho scelto la misura più piccola, per non impressionarti troppo...
Strabuzzo gli occhi. Ho capito. Questa è matta.
-Cosa dovrei fartici esattamente?
-Non farmici, Cullen. Fartici e farmici.
-Scusa?
Ride. -Sembri preoccupato, Cullen. Eppure ti assicuro che ti piacerà, vedrai...Fidati di me.
Il mio cazzo è già convinto. Io un po' meno, se è come penso.
-Vieni con me, in camera. E porta il tuo regalo.
Mi alzo dal divano non troppo entusiasta.
Lei mi trascina per mano.
Quando arriviamo in camera sale sul letto con le ginocchia e si sposta indietro per farmi spazio, mentre con una mano raggiunge il mio comodino dove tengo il lubrificante. Non stacca mai il contatto visivo con me, mentre io annaspo in cerca d'aria. E' una mantide religiosa travestita da dea. Mi mangerà, alla fine. Lo so.
Mi tira via delicatamente dalle mani la collana, la lubrifica con attenzione, pallina per pallina, poi mi sorride.
-Siediti di fronte a me, Edward. A gambe incrociate, come me. Vuoi?
Datemi il numero di Lucifero che gli presento il suo alterego al femminile.
Faccio come dice, eccitato da bestia.
-Sdraiati appoggiandoti sui gomiti, tesoro. E rilassati.
Facile a dirsi. Sono contratto e teso come un arco, dai denti al buco del culo.
Lei si appoggia su un solo gomito e si avvicina col bacino al mio. Speculare.
Prende un'estremità della collana e infila nel suo orifizio posteriore una pallina. Poi si avvicina molto lentamente a me con l'altra estremità. Io sono in ipnosi. Sento il cuore battere più in fretta, per la paura e per la curiosità, con la stessa intensità.
Chiudo gli occhi e sento la pallina infilarsi dentro di me. Non fa male come temevo.
Riapro gli occhi e guardo i nostri corpi uniti dalla collana.
E' un'immagine incredibilmente eccitante. Sto per venire. Chiudo di nuovo gli occhi e respiro per cercare di recuperare lucidità.
Lei resta immobile. Riapro gli occhi e sposto la sua mano. Faccio io, baby.
Spingo una seconda pallina dentro di lei, poi una seconda dentro di me. Avviciniamo i nostri bacini. Spingo le ultime palline dentro di lei e dentro di me e siamo uniti, attaccati.
La vista è insopportabile ed anche la sensazione lo è, nella sua intensità.
Abbasso il mio povero uccello che sta per esplodere e mi faccio male per costringerlo nel corpo di lei. Non me ne frega un cazzo. Il piacere è devastante.
La tiro per le braccia e attaccati così, come cani, inizio a pompare furiosamente di bacino dentro di lei, grugnendo e digrignando i denti.
Sento le palline muoversi ad ogni colpo, mentre la sollevo per i fianchi e me la sbatto contro. Solleticano le mie pareti e mi provocano brividi intensi. Dopo minuti furiosi di deliziosa tortura, vengo gridando e sento le contrazioni di Bella che spostano le sfere e mi propagano altri brividi.
Evviva le Ben-Wa balls.
Il sesso con questa donna è una droga.
Mi sento carico come un cocainomane.
§§§
Sono passate altre due settimane.
Siamo sempre più uniti. Di giorno sembriamo una coppia normale. Io in ufficio, lei pure. Ci vediamo in pausa caffè e in pausa pranzo. A volte ci teniamo per mano, a volte stiamo semplicemente vicini.
Ma alla sera ci trasformiamo in due diavoli scatenati, amanti del sesso in ogni sua forma. Lei è unica. L'effetto che mi fa è incredibile. Non è solo appagante, è rilassante, mi fa stare bene. Mi sento sereno e posso affrontare ogni difficoltà con un sorriso. Infatti ad ogni cazzata che combina Eric penso tra me :- Chissene. Le cose importanti sono altre.
Che poi la cosa importante in realtà è solo una. Passare le mie serate e le mie notti con Bella.
Oggi non è venuta in ufficio. E' rimasta a casa.
Da qualche giorno non si sente molto bene. E' sempre stanca, ha le occhiaie.
Le ho chiesto di andare dal medico, anche se lei sostiene che è una qualche forma virale di stagione.
L'ho chiamata poco fa e mi ha detto che è appena tornata e di andare da lei a pranzo. Mi è sembrata allegra.
Magari sta meglio ed ha in mente qualche giochino.
Al pensiero, il mio amico laggiù è già in pompa magna.
