Il principe
E' passata una settimana dal nostro primo incontro.
Ci vediamo praticamente tutte le sere.
Ci incontriamo al locale dove lei si esibisce quasi ogni sera in spettacoli diversi. Poi ci troviamo fuori ed andiamo a casa mia o a casa sua.
Improvvisiamo ogni volta, nessuna pretesa e nessuna decisione a priori. Ci scegliamo reciprocamente ogni sera.
Ci vediamo praticamente tutte le sere.
Ci incontriamo al locale dove lei si esibisce quasi ogni sera in spettacoli diversi. Poi ci troviamo fuori ed andiamo a casa mia o a casa sua.
Improvvisiamo ogni volta, nessuna pretesa e nessuna decisione a priori. Ci scegliamo reciprocamente ogni sera.
Ho scoperto qualche particolare su di lei, nelle minime conversazioni che facciamo.
Ha venticinque anni.
La tigre che balla con lei è sua carissima amica e si chiama Rose.
Ha un padre che vive lontano, non so dove. Si è risposato.
Della madre non parla mai.
La sua serata libera è il mercoledì.
Nient'altro.
Ma non è che si faccia molta conversazione insieme. Ci si dedica l'uno all'altra e ci si rilassa a vicenda, ma le parole che scambiamo sono relative a quali posizioni assumere, a come e se piaccia di più cosa e dove.
Sembra una gara a chi riesca a far raggiungere all'altro un maggior numero di orgasmi.
E' femminile come poche donne, ma ha un modo di fare diretto ed indipendente che è raro in una donna.
Non piagnucola, non pretende, non stressa. E' perfetta.
Tanta perfezione deve nascondere qualcosa.
Il mio carattere è malfidato per natura. Temo sempre il rovescio della medaglia. La fregatura. Se me l'aspetto e resto sempre vigile, non mi farò sorprendere.
Non mi piace essere fregato. Proprio no.
Una volta ho provato a dirle che il suo viso me lo ricordo. Che lei è nei miei cassetti di ricordi, ma che non so dove prenderla.
Lei non è sembrata sorpresa.
-Anche tu mi sembri una faccia nota. Non ho lavorato sempre al Victorian. Magari ci siamo incontrati in qualche altro locale, o a qualche festa privata.
-Può darsi.
Ha venticinque anni.
La tigre che balla con lei è sua carissima amica e si chiama Rose.
Ha un padre che vive lontano, non so dove. Si è risposato.
Della madre non parla mai.
La sua serata libera è il mercoledì.
Nient'altro.
Ma non è che si faccia molta conversazione insieme. Ci si dedica l'uno all'altra e ci si rilassa a vicenda, ma le parole che scambiamo sono relative a quali posizioni assumere, a come e se piaccia di più cosa e dove.
Sembra una gara a chi riesca a far raggiungere all'altro un maggior numero di orgasmi.
E' femminile come poche donne, ma ha un modo di fare diretto ed indipendente che è raro in una donna.
Non piagnucola, non pretende, non stressa. E' perfetta.
Tanta perfezione deve nascondere qualcosa.
Il mio carattere è malfidato per natura. Temo sempre il rovescio della medaglia. La fregatura. Se me l'aspetto e resto sempre vigile, non mi farò sorprendere.
Non mi piace essere fregato. Proprio no.
Una volta ho provato a dirle che il suo viso me lo ricordo. Che lei è nei miei cassetti di ricordi, ma che non so dove prenderla.
Lei non è sembrata sorpresa.
-Anche tu mi sembri una faccia nota. Non ho lavorato sempre al Victorian. Magari ci siamo incontrati in qualche altro locale, o a qualche festa privata.
-Può darsi.
§§§
Oggi è martedì. E' passato a trovarmi in ufficio mio fratello Emmett.
Da due anni lavora come ingegnere di pista per una casa automobilistica europea che corre in Formula uno.
E' sempre all'estero e quando torna a casa sembra un leone in gabbia.
