martedì 22 marzo 2016

CAPITOLO 21



Furioso
Non so nemmeno come faccio a guidare fino a casa. Il campo visivo mi si restringe per la furia che provo. La testa mi martella come se dentro ci fossero mille carpentieri in piena attività.
Telefono in ufficio per avvisare che oggi non rientro. Non so nemmeno se ci sarò domani. Ora mi devo occupare di me. Devo riuscire a sfogarmi, altrimenti rischio davvero di farmi venire un infarto.
Quella brutta stronza travestita da angelo mi ha fatto a pezzi. Maledetta.
Te la farei pagare volentieri, troia, se solo sapessi come.
Lo dicevo che era una mantide religiosa. Alla fine mi ha mangiato davvero.
Mi ha irretito, ipnotizzato, reso suo schiavo. Mi ha succhiato il sangue, l'anima, l'esistenza. Poi il colpo di grazia. Usando l'argomento che mi fa più male. Il tasto in grado di distruggermi in un nanosecondo.
Potevi spararmi, puttana. Mi avresti fatto molto meno male.
E voleva anche convincermi. Di che? Se non mi levava le sue sporche mani di dosso rischiava che gliele tagliassi.
Puttana. Lurida, bastarda puttana.
Entro in casa ed inizio subito, meticolosamente, a fare ciò che ho in mente da quando sono uscito da casa sua. Maledetta. Devo distruggere qualcosa.
Afferro il vaso sulla consolle del mio ingresso e lo lancio con tutta la forza che ho contro il muro. Si sfracella e una miriade di cocci invade il soggiorno. Lancio le chiavi, poi il telefono. Afferro il portaombrelli e lancio anche quello, fracassandolo.
Poi vado al mobile bar e arraffo la bottiglia del whisky e bevo così, alla canna, senza bicchiere. Come un fottuto barbone, come il povero cretino imbecille che sono.
E mi credevo intelligente, furbo, capace.
Sei solo un coglione, Cullen! Un patetico stronzo coglione.
Il solito patetico stronzo coglione.
Ti sei innamorato della prima troia un po' più brava delle altre a letto. Per la sua bella figa hai perso cervello, corpo, tranquillità e obiettivi.
Le hai dato il tuo cuore e lei te l'ha affettato. Ha fatto bene.
Tu sei un pulcino bagnato. Lo stronzo che si pisciava addosso e si sputava in faccia, sempre lui. E' giusto che ti trattino come la merda che sei.
Complimenti Swan! Sei una grande. Ti faccio un inchino.
Se ci fosse un Nobel da dare alla stronza più brava del mondo, avresti numerose chance di vincerlo tu.
Continuo a bere. Finita la prima bottiglia, vado a prenderne un'altra.
Alla fine sono talmente ubriaco che rido alla mia faccia nello specchio. Mi diverte quel fottuto cretino che una stronza puttana ha strapazzato.
Il sesso debole?
Cazzo. Le donne sono più attrezzate di un esercito nucleare.
Ti devastano, un pezzo alla volta. Un mucchio di briciole inutili e puzzolenti.
Morto un papa, ne cercano un altro.
A volte lo cercano pure prima che sia morto il precedente. Rido.
Di me, di lei, della vita. Del romanticismo. Dell'amore.
Che fottuta favola del cazzo.
Alla fine devo addormentarmi sfinito, per terra.
Quando mi sveglio è notte fonda. Ho la testa appoggiata al divano e guardo distratto davanti a me.
Sento puzza di alcol e sudore. Mi viene nausea.
Rido. Forse sono incinto anch'io.
Mi trascino in bagno e vomito. Poi torno in salotto e ricomincio a bere.
Bevi Cullen, tranquillo. Tanto non crepi. La tua pelle è dura, fa schifo anche a Dio prendertela.
Non t'ha ammazzato la malattia, non t'ammazzerà nemmeno lei, la megera maledetta.
La maitresse. La silfide. Il puma. L'angelo travestito. La dea del sesso.
Chiamala come cazzo vuoi. In verità è soltanto una cosa.
Una troia del cazzo. Come tante. Come tutte. A parte mia madre.
Mi riaddormento probabilmente.
Mi sveglio la mattina dopo.
Il whisky è finito. Mi alzo piano. Ho un mal di testa tale che non riesco nemmeno a camminare dritto. Barcollo. Mi appoggio alla parete e arrivo in cucina. Cerco una birra nel frigo.
Mi siedo in terra e ricomincio a bere.
E penso.
Perché cercava di convincermi che aspetta un figlio da me?
Ognuno agisce perché mosso da uno scopo.
Qual era il suo? I miei soldi? Ne ha più di me, forse.
Il mio cognome? Sai che roba. A che le servirebbe?
Non capisco.
Continuo a bere. Mi torna nausea.
Mi trascino in bagno e vomito di nuovo.
Forse mi riaddormento.
Sogno che i carpentieri nella mia testa stanno lavorando e picchiano. Picchiano sempre più forte. Picchiano così forte che mi svegliano.