Quando arrivo da lei il portone è aperto. Salgo come sempre le scale a due a due e sono alla sua porta.
Deve avermi sentito perché mi apre la porta prima che io suoni.
-Cullen, che velocità...
-Sono un razzo. Colpa tua. Lo sai no, che tira più un pelo di figa che cento buoi?
Ride mentre si fa da parte per farmi entrare in casa.
-Ma la mia non ha peli.
-E tira ancora di più.
Ridiamo. Poi lei si fa seria.
-Hai la solita fame da lupo o puoi aspettare che ti dica una cosa importante, prima?
-Se è importante spara, baby.
Quello che dice dopo mi ammazza.
-Aspettiamo un bambino.
-Cosa?
-Un bambino, Edward. Sono incinta.
-Se è uno scherzo Bella, non è divertente.
-Non è uno scherzo- la voce inizia a tremarle.
Io comincio a vedere nero dalla rabbia.
-Non prendermi per il culo. Lo sai che non lo sopporto.
-Ma cosa dici? Perché dovrei prenderti per il culo?
-Non puoi essere incinta Bella.
-E invece lo sono, guarda un po'.
-E allora va' a dirlo al padre del tuo bastardo.
-Ma sei diventato scemo?
-Non sono scemo, e nemmeno coglione, gioia.
Prendo fiato. Infilo le mani in tasca per non arraffare il primo oggetto e spaccarlo contro il muro dietro di lei. Le parole più difficili da dire, quelle che da mesi dovrei pronunciare e non riesco, escono con grande semplicità.
-Io. Sono. Sterile. Se aspetti un figlio, non è mio.
-Edward. Non dire stronzate. Io sono incinta e da quasi tre mesi non frequento altri che te, quin...
-Ti prego risparmiami la scena da Oscar. Sei incinta sul serio?
-Sì, Edward.
-Benissimo. E chi è il fortunato futuro papà? Il Rambo nero di Birmingham o l'avvocato Mister Comecel'hoionessunaltro? O qualcun altro ancora che ti sei scopata chissà dove?
-Edward sei disgustoso e stupido. Sei tu il padre.
La prendo per un braccio, mi sta facendo diventare una bestia. Se non me ne vado subito rischio di dimenticarmi che è una donna. La mia donna, fino a qualche minuto fa.
-Mi hanno fatto la radioterapia, gioia cara, ricordi? Si diventa sterili in seguito a questa. Scusa, non te l'avevo detto. Così, accidenti a me, ti ho rovinato il giochino che avevi preparato. Con chissà quale scopo poi.
-Non è possibile. Deve esserci una spieg...
La scuoto appena, poi la lascio e riapro la porta.
-Non ti voglio più sentire. Vaffanculo, brutta stronza puttana che non sei altro- le dico, senza degnarla di un altro sguardo.
Poi me ne vado. Di corsa come sono arrivato.

CAPITOLO 19



Un altro passo avanti
Arrivo che è ora di cena. E ho una fame che...al solito, sbranerei qualsiasi cosa commestibile.
Ho trovato anche l'indirizzo del padre di Bella, potenza di Google, perciò mi dirigo a colpo sicuro verso la zona indicata dal navigatore nel mio cellulare.
Il quartiere è tranquillo e residenziale. Bei viali immersi nel verde, strade pulite, curate.
Sono ancora distante, ma la riconosco immediatamente.
Sta attraversando la strada, ha i soliti jeans aderenti, la solita camicetta semitrasparente, i soliti tacchi supersexy, e il mio cazzo reagisce alla sua vista nel solito modo, addrizzandosi.
Dall'altro lato della strada una macchina è ferma, finestrini abbassati e motore acceso.
Quando lei sta quasi per arrivare, dalla macchina scende un energumeno scuro, capelli scuri, corti, muscoloso, vestito di scuro. Chi è, l'uomo nero?
E' chiaro che sta aspettando lei.
E di nuovo reagisco nel solito modo, incazzandomi. Lo so, sono prevedibile.
E adesso vediamo con chi andrà, uomo nero di minchia.
Accosto inchiodando e scendo, proprio mentre lei sta salendo in macchina con il re della notte.
Il rumore delle gomme le fa alzare lo sguardo. Mi vede. E' incredula. Poi sorride.
Riapre lo sportello e scende. La raggiungo.
-Ciao Bella.
-Che sorpresa! Cosa ci fai tu qui?
-Stavo facendo una passeggiata e mi sono trovato qui per caso-le dico ammiccando.
L'amico del buio si fa avanti e allunga una mano. Gliela staccherei molto volentieri a morsi.
-Tu devi essere Cullen, giusto?
-Sì - gli stringo forte la mano, tanto per mettere in chiaro che non lo temo.
-Tyler Crowley. Piacere.
-Lo stesso.
Un piacere come ricevere un calcio nei coglioni.
Ma a calci prendo te, brutto stronzo.
Bella interrompe i nostri sguardi molto esaustivi.
-Ty, mi rincresce, ma...
-Certo, certo, ho capito. Non c'è problema. Facciamo un'altra volta. Tanto in tre settimane, avremo tutto il tempo per stare insieme.
L'abbraccia, le sorride complice e si gira verso di me, serio e poco amichevole.
-Cullen.
-Crowley - rispondo, con gli occhi che mandano lingue di fuoco.
Se lo schiacciassi con la mia macchina non potrebbe sembrare un incidente?
Cerco di sorridere a lei invece, mentre Mefistofele risale in macchina e si leva dalle palle.
-Entriamo in casa un minuto o vuoi che andiamo a cena fuori?
-Ho fame, ma se ti fa piacere, salutiamo prima tuo padre.
Mi sorride e mi stampa un bacio caldo e umido sulle labbra, poi mi trascina nel vialetto di casa.
Cerca per qualche minuto le chiavi nella borsa, poi apre e mi fa strada.
In soggiorno si sentono diverse voci. Televisione, una voce maschile e quella di una ragazzina.
-Papà ti prego, perchè non posso?
-Ho detto di no, Angela, non insistere. Tua sorella...
-E che palle con 'sta sorella, papà!
Mi viene da ridere.
Bella si schiarisce la voce.
-Papà, volevo...
-Ehi. Dimenticato qual...
Mi vede e mi squadra. Anche la ragazzina, Angela?, mi squadra, ma sono due sguardi molto diversi.
Il primo è indagatore e guardingo, l'altro è...sognante? Oddio, no. Piaccio alla sorellina di Bella. Merda!
Bella guarda ora me, ora suo padre, ora sua sorella. Batte il piede in terra. E' incazzata. Ma io che c'entro?
Dalla cucina con lo straccio in mano arriva anche la signora Swan.
Mi guarda curiosa e poi si aggiusta i capelli e fa sparire immediatamente il grembiule.
Ma che ho, il miele addosso? Cazzo, potrebbe essere mia madre! Però sono compiaciuto, molto compiaciuto.
Così tanto compiaciuto che mentre sorrido prendo una gomitata nelle costole da parte di Bella.
-Hai finito di abbagliare tutto il mondo femminile intorno a te?-sibila.
-Papà, Sue, Angela. Questo è Edward, un amico. E' venuto a trovarmi. Esco con lui anziché con Tyler. E' tutto. Andiamo – e fa per trascinarmi via senza che abbia il tempo di presentarmi.
-Buonasera a tutti. Scusate – faccio in tempo a dire, mentre gli altri tre sghignazzano e rispondono più o meno all'unisono.
Uscendo sento il padre di Bella sgridare Angela.
-Chiudi quella bocca, tu. O ti ci entreranno le mosche.
Appena fuori dalla porta, Bella mi assale.
-Ma si può sapere perchè fai sempre quella faccia da stronzo?
-Faccia da stronzo? Ma che ho fatto?
-Fai una faccia da schiaffi che a tutte le donne sopra i dieci anni e sotto gli ottanta viene voglia di sbatterti in terra e scoparti selvaggiamente!
Sto morendo dalle risate.
-Ah sì? Faccio questo effetto anche a te?
Devo ricordarmi che faccia ho fatto prima, perchè mi venga un colpo se lo so.
Effettivamente però, riflettendo, quando sorrido quasi tutte le donne contente del loro sesso arrossiscono. Prendo un'altra gomitata, più forte di quella precedente.
-Cazzo. Ma ho fatto quasi 700 km per prendere gomitate?
Non mi risponde.
Mi guarda storta.
Io faccio lo sguardo più contrito che mi riesce. E le strappo un sorriso.
Infine ride.
-Grazie di essere venuto-mi dice.
Forse riesco ad evitare un'altra gomitata.
Mi indirizza in un paese vicino e mentre guido sento che telefona e prenota a nome suo un tavolo per due.
A cena mi porta in un posto inquietante. Le Voyeur, si chiama. Già il nome...
Luci rosa, fiori ovunque. Divanetti rossi a forma di cuore, o è una bocca?, orripilanti, sono tutti intorno alla sala da pranzo, rivolti verso l'interno. I tavoli sono tutti protetti da separè che li nascondono agli sguardi degli occupanti gli altri tavoli, ma non a quelli di chi potrebbe essere seduto sui divani.
Sembra uno scadente film dell'orrore. Sto per chiedere una mezza delucidazione ma lo sguardo ironico che mi rivolge mi chiarisce il contesto.
Mi sta provocando, come sempre. E non appena me ne rendo conto sono già eccitato come un adolescente che assiste al primo spettacolo porno.
Ad accompagnarci al nostro tavolo è una ragazza dell'est, molto poco vestita. Le tette sembrano schizzarle fuori dal corpetto troppo piccolo per lei e la sua abbondanza. Distolgo lo sguardo prima dell'ennesima gomitata e guardo Bella.
E' bella da togliere il fiato. Ha gli occhi lucidi, i capelli sciolti e lasciati ricadere su una spalla, le gote arrossate. Sembra eccitata anche lei.
Ma cosa...?
-Volete privacy?-chiede la russa.
-Sì, per favore.
La ragazza stende allora un fazzoletto nero sullo schienale del divano.
La mia faccia deve avere la forma di un punto interrogativo a questo punto.
Quando la cameriera si è allontanata e noi siamo seduti, Bella mi parla.
-Ti piace qui?
-E' un ristorante particolare. Ci lavoravi?
-Sì. Quando ero ancora all'Università. Facevo solo la cameriera, ma quando mio padre ha scoperto che era un locale...particolare, come dici tu, ha fatto fuoco e fiamme. E' stato allora che mi è venuta l'idea degli spettacoli in maschera. Per proteggere il mio anonimato.
-Guadagnavi bene?
-Non fare lo stronzo, Cullen. Non l'ho mai fatto per denaro. Chiaro che qualche soldo ad una studentessa non fa schifo, soprattutto se il proprio padre è solo un poliziotto e non naviga nell'oro. La biancheria di raso e seta costa e mi è sempre piaciuta. Ma lo facevo e lo faccio soprattutto perchè mi piace essere guardata. Mi piace esercitare il mio potere sugli uomini che non riescono a distogliere lo sguardo da me e da quello che sto facendo. Mi fa sentire enormemente forte.
Penso. Non è molto diversa da me, neanche in questo. Io esercito il mio potere con l'ironia, lei con la sua bellezza. Piace sottomettere gli altri ad entrambi.
La mia eccitazione, già discreta da quando l'ho vista in strada un'ora prima, si è fatta ormai sofferenza, e sale, mentre lei continua a parlare.
-Ho sempre trovato sciocchi gli uomini. Non riescono più a ragionare davanti a due tette che gli ballano davanti agli occhi. E danno molta più importanza al loro bel cazzo che alla loro intelligenza.
-Anche tuo padre è un uomo.
-A parte mio padre, che infatti è stato abbandonato da mia madre per uno che aveva un uccello probabilmente migliore del suo.
Vorrei dirle che si sbaglia. Che oltre a suo padre ci sono altri uomini ai quali il sesso piace ma non per questo perderebbero cervello, famiglia e obiettivi. Ma mi è difficile ragionare e parlare con un ingombro esagerato tra le gambe. Maledetto, vuoi sputtanarmi così?
Lei sembra capire, come sempre, e mi sorride.
-Dimostrami che mi sbaglio.
Sento il rumore di una scarpa che cade e poi il suo piede è lungo la mia gamba e risale lento la strada che porta al centro del mio piacere. Arriva quasi all'inguine, poi ridiscende, sempre molto lentamente e senza distogliere lo sguardo da me.
-Chi si siede nei divani?-riesco a chiedere.
-Chi vuole guardare, mi sembra chiaro. Guardare e non toccare. Questa è la regola.
Al tavolo ci sono donne, oppure coppie, o coppie di uomini. Mangiano o fanno ciò che preferiscono. Nessuno li disturberà, per il tempo stabilito. Se fai mettere il fazzoletto nero, non vuoi pubblico. Se il fazzoletto non c'è, chiunque può sedersi e godersi il tuo...spettacolo.
Deglutisco. Credevo di sapere tutto sul sesso, sui giochini e sui locali kinky. Invece non so un cazzo. Ma anziché darmi fastidio, questa cosa mi intriga e mi eccita da impazzire.
-Ordiniamo?
-Si mangia davvero?
-Certo. E' un ristorante, cosa credevi?- mi dice strizzandomi un occhio e suonando un campanello posto sotto il tavolo.
Quando la cameriera arriva le chiede i menu, senza smettere di guardarmi e continuando a passare il suo piede sulla mia gamba.
Se impazzirò, sarà per colpa o merito di Isabella Swan.
Ordiniamo, anzi lei ordina, io sono ipnotizzato, o in trance, o entrambe le cose, forse.
Sceglie tra le varie combinazioni. Pasta con gamberi, panna e vodka. Ostriche al naturale. Fragole con panna. Tutti cibi afrodisiaci. E vino bianco frizzante, italiano.
Non c'è bisogno né degli uni, né dell'altro per caricarmi, baby. Vorrei dirglielo.
-E' meglio dello champagne- mi dice invece lei, sorseggiando.
-Mi fido- sarei disposto ad ammettere persino che gli asini volano, a questo punto. Com'era? Gli uomini ragionano solo con l'uccello. Ecco, effettivamente da quando siamo seduti lui ragiona, io no.
Rose diceva che dovevo parlarle. Magari avrebbe dovuto spiegarlo anche a lei però.
La pasta è buonissima. Le ostriche un delirio. Imboccate da lei poi sono ancora meglio.
Il suo piede ha continuato a salire e scendere per tutto il tempo sulla mia gamba.
E se mi misurassero adesso la pressione mi ricovererebbero immediatamente per rischio di infarto del miocardio.
Nello stomaco sento uno sfarfallio che non ha niente a che fare col cibo, buonissimo, appena ingurgitato. E' eccitazione allo stato puro. Attesa di qualcosa che so che sta per arrivare.
Decido di giocare anch'io.
Tolgo la scarpa e faccio risalire il mio piede all'interno della sua gamba, ma lei non resta immobile come me.
Cattura il mio piede e sfila la calza. Poi posiziona il mio piede esattamente in mezzo alle sue gambe, e mi guarda fisso. Non batte neanche le palpebre.
Lentamente inizia a sbottonare i suoi jeans. Lo faccio anch'io.
Inarca il bacino e li sfila un po'. Io faccio lo stesso.
Si muove veloce e sento che sposta prima una gamba, poi l'altra. Ha tolto i jeans. Li solleva lentamente e me li fa vedere, poi li lancia sul divanetto. Io faccio la stessa cosa, anche se i miei movimenti sono più impacciati, a causa dell'aratro che mi blocca il cavallo dei pantaloni.
Un altro movimento e le sue mutandine stanno ruotando intorno al suo dito indice.
Io prendo i miei boxer, li tiro giù e li lancio dietro di me, sul divano.
Poi posiziono il mio piede sul suo sesso, delicatamente.
Lei avvicina la sua mano destra alla bocca e lecca avidamente indice e medio, con i quali accarezza e inumidisce l'alluce del mio piede.
Poi sposta il tavolino un po' a destra, per liberare la mia visuale su ciò che sta facendo. Infine, sempre molto lentamente, prende il mio piede e se lo passa avanti e indietro sulla sua figa deliziosa, tenendo le gambe ben aperte. Getta la testa indietro ed inizia ad ansimare rumorosamente. C'è gente nei tavoli vicini, l'avevo vista entrando, e probabilmente la sentirà, ma questo pensiero, invece che darmi fastidio, mi carica maggiormente.
Con le dita della mano sinistra allarga le sue labbra e con la mano destra aiuta il mio alluce a sfregarle il clitoride, inarcando al contempo il bacino. E' una delle immagini più eccitanti a cui abbia mai assistito. Quando raggiunge l'orgasmo tira su la testa e mi guarda, mentre geme a bocca aperta.
Oh, sì, tesoro. Vieni per me. Vieni per me.
Mi guarda e sorride. Solleva le gambe e mi lascia andare il piede. Poi posiziona i suoi piedi bollenti intorno al mio membro pulsante. Sto per venire solo per questo tocco leggero.
-Stringimi i piedi intorno a te, Edward. Datti piacere. Fammi vedere quanto ti piace questo gioco...Ti prego.
-Non devi pregarmi, tesoro. Mai.
Le stringo i piedi intorno al mio cazzo, li sfrego su e giù, e muovo in contemporanea il bacino. Stringo sempre di più, mi muovo sempre più in fretta.
Ci sono quasi, ma voglio di più. Voglio molto di più del piacere degli occhi. Voglio il piacere dell'anima, quello che provo quando sono dentro di lei.
Le lascio i piedi di colpo e la tiro a me per le braccia. Lei capisce subito. Mi sale sopra e si avvinghia al mio collo.
Il mio occhio cieco cerca la strada di casa, e la trova quasi subito. E' il Paradiso come sempre, quando sento la sua carne morbida, calda e viscosa intorno a me. E bastano due spinte e le nostre voci affannate per farmi venire lungo e violento dentro di lei. E resto immobile, stremato, incredulo, felice.
-Bella?
-Sì, Edward.
-Ti amo.
-Anch'io.
Ci guardiamo e sorridiamo. Era la cosa più semplice del mondo da dire. Così ovvia, così vera, così difficile da credere.
Più tardi siamo in casa sua, nella sua vecchia stanza di adolescente. Peluche, foto, libri, poster.
-Ti piacevano i Blue?-le chiedo.
-Oh, sì. Ero innamorata pazza di Duncan James. Insieme ad alcune amiche andavamo ai concerti molto prima dell'inizio, ci appostavamo sotto il palco, fuori dai camerini, gridavamo come ossesse, ci strappavamo i capelli e piangevamo come disperate. Poi dopo la morte di Jacob, di colpo non me ne è fregato più niente.
-Tua madre non l'hai più risentita in questi anni?
-Ha provato qualche volta, in occasione del mio compleanno o di Natale. Ma io non ho mai voluto risponderle. Te l'ho detto, per me è morta. Fine della storia.
Nella tua voce c'è sofferenza però. E la capisco.
Non so come sarei sopravvissuto se mia madre non fosse stata l'angelo amorevole che è stata durante la mia malattia, prima e dopo.
Guarda che strano. Se penso a Jacob e a lei, mi sento fortunato.
Prendo fiato. Lo trattengo un attimo, poi parlo.
-Sai. I medici dicono che sono completamente guarito.
Mi guarda attenta.
-Io però non mi fido molto. Si sono sbagliati già una volta...
-Non succederà mai più, Edward. Ora hai il mio midollo. Il tuo che era predisposto alla malattia non c'è più.
Mi abbraccia, consolatoria, amorevole, comprensiva, sicura.
La abbraccio. E vorrei tanto crederle.
-Domattina torno a casa.
-Certo. Il lavoro prima di tutto, vero?
-Non è così, ma senza di me si ferma il mondo. In ufficio non portano a termine un minimo impegno.
-Certo. Va bene così, Edward. Sono contenta che tu sia venuto, anche solo per un giorno. E' stato bello.
La mattina dopo ci alziamo insieme.
Parliamo, tra noi, con suo padre, con Sue, con la piccola Angela che non va tanto bene a scuola, ma le piace disegnare e da grande vorrebbe diventare architetto.
Prometto che cercherò di tornare, magari per due giorni.
Lei mi accompagna alla macchina, mi bacia, mi accarezza. E' il massimo che un uomo possa volere.

CAPITOLO 18



Rivelazioni e decisioni
Sento la voce di Bella chiedere da distante chi sia.
Rispondi, chè ti chiedo io qualcosina, cara mia.
-Un certo Sullen, o qualcosa di simile.
Sullen un cazzo che ti sfonda, scemo.
-Ah, sì. Da' qua.
-Pronto Edward? Scusa, ero sotto la doccia. E Tyler è stato così gentile da rispondere per me.
Gentile? Doccia? Che ci fa mister Cazzone lì con te?
Conto un quattro secondi prima di esplodere ruggendo.
-Edward?
-Sì. Ciao. Sono io. Chi cazzo è Tyler?- ho provato a mantenere la calma. Giuro, ci ho provato. Non è colpa mia se non ci riesco.
-Non cominciare, per piacere. Un amico. Solo un amico.
-E che ci fa un cazzo di amico nella tua cazzo di camera, mentre tu fai una cazzo di doccia?
-Ma che cazzo t'è preso? Hai già voglia di litigare?
-Cazzo, no!
-Cazzo, sì, secondo me.
-Ok. Ricominciamo. Ciao, tutto bene?
-Sì, benissimo. Finchè tu non hai cominciato con la solita gelosia assurda.
-Sai che ti dico? Torna sotto la doccia con mister Cazzone e fa' quel cazzo che ti pare.
Ecco fatto. Fine della conversazione.
Una telefonata grandiosa, non c'è che dire.
E volevo solo dirle che mi mancava.
Mi infilo sotto la doccia anch'io, con la voglia di spaccare tutto quello che mi capita a tiro.
Quando esco, mezz'ora dopo, sono lievemente più rilassato.
Forse ho esagerato. Parto sempre in quarta, prima di aver chiesto una mezza spiegazione.
Lei però risponde subito per le rime.
Che carattere di merda il suo!