La nostra città per lui è troppo provinciale. Si lamenta che anche i divertimenti sono scontati.
Mi viene da ridere.
-Mai stato al Victorian?
-Cos'è? Uno di quei posti dove le donne ti piovono nelle mutande?
Rido. Emmett è sempre stato molto diretto.
-Sì, le infilzi mentre piovono giù- rispondo. Beh, io non sono tanto diverso.
-Allora che aspettiamo, fratello? Sento già le prime gocce cadere.
Ridiamo tutt'e due.
Da due anni lavora come ingegnere di pista per una casa automobilistica europea che corre in Formula uno.
E' sempre all'estero e quando torna a casa sembra un leone in gabbia.
La nostra città per lui è troppo provinciale. Si lamenta che anche i divertimenti sono scontati.
Mi viene da ridere.
-Mai stato al Victorian?
-Cos'è? Uno di quei posti dove le donne ti piovono nelle mutande?
Rido. Emmett è sempre stato molto diretto.
-Sì, le infilzi mentre piovono giù- rispondo. Beh, io non sono tanto diverso.
-Allora che aspettiamo, fratello? Sento già le prime gocce cadere.
Ridiamo tutt'e due.
Quando usciamo sento chiudere la porta e dare diversi giri di chiave al piano di sopra.
Anche lei sta uscendo.
I lavori sono finiti. Il suo ufficio è operativo già da qualche giorno.
Faccio segno a mio fratello di restare in silenzio ed attendere un minuto, indicandogli col dito il piano superiore.
Sento i suoi tacchi esagerati colpire gli scalini, li conto. Tre, quattro, dieci.
Ci avviamo verso la scala anche noi e quasi ci scontriamo all'inizio del mio piano.
-Buonasera, Cullen- dice lei.
-Swan.
La facciamo passare.
Mio fratello mi guarda e simula un fischio con le labbra.
Io gli rispondo ammiccando.
Anche lei sta uscendo.
I lavori sono finiti. Il suo ufficio è operativo già da qualche giorno.
Faccio segno a mio fratello di restare in silenzio ed attendere un minuto, indicandogli col dito il piano superiore.
Sento i suoi tacchi esagerati colpire gli scalini, li conto. Tre, quattro, dieci.
Ci avviamo verso la scala anche noi e quasi ci scontriamo all'inizio del mio piano.
-Buonasera, Cullen- dice lei.
-Swan.
La facciamo passare.
Mio fratello mi guarda e simula un fischio con le labbra.
Io gli rispondo ammiccando.
Dopo cena ci rechiamo al pub.
La tigre e il puma sono già sul palco. Sensuali e apparentemente inaccessibili come sempre.
-Cazzo, Ed. Quelle due sono da sbattere contro il primo muro.
-Una sola è da sbattere, Emm.
-A me sembrano buone entrambe. Gran gnocche.
-Infatti. Ma una è off limits.
-Lesbo?
-No. Me la sbatto già io. Quindi al massimo puoi accontentarti dell'altra.
Scoppia a ridere e mi dà tre pacche su una spalla.
-Sempre un passo avanti, eh? Scommetto che è la bruna.
Annuisco in risposta.
La tigre e il puma sono già sul palco. Sensuali e apparentemente inaccessibili come sempre.
-Cazzo, Ed. Quelle due sono da sbattere contro il primo muro.
-Una sola è da sbattere, Emm.
-A me sembrano buone entrambe. Gran gnocche.
-Infatti. Ma una è off limits.
-Lesbo?
-No. Me la sbatto già io. Quindi al massimo puoi accontentarti dell'altra.
Scoppia a ridere e mi dà tre pacche su una spalla.
-Sempre un passo avanti, eh? Scommetto che è la bruna.
Annuisco in risposta.
Trascorre una mezz'ora, poi gli allungo le mie chiavi di casa e della macchina ed usciamo.
Fuori, appoggiata alla mia macchina e vestita ancora come oggi in ufficio, c'è lei.