Basta così. Fermatevi. Sto per impazzire. Vi prego, per favore.
Ma non smettono. Picchiano sempre di più.
Vedo tutto nero. Svengo.
Ma i carpentieri mi svegliano di nuovo col loro picchiare assordante.
No. Non sono carpentieri.
Qualcuno bussa alla porta.
Chi cazzo è?
Lasciatemi in pace. Non sono mica solo, tanto. C'è un mucchio di gente qui con me. E fanno tutti un tale casino.
C'è la troia che mi fa compagnia. La vedo come fosse qui.
Ci sono i carpentieri. Che cazzo ci fanno in casa mia poi, non lo capisco proprio.
Ci sono i miei pensieri assordanti.
E c'è un casino di luce.
Basta luce. Basta rumore. Per favore.
Picchiano sempre.
Mi alzo con grande fatica e vado ad aprire ai carpentieri.
Se non se ne vanno via subito, spacco il culo a tutti loro.
-Edward! Che ti è successo? Che è successo in casa?
E' mio padre. Travestito da carpentiere. Perché cazzo grida così?
-Ti prego papà, abbassa la voce. Sto impazzendo.
-Eravamo preoccupati, Edward. Io e tua madre ti aspettavamo a cena ieri sera, ricordi?
Vero. Io e la stronza dovevamo andare dai miei. E chi ci ha più pensato?
-Quando non vi abbiamo visti arrivare ti abbiamo telefonato, ma il tuo cellulare risultava spento o irraggiungibile.
Per forza. L'ho sfasciato.
-Allora abbiamo chiamato Bella.
Uh? Interessante. Chissà cosa gli ha raccontato la stronza.
-Ci ha detto che avevate avuto una discussione a pranzo e che eri andato via piuttosto...furibondo. Probabilmente a casa. Abbiamo pensato che forse eri in qualche locale a sbronzarti. Poi all'alba sono venuto a cercarti. La tua macchina è parcheggiata qui sotto. Ho capito che eri in casa. Se avessi tardato ad aprire ancora cinque minuti avrei chiamato i Vigili del Fuoco.
Mi abbraccia. E' sconvolto.
-Chiamo tua madre e la tranquillizzo. Poi io e te facciamo due chiacchiere.
Lui tira fuori il telefono ed io mi accascio di nuovo per terra.
Lo sento parlare con mia madre, poveretta.
-...Sì, sta bene, più o meno.
-...Sì, ha bevuto. Molto.
-...No, certo. Non lo lascio solo.
-Stai tranquilla, cara. Ci sentiamo più tardi.
-Sì?- ridacchia.- Certo, lo farò molto volentieri. Ciao, cara.
Mi aiuta ad alzarmi, poi mi tira uno schiaffo su una guancia, non proprio affettuoso.
-Questo è da parte di tua madre, per lo spavento che le hai fatto prendere.
Sorride. Ci provo anch'io.
-Scusa, papà. A voi non ho proprio pensato.
-Non ha importanza ora. Va' a farti una doccia perché puzzi come un caprone. Poi parliamo. Io intanto preparo un caffè forte e raccolgo i cocci in soggiorno.
Mi lascio guidare in bagno.
Resto mezz'ora sotto la doccia, fermo immobile. Lascio che l'acqua mi scorra addosso e aspetto che lavi via insieme all'alcol, al sudore e al vomito, anche la sensazione di vuoto che sento, anche il ricordo di lei, delle sue mani, del suo corpo. E sento che la odio. Con tutto me stesso. Me la strapperei via dalla testa se potessi e poi calpesterei volentieri l'eco dei suoi sorrisi e dei suoi baci. Puttana di merda.
Quando torno in cucina, mio padre è seduto e sta sorseggiando un caffè. Me ne offre una tazza, nero, senza zucchero. Rivoltante, ma è quel che mi serve, in questo momento.
In soggiorno è tornato tutto a posto. Deve aver passato anche l'aspirapolvere. Un perfetto uomo di casa.
-Peccato per il vaso- mi dice. -A tua madre piaceva tanto.
Non rispondo. Anche a me piaceva tanto. Come mi piaceva tanto lei.
Spaccarlo è stato come spaccare lei.
Non devo pensarci se no ricomincio e spacco qualcos'altro.
-Deduco che non si tratta di una semplice lite tra innamorati.
Scuoto la testa, lentamente e mi passo la mano nei capelli. Anche questo gesto mi ricorda la stronza, maledetta.
-Ti va di parlarne?
E' come quando il fiume rompe gli argini ed invade il terreno intorno, travolgendo case, macchine, uomini, e lasciando dietro di sé solo una scia di detriti sporchi e inutili.
Tutto ciò che resta di vite tranquille fino a poco prima dell'Apocalisse.
Così faccio io.
Racconto di come l'ho conosciuta, entrenouse nei locali notturni. Di come la nostra storia sia iniziata a letto. Racconto del sesso strepitoso. Della sua abilità ad esprimersi col corpo, della sua agilità, della sua intelligenza e simpatia. Di come ha sempre saputo capirmi e avviticchiarmi a lei.
Racconto di quando ho scoperto che è stata lei a donarmi il midollo e lo vedo impallidire.
Di come l'avevo già conosciuta, volontaria in ospedale, ai tempi della malattia.
Racconto di lei, di suo padre, di suo fratello e della malattia di lui. Del non rapporto con sua madre.
Parlo ininterrottamente per due ore.
Faccio una pausa ogni tanto per bere un sorso di caffè, ormai gelato, schifoso come non mai.
Mio padre si inserisce nell'ultima di queste pause.
-Una gran donna, insomma. Capisco il tuo coinvolgimento.
-Una gran troia, papà. E' più esatto. Aspetta l'ultima puntata prima di tirare le conclusioni. Ieri vado a casa sua per pranzo e lei mi dice candida che aspetta un figlio da me. Da me che sono sterile, capisci? Che grandissima troia...
Sbarra gli occhi.
-Cazzo.
-Appunto.
-Escludi che possa essere tuo?
-Che cazzo dici, papà? C'eri anche tu quando mi hanno comunicato che la radio mi aveva reso sterile.
-Certo. Però ricordo che hanno parlato di una sterilità al novantacinque per cento.
-Che è come dire sterile e basta.
-Che è come, ma non puoi esserne sicuro completamente.
-Papà per piacere. Non nascondiamoci dietro a un dito. I miei spermatozoi sono così lenti e addormentati che mentre arrivano a meta una donna ha già finito tre cicli di ovulazione!
-D'accordo. Ma potresti proporle un test del DNA. Tanto per essere sicuri.
Ma è diventato scemo? Cosa dovrei umiliarmi a fare?
-Ti prego. Tutto questo sarebbe ridicolo, se non fosse patetico.
-Va bene. Ammesso che il figlio non sia tuo, che motivo avrebbe per cercare di farlo passare per tuo?
-Questo proprio non lo capisco. Lei è strana, perversa. Magari voleva solo divertirsi un po' alle mie spalle di fesso.
-Strana e perversa una che dona il midollo e fa la volontaria negli ospedali? Non quadra, Edward. Dovresti parlarle.
-Tu non hai capito. Io con quella non ci parlo proprio più. Basta. Finita. Discorso chiuso. Ho già perso troppo tempo con lei.
-Quindi dimenticata?
-Ci sto lavorando.
-Ne hai di strada da fare, figlio mio.
-Perfetto. Comincio ad incamminarmi, così arrivo prima.
Non parliamo più.
Sto meglio. Mi sono sfogato. Anche il mal di testa va meglio.
Io e mio padre usciamo insieme, lui torna a casa da mia madre, io invece vado in ufficio.
La vita continua. E speriamo di non incontrare la troia.
La vedo invece, ovviamente.
Nella pausa pranzo, al bar.
La vedo arrivare sorridente, anche se un po' pallida, bella come sempre. Maledetta. Cammina accanto a Mister Quantocicredo, l'uomo più biondo del mondo, sorridente anche lui.
Io invece sono nero come il buco del culo del diavolo.
Sono seduto al tavolino, tra diversi colleghi.
Sposto la sedia per allungare le gambe e accavallare i piedi. Se passando la cacchetta gialla di uccello inciampasse e cadendo rompesse il naso, forse spegnerebbe il suo sorriso del cazzo.
Guardo lei, fisso, serio. Se gli occhi potessero incenerire...
Appoggio i gomiti sulla spalliera della sedia e lascio le braccia ciondolanti. Assumo una postura così indisponente che mi sto sul cazzo da solo. Speriamo quindi di riuscire a dar fastidio anche a lei.
Mi vede, non sorride e non saluta.
Ciao stronza. Che fai, fingi di essere offesa tu?
Intorno a noi si fa il silenzio. Tutti si sono accorti che stiamo combattendo la guerra degli sguardi. Una guerra sanguinaria.
Lei appoggia un gomito al bancone, mentre aspetta il suo ordine e continua a guardarmi.
Qualcuno mi chiede qualcosa, chissà che cosa, ma io non sento e non rispondo. Sono concentratissimo sul mio nemico.
Sposta lentamente il braccio posato sul fianco e con il polso si gratta leggermente il mento. Ha un braccialetto che non avevo mai notato. Sembra un nastro con pietre incastonate, le fa tre giri intorno al polso ed è chiuso con un nodo.
Non ci vedo dalla rabbia. Le ha già fatto un regalo?
Saranno diamanti. Chissà se ha già cercato di vendere anche a lui il suo bastardo.
Puttana odiosa.
Non resisto.
Mi alzo dalla sedia e passandole accanto la urto leggermente.
-Venduta per un gioiello?-le dico, indicando col naso il bracciale.
Mi risponde con un sorriso finto come le fragole lucide del supermercato.
-Oh, questo? Non è un bracciale. E' un collare da slave, baby.
Uno a zero. Vaffanculo, Cullen. Non vinci mai con questa strega.
E in mezzo alle gambe ho la fiaccola olimpica.

Nessun commento:

Posta un commento