Guardo il cellulare. C'è un messaggio. Suo.
Ti sei calmato?
No.
La richiamo. Ma se risponde Tyler, Tyler Crowley...Chi cazzo crede di essere, James Bond? 'Sto stronzo.
-Edward?
-Mh- bofonchio.
-Che voce simpatica! Andremo avanti così per tre settimane?
-Ho questa voce, baby. L'ho sempre avuta e non mi sembrava ti desse fastidio.
-Scherzavo, su. Sei paranoico.
Pure? Qualcos'altro?
-Se vuoi metto giù.
-Per favore Edward. Mi lasci parlare? Sembri un adolescente.
Ah, ecco, mi sarebbe dispiaciuto se non mi avesse dato qualche altro titolo.
Non dico niente. Provo ad ascoltare.
-Tyler è un amico. Siamo cresciuti insieme. Come fratello e sorella. E' venuto a trovarmi non appena ha saputo che ero arrivata. Mio padre lo ha fatto salire, conoscendo quanta confidenza abbiamo. Io ero sotto la doccia e l'ho salutato dal bagno. Quando ho sentito la suoneria gli ho chiesto di rispondere. Tutto qua.
-Scusa. Hai ragione, mi incazzo troppo in fretta.
-Non scusarti. La situazione era fraintendibile, te lo concedo. E poi...non mi dispiaci geloso.
Che?
-Sì. Lo so, incazzato nero sono strafigo, non mi resiste nessuna-rispondo, ancora di malumore.
-Lo sai che mi piace Mister Hyde.
-E se Mister Hyde diventasse pericoloso?
-Non tu. Can che abbaia, eccetera.
Continuiamo con questa schermaglia a metà tra lo scherzoso e il serio per una decina di minuti, poi ci salutiamo.
-Sarà dura riuscire ad addormentarmi stasera. Dovrò utilizzare qualche giochino per conciliarmi il sonno.
Giochino? Ora mi viene un colpo apoplettico.
-Giochino sì. Ho un'intera collezione di vibratori, tutti i colori e le misure. Li colleziono, non te l'avevo detto?-continua.
La maga Circe era una sfigata suorina, in confronto a lei.
Sto al gioco. -Il colore prendi quello che vuoi, ma per la misura direi il più grande che hai, quanto è?
Ci pensa su, o finge di pensarci, poi ride.
-Occhio e croce, 28 o 29 cm. Corrisponde, no?
Rido.
-29, giusti giusti. Hai buon occhio per certe cose.
-A ciascuno il suo mestiere Cullen-ride.
-Mi sembrava fossi un avvocato, in primis- a me invece ricominciano a girare le palle.
-Di nuovo quella voce. Cullen, imparerai a capire quando ti sto prendendo in giro?
Ridiamo.
Mi conosce come le sue tasche, Circe.
E se fosse qui ora, la rivolterei davvero come una tasca. Un altro giro di tutti gli orifizi disponibili. Tanto per marcare il territorio.
Lunedì mattina.
Un traffico da paura. E non ho chiuso occhio. Ho sognato Bella che mi faceva un servizietto niente male, poi arrivava un merdoso qualunque e la chiamava. Mi sono svegliato tutto bagnato.
Cazzo! Le polluzioni notturne non le avevo da quando mi è nato il primo pelo nel mento!
E’ tardi. Rose mi sta aspettando.
Pensa se bucassi…
Stracazzo!
Ho bucato sul serio. Forse mi porto sfiga da solo.
Arrivo sotto casa di Rose con la faccia da cane bastonato e scendo chiedendole scusa. Dovrei forse anche inginocchiarmi sui ceci, tanto per calcare la mano e avere una chance di perdono.
Lei sorride comprensiva.
-Ehilà Cullen! In perfetto orario, vedo!
-Senti, guarda…Oggi devo essere sceso dal letto col piede sbagliato.
-Non preoccuparti. Abbiamo tutto il tempo. L’aereo è tra due ore e mezzo.
Partiamo.
Guido e la guardo di sottecchi.
-Rose, posso chiederti qualcosa di Bella?
-Dipende. Perché non chiedi a lei?
-Si tratta di un amico che mi ha risposto al suo cellulare ieri sera.
-Mh. Geloso?
-Marcio.
-Stai fresco. Bella ha sempre avuto milioni di amici uomini.
Sento la mascella contrarsi. Lei ride.
-Però è la prima volta che la vedo “presa” davvero di qualcuno.
Mi rilasso lievemente.
-James Bond, cioè… Tyler Crowley.
-Ah, lui. E’ l’ex di Bella.
-Come ex?
-Sono stati insieme per quasi due anni. All’Università.
-E…?
-Finita. Lui voleva di più, lei no. Fine della storia.
-Secondo me ci prova ancora.
-Secondo me fa bene.
-Scusa?
-Voglio dire, Bella è straordinaria. Uno innamorato di lei, si rassegna al primo ostacolo, secondo te? - fa una pausa.
No, ovvio. Come mi girano i coglioni. Tra un po’ schizzano via dalla macchina per la forza centrifuga.
-Lui continuerà a provarci, anche se recita la parte dell’amico. E lei continuerà a trattarlo da amico, visto che non le interessa. Vuoi sapere altro?
-Grazie.
-Posso chiedere io qualcosa a te?
-Certo.
-Perché non vai a trovarla da suo padre?
-E’ complicato.
-Posso provare a capire. Se mi sforzo magari ci riesco, sai? Non è che proprio tutte le bionde siano cretine.
Rido. Ultimamente sono circondato da streghe.
-Non lo metto in dubbio. E’ che io preferisco non impegnarmi.
-Però vuoi l’esclusiva.
-Esatto.
-La vedo contraddittoria la cosa.
-Perché? Finché dura, fedele io, fedele lei. Poi ognuno si farà i cazzi suoi.
-A lei l’hai detto?
-Più o meno.
-Quindi non gliel’hai detto.
-No. Però dai discorsi fatti…
-Senti, Cullen. Tu non mi piaci. Sei egoista e possessivo. Egocentrico e stronzo. Lei è cotta di te e si adatta perché pur di averti farebbe carte false. Tu vuoi fare quello che preferisci e usi la gente perché pensi che il mondo intero ti sia debitore. La vita non ha trattato male soltanto te e comunque niente ti dà il diritto di rifarti sugli altri.
-Preferisci un taxi per l’aeroporto?
-No. Preferisco parlare con te. Voglio bene a Bella come ad una sorella. E mi piace tuo fratello. Parla chiaro, non promette niente, non chiede niente. Ma tu sei egoista e a me piace parlar chiaro.
-Direi che ho capito.
-Allora capirai pure che con i sentimenti non si scherza.
-Mai scherzato sui sentimenti.
-E cosa provi per lei?
Ma guarda questa stronza…
-Non lo so. E’ mia. La voglio per me. Per un mese. O di più, non lo so.
-E poi? Le dici “Grazie, ora è abbastanza”?
-Magari lo dice lei a me.
-E ti starebbe bene. Ma non lo farà. Vuole proteggerti, sempre. Vuole aiutarti. Lei soffre della sindrome della crocerossina. Tu di quella del bastardo travestito da disperato. Inutile dire quale delle due sindromi mi piace meno.
-Senti, tu di me non sai un cazzo. Quindi non giudicare, va bene?
-Allora fatti conoscere Cullen. Rischi di perdere un mucchio di cose nel frattempo. E se un giorno dovessi scoprire che volevi farti conoscere, potrebbe essere troppo tardi.
-Sì, mamma.
Povero Emmett! Mi fa quasi pena. Questa lo sbrana in due giorni.
Restiamo in silenzio.
Io guido. Lei guarda fuori.
Ma su qualcosa ha ragione.
Potrei perderla, per il primo Tyler, o Jasper, o Tiziocazzodicane che passa. E sarebbe solo colpa mia.
L’accompagno al check in e le lascio i saluti per mio fratello. Sto per andarmene, ma lei mi ferma per un braccio.
-Scusa se sono stata dura. Ma voglio bene a Bella. Parlale, ok?
-Ci proverò.
Mi abbraccia.
Salgo in macchina e chiamo Bella.
-Ciao.
-Ehi. Ciao! Mattiniero oggi.
-Ho accompagnato Rose all’aeroporto.
Silenzio.
-Programmi per oggi? - le chiedo.
-Vado a trovare mia zia e mi fermo a pranzo. Tu?
-Ufficio. Poi forse pub.
-Cullen, attento a quello che fai.
-Cioè?
-Geloso tu, gelosa io.
Rido. -Sono troppo esigente. Sei difficile da rimpiazzare.
-Meglio così. Perché invece rimpiazzare te…
E’ facile, vorrebbe dire. O forse il contrario? Non chiedo conferma.
Parliamo ancora per qualche minuto, poi ci salutiamo.
Metto in moto e parto. Quando arrivo alla 95, anziché girare in direzione di casa, giro dalla parte opposta.
Birmingham.
Sto arrivando, Bella.