Emmett la guarda, poi guarda me, poi guarda di nuovo lei.
-Mi venga un colpo. Ma lei non è...?
-Già.
-E' lei il puma?
-Già.
-Tu sei un maledettissimo bastardo, Ed!
-Buona notte Emm. Ti arrangi vero?
Mi tira un'altra pacca sulla spalla, poi torna dentro.
-Ciao- dico a lei.
-Ciao. Un amico?
-Mio fratello.
-A Rose piace conoscere gente nuova.
-Infatti Emmett vorrebbe conoscerla.
-Perfetto. Lo troverà sicuro. E' un segugio nell'adocchiare facce nuove meritevoli...
Ridiamo e saliamo nella sua macchina.
Fuori, appoggiata alla mia macchina e vestita ancora come oggi in ufficio, c'è lei.
Emmett la guarda, poi guarda me, poi guarda di nuovo lei.
-Mi venga un colpo. Ma lei non è...?
-Già.
-E' lei il puma?
-Già.
-Tu sei un maledettissimo bastardo, Ed!
-Buona notte Emm. Ti arrangi vero?
Mi tira un'altra pacca sulla spalla, poi torna dentro.
-Ciao- dico a lei.
-Ciao. Un amico?
-Mio fratello.
-A Rose piace conoscere gente nuova.
-Infatti Emmett vorrebbe conoscerla.
-Perfetto. Lo troverà sicuro. E' un segugio nell'adocchiare facce nuove meritevoli...
Ridiamo e saliamo nella sua macchina.
A casa sua, di nuovo in barca.
-Non potremmo arrampicarci sul lampadario? Sono certo che sarebbe più comodo.
-Smetti di brontolare. Preferisci la vasca con l'idromassaggio?
-Dopo.
Riesco a dimenticare le onde e lo sciabordio, avviluppato tra le spire della sirena dalle mille gambe e braccia.
Decido di smettere di combattere per riuscire a cambiare posizione e lascio fare a lei.
Quanti giorni si ferma Emmett?
Non potrebbe andare a casa di Rose?
Che spirito fraterno. Ma si sa, in amore e in guerra. Un momento, cos'ho pensato?
Calma Edward. Questa cosa ti ha talmente preso l'uccello che rischi di perderci pure il cervello. Oddio, la rima. Che pena.
Sto diventando simpatico, persino a me stesso. Non va bene.
La sirena si ferma e mi guarda.
-Perchè sorridi?
-Hai ragione scusa. L'atteggiamento più consono sarebbe ringhiare, a questo punto.
-Scemo
Scende dal letto.
-Ho fame- dice -Tu no?
-Ho mangiato, con Emmett, prima di venire al locale.
Mi sfiora le labbra con un bacio e si gira, sculettandomi nuda davanti e infilando la mia camicia, diretta verso la cucina.
Bestemmio dentro di me contro le onde e dopo qualche minuto riesco ad alzarmi.
Mentre infilo i boxer, penso di regalarle un tatami, se no non sopravvivo.
Un letto tradizionale non posso, a lei piacciono le cose strane. Questo mi fa sorridere. Le piaccio perchè sono strano anch'io?
La sento parlare al telefono e seguo la voce.
Chi è a quest'ora?
Ride.
-...ma possiamo fare domani sera. Certo Rose.
-Oh, sono sicura che al mio partner piacerà. Adora essere stimolato...
-Indaga col tuo e fammi sapere. 'Notte Rose.
Sono arrivato da lei, sta mangiando un'insalata con il tonno.
-Ne vuoi?- mi chiede porgendomi la sua forchetta con un boccone.
Assaggio e storco il naso. Preferisco roba calda.
-Era Rose- mi dice.
-Emmett?
-Si sono trovati. Bene sembra. Ha un progetto per domani, a quattro. Che ne pensi?
Alzo un sopracciglio curioso. Se l'altra è come lei, io e Emmett siamo fottuti, ma sono curioso. Curiosissimo direi.
-Cioè?
-Spettacolo privato. Io e Rose. Voi sarete il nostro pubblico.
-Sulla terraferma però.
Mi guarda ad occhi sgranati.
-A casa mia. Niente letto di mare, gioia.
Si alza e nel solito modo sensuale mi si avvicina.
-Non serve il letto, baby. Forse dopo.
-Casa mia.
-Va bene.
-Non potremmo arrampicarci sul lampadario? Sono certo che sarebbe più comodo.
-Smetti di brontolare. Preferisci la vasca con l'idromassaggio?
-Dopo.
Riesco a dimenticare le onde e lo sciabordio, avviluppato tra le spire della sirena dalle mille gambe e braccia.
Decido di smettere di combattere per riuscire a cambiare posizione e lascio fare a lei.
Quanti giorni si ferma Emmett?
Non potrebbe andare a casa di Rose?
Che spirito fraterno. Ma si sa, in amore e in guerra. Un momento, cos'ho pensato?
Calma Edward. Questa cosa ti ha talmente preso l'uccello che rischi di perderci pure il cervello. Oddio, la rima. Che pena.
Sto diventando simpatico, persino a me stesso. Non va bene.
La sirena si ferma e mi guarda.
-Perchè sorridi?
-Hai ragione scusa. L'atteggiamento più consono sarebbe ringhiare, a questo punto.
-Scemo
Scende dal letto.
-Ho fame- dice -Tu no?
-Ho mangiato, con Emmett, prima di venire al locale.
Mi sfiora le labbra con un bacio e si gira, sculettandomi nuda davanti e infilando la mia camicia, diretta verso la cucina.
Bestemmio dentro di me contro le onde e dopo qualche minuto riesco ad alzarmi.
Mentre infilo i boxer, penso di regalarle un tatami, se no non sopravvivo.
Un letto tradizionale non posso, a lei piacciono le cose strane. Questo mi fa sorridere. Le piaccio perchè sono strano anch'io?
La sento parlare al telefono e seguo la voce.
Chi è a quest'ora?
Ride.
-...ma possiamo fare domani sera. Certo Rose.
-Oh, sono sicura che al mio partner piacerà. Adora essere stimolato...
-Indaga col tuo e fammi sapere. 'Notte Rose.
Sono arrivato da lei, sta mangiando un'insalata con il tonno.
-Ne vuoi?- mi chiede porgendomi la sua forchetta con un boccone.
Assaggio e storco il naso. Preferisco roba calda.
-Era Rose- mi dice.
-Emmett?
-Si sono trovati. Bene sembra. Ha un progetto per domani, a quattro. Che ne pensi?
Alzo un sopracciglio curioso. Se l'altra è come lei, io e Emmett siamo fottuti, ma sono curioso. Curiosissimo direi.
-Cioè?
-Spettacolo privato. Io e Rose. Voi sarete il nostro pubblico.
-Sulla terraferma però.
Mi guarda ad occhi sgranati.
-A casa mia. Niente letto di mare, gioia.
Si alza e nel solito modo sensuale mi si avvicina.
-Non serve il letto, baby. Forse dopo.
-Casa mia.
-Va bene.
Mentre mangia mi dirigo in salotto, il suo sguardo è su di me. Lo sento bruciarmi la schiena, lento. Ha una carica erotica che me lo fa addrizzare, per l'ennesima volta.
Sulla libreria sono allineati libri di tutti i generi.
Testi universitari. Codice penale. Codice civile.
Romanzi e narrativa. Qualche trattato di pedagogia e psicologia.
-Ti interessi di psicologia?
-Un po'.
Oltre ai libri c'è anche qualche fotografia incorniciata.
Lei bambina, in bici. Lei in braccio a suo padre probabilmente. Lei adolescente con un bambino di pochi anni, forse suo fratello?
Lei abbracciata ad una bella bionda, Rose?
Lei al college.
Lei in camice con un gruppo di ragazzi. Alcuni hