martedì 22 marzo 2016

CAPITOLO 16



Un passo avanti, due indietro
Sono in ufficio.
Da qualche giorno viene anche lei, deve incontrarsi con l'avvocato che la sta sostituendo e che continuerà a farlo durante le sue ferie. Jasper Hale.
L'ho visto diverse volte in queste settimane. Non mi piace.
Troppo biondo. Troppo educato. Troppo sorridente. E' mellifluo. Viscido.
Ma del resto non mi piace mai nessuno di primo acchito.
In compenso va d'accordo con Eric. Ti pareva.
Scendiamo di sotto al bar per un caffè e noto da lontano che il lumacone tiene Bella sotto braccio. Vorrei stampargli un pugno in faccia per buongiorno.
Io cammino tra Eric e la signora Cope. Un damerino e una matrona. Nessuno da abbracciare, decisamente.
Bella deve notare il temporale sulla mia testa perchè si divincola dal verme giallo e mi saluta con la mano e un “Ciao amore” che rende immediatamente scomodi e costipanti i miei pantaloni. Il suono della sua voce non va di pari passo col mio umore, soprattutto se usa certe parole.
Anche ad Eric si allarga il sorriso quando scorge l'invertebrato.
Certo che c'ha una sfiga. Prima aveva preso di mira me. Me.
Ora mi sembra che gli piaccia il celenterato color limone che però è troppo attento alle bariste, alle segretarie e a Bella per essere interessato a lui, direi.
Un altro bel due di picche. Cazzi suoi.
Avere certi gusti sessuali non paga, caro Eric.
Il belloccio invece deve far attenzione a come ride e con chi, se non vuole ritrovarsi con la metà dei denti in bocca.
Mi avvicino, abbraccio Bella e gli sorrido a mascella serrata.
-Hale- dico.
-Cullen- sostiene il mio sguardo. Poi lo distoglie.
L'aria è satura di elettricità.
Non è scemo. Ci siamo capiti molto bene.
Non sono più andato al Victorian, ovviamente. So che Rose sta proseguendo da sola gli spettacoli.
Non ho affrontato l'argomento con Bella, non so quando e se tornerà a lavorare lì.
Mi girano i coglioni a pensarla su quel palco seminuda sotto agli occhi di uno stuolo di maschi arrapati. All'inizio era diverso. Ma ora è mia.
Me la porterei dietro al guinzaglio, in verità, ma non credo che sarebbe d'accordo.
Dovrei parlarle, di questo come di tante altre cose, ma lascio che le giornate trascorrano, aspettando. Cosa? Non so. Che parli lei per prima, che mi dica cosa si aspetta da me. Che mi proponga un patto, un contratto. Qualcosa.
Questo atteggiamento è un po' vile. Non mi piaccio vile. Le parlerò.
Domani.
Da quanti giorni è che penso così?
Siamo tornati insieme in ospedale.
Accompagnare lei per un controllo al mio reparto mi ha fatto effetto. Strano trovarmi dall'altra parte della barricata, essere quello che aspetta mentre è qualcun altro che subisce il prelievo, la visita, l'attesa del responso.
Il sospiro di sollievo che tiro alla fine però è lo stesso.
Sta bene. Tutti i valori sono tornati nella norma. Scoppia di salute.
La guardo mentre abbottona la sua camicetta azzurra e la infila nei jeans aderenti.
Anche il mio cazzo scoppia di salute. Mi aggiusto un po' i pantaloni per fargli spazio, ma è un'impresa impossibile.
-Andiamo a trovare Thomas?-mi propone Bella.
-Certo.
Gli ha comprato un set di pastelli e pennarelli con tutte le sfumature possibili di colore, e un blocco enorme bianco. A Thomas piace moltissimo disegnare, e leggere.
Erano anche i miei passatempi preferiti, quando ero in ospedale.
Non si può fare molto altro in una camera asettica, soli, con la compagnia di tua madre e della televisione. No, c'è anche la flebo, dimenticavo.
Thomas è felice di vederci. Quando entriamo nella sua stanza il sorriso gli si allarga e illumina tutto intorno.
La signora Masen esce un minuto con Bella per andare a prendere un caffè ed io resto solo con il bambino.
Parliamo di cosa gli piaccia guardare in tv, cosa abbia letto recentemente.
Tutti i libri di Rick Riordan, l'intera saga del ragazzino semidio, ambientato nel mondo della mitologia greca.
-Sai disegnare una macchina?- mi chiede ad un tratto.
Sorrido.
-Ci provo- rispondo. Mi piaceva disegnare automobili sportive, da bambino. Penso di esserne ancora capace. In fondo disegnare è il mio mestiere. Anche se non auto sportive.
-Quale modello vorresti che disegnassi?
-La macchina di Bella. Non trovi che sembra quella di Batman?
-Uhmm, hai ragione. Sembra proprio quella di Batman.
Mi metto al lavoro, sedendomi sul letto di Thomas, al suo fianco.
Disegno, cancello, riscrivo. Gli faccio vedere un particolare, lui ride, fa una smorfia disgustata. Ridiamo, cancello, rifaccio. Lui approva. Poi mi prende la matita e corregge lui. Mi fa vedere. Faccio una smorfia io. Ridiamo di nuovo. Andiamo avanti così per un po'.
Ad un certo punto mi accorgo che Bella e la signora Masen sono tornate e ci stanno osservando sulla soglia.
-Siete bellissimi- dice Bella, la faccia sognante.
Di colpo mi sento un verme. Strisciante. Puzzolente. Peloso. Rivoltante.
Devo parlarle.
Più tardi lo faccio.
Torniamo a casa in silenzio, lei canticchia il solito motivetto. Io annaspo in cerca d'aria e di come iniziare un discorso che mi pesa più di un testamento elaborato in punto di morte.
Arriviamo a casa sua che sto ancora pensando ed elaborando, scartando e meditando.
Magari a casa, con uno scotch in mano, mi sarà più facile. Magari.
Ma quando entriamo in casa non arrivo né al divano né al mobile bar. Sto ancora togliendo la giacca che lei mi ha già scaraventato contro il muro per la camicia. E mi sta sfilando la cintura dei pantaloni.
Non dice una parola. Si limita a guardarmi negli occhi, serissima, determinata, accesa di passione e carica di promesse.
Le tiro via la camicetta dai jeans, la strattono per aprirla e forse la strappo anche un po'. Gliene comprerò un'altra. Altre tre. Duecento, se le vuole.
Ti compro tutto un negozio di camicie se vuoi, bambina.
Ma ora fatti mangiare, fatti leccare, fatti succhiare, fammi ubriacare di te. Ne ho bisogno come sempre, più di sempre.
Ne ho bisogno per capirmi, per leggerti, per parlarti, per decidermi. Ne ho bisogno per respirare e per vivere.
Mi nutro di lei. Come un parassita. Come un vampiro.
Mentre finisco di strapparle via i vestiti la guardo e noto i segni della mia barba e dei miei morsi sulle sue cosce nivee. Li avranno notati anche i medici oggi? Non me ne frega un maledetto cazzo di niente. La torturo ogni volta. Cerco di trattenermi ogni volta ma non ci riesco mai.
Finisco sempre per affondare denti e dita nella sua carne. Stringerla mentre la possiedo è un'esigenza. Non posso farne a meno. Succhiarla e sentirla gemere di piacere mi è necessario. Mi fa sentire un fottutissimo dannato bastardo fortunato.
Un comune signor Cullen che ha vinto una lotteria miliardaria.
Ad un certo punto siamo in terra, ai piedi del divano, sul tappeto scuro che abbiamo acquistato da poco. Fa poco contrasto con i capelli scuri di Bella, mi piaceva di più l'altro che era chiaro. Sono un esteta. Riesco a notare certi particolari anche mentre sto per affogarmi dentro il suo corpo come una bestia. Sono un esteta feroce.
-Dimmi cosa vuoi che ti faccia, Bella. Dimmelo.
-Voglio sentirti dentro di me, più in profondità di quanto tu sia mai stato. Voglio che mi inchiodi a questo pavimento, voglio sentirti fino nello stomaco. Fino ad aver nausea. Voglio implorarti di smettere perchè non ne posso più. E voglio che tu non smetta neanche in quel caso.
Entro in lei con un'unica spinta, ormai è la prassi tra noi. Io non ho bisogno di preliminari per farmelo venire duro. La guardo mentre la spoglio e sono già di ferro.
Lei non ha bisogno di smancerie e affini per bagnarsi. La sfioro ed è già cosparsa di miele fuso.
Ed infatti affondare dentro di lei è sempre gioia pura.
-Piega le ginocchia, tesoro. Tirale a te, fammi affondare di più.
E lo fa. E sprofondo. Sento che mi si drizzano i capelli sulla nuca per il piacere che provo. Chiudo gli occhi un attimo, per cercare di resistere alla prima ondata di piena che sento in arrivo.
Mi impongo di riaprirli e la guardo. E' incantevole. Ha la bocca socchiusa e con i denti superiori morde con forza il labbro inferiore. Ha le narici dilatate e gli occhi chiusi.
-Apri gli occhi Bella, guardami.
Lo fa.
-Guarda chi è che... ti riempie… di sé. Non perderti... neanche un attimo di... noi.
Faccio delle pause mentre parlo e spingo con forza.
Lei storce il naso persa nel piacere e geme più forte, ritmicamente.
La sento stringermi e contrarsi intorno a me nel piacere del suo orgasmo.
Io spingo sempre di più. Ancora. E ancora. E ancora.
Il tappeto si arriccia sotto di noi e finalmente erutto la mia lava bollente dentro il suo mare calmo e avvolgente.
Perfetto. Tutto è sempre perfetto con lei.
Ci calmiamo restando abbracciati. Il mio uccello ancora dentro di lei, le mie mani ad accarezzarle la schiena.
-Allora tu niente ferie?- mi chiede a voce bassa. Non mi lascia respirare. E' un martello pneumatico. Più cerco di scappare, più lei mi inchioda i pensieri.
-Per adesso no, Bella.
-Toglimi una curiosità. Quando è stata l'ultima volta che hai preso un periodo di ferie? Non un giorno o due. Non permessi per malattia o visite in ospedale. Vacanze, Edward.
Inchiodato, crocifisso, è così che mi sento.
-Non me lo ricordo, Bella. Ma che importanza ha?
-Nessuna. Hai ragione. Fa' come vuoi.
Ma il suo sguardo è deluso.
Lo so che vorresti che allentassi la presa, sul mondo, sul lavoro, sulle cose. Che vivessi davvero alla giornata.
Vorresti che fossi come Emmett. Si è sbattuto Rose in tutti i fottuti modi di fottersi elencati nel kamasutra, è partito senza farsi nessun cazzo di problema. L'ha chiamata dopo un paio di settimane e candido l'ha invitata da lui. E lei candida ha accettato.
Dovevi mettere gli occhi addosso a uno meno ermetico di me.
Mi alzo dal tappeto e vado in bagno. Sono incazzato.
Con me stesso, per non riuscire a decidermi a parlarle.
Cosa c'è di tanto difficile?
"Io. Non. Posso. Darti. Un. Futuro.
Se è questo che cerchi, suona ad un altro campanello."
Facile.
No, cazzo. Equivale a perderla. Lo so che lei è un futuro che vuole. Sarò un fottuto bastardo ma non sono scemo. L'ho sentita quando parlava di Jacob, quando mi raccontava di sua madre, di suo padre che si è risposato. La vedo quando guarda Thomas intenerita.
Io sono uno stronzo e basta. Un futuro non ce l'ho. Ma la voglio ora.
L'ho convinta che tra noi c'è molto di più che sesso, ma le do solo un amore condizionato e a termine.
So che lei ha diritto a molto di più del poco che posso darle, ma se penso che qualcun altro... Non ci voglio pensare.
E non voglio perderla. Non posso. Non ce la faccio.
Per questo non posso parlarle.
Sono sotto la doccia e vorrei gridare. Sferro un pugno contro il muro e mi lascio cadere in ginocchio, desolato.
Lei entra nella doccia. Non alzo gli occhi, li tengo ostinatamente chiusi. Come la scimmietta. Non vedo, non sento, non parlo.
Mi allarga un po' le gambe e si accuccia sotto l'acqua insieme a me.
Inizia ad accarezzarmi, lentamente, inesorabilmente. Il petto, le braccia, la pancia. Scende ed accarezza anche lui. Non è mai stanco. Non è mai stanca.
Credi che non sappia cosa fai? Mi confondi, mi rapisci, sposti i miei pensieri sulla tua carne. Mi porti a camminare su un terreno più solido, più conosciuto. Mi ancori a te con la tua malìa, con la tua magia. “Intanto ti lego e prendo tempo. Poi pian piano ti convincerò”, pensi. Lo so.
Le sue carezze mi incendiano in un attimo. Scende con la bocca a succhiarmi un capezzolo. Lo tira leggermente con i denti. Succhia più forte. Poi si sposta sull'altro.
Con le mani stringe e pizzica i testicoli. Non riesco già più a pensare. Mi annebbia il cervello.
Sento vagamente che mi sta parlando.
-Alzati in piedi, Edward.
Lo faccio, meccanicamente, gli occhi sempre chiusi.
Sento che si alza con me, poi si riabbassa piano scorrendomi addosso con tutto il suo corpo. Sento i suoi capezzoli turgidi sul petto, e sulla pancia, e più in giù.
Si ferma. E mi parla ancora.
-Guardami ora, Edward.
Sollevo appena le palpebre. Cazzo.
Quello che vedo mi fa spalancare gli occhi a palla.
Lei mi guarda satanica. Con le mani stringe i suoi seni intorno al mio cazzo e si muove su e giù su di me. Così lentamente da farmi impazzire.
Vedo il mio uccello scomparire completamente tra la sua carne morbida e lucida d'acqua. Poi riappare in tutta la sua gloria. Rosso, lucido, enorme.
Scompare di nuovo. Riappare.
Scompare. Riappare.
-Muoviti più in fretta-le dico, biascicando le parole.
Le prendo la testa, gliela piego in avanti, a toccarlo col mento quando riappare per l'ennesima volta.
Ma lei non velocizza i movimenti. Sposta la testa di lato buttando tutti i capelli indietro e liberandomi la visuale.
Poi tira fuori la lingua e colpisce la punta del mio cazzo ogni volta che esce dalle sue tette caldissime.
Penso che sto impazzendo.
Le tiro i capelli, le sposto le mani e le sostituisco con le mie. Poi muovo il bacino verso di lei al ritmo sostenuto che voglio io. Una, due, tre, quattro spinte e ci sono. Di nuovo.
Sbruffo seme inutile sul suo viso, sulla mia pancia, sul suo collo, sui suoi seni meravigliosi e bianchi.
Sorrido beato.
Viva tutte le spagnole del mondo. Olè.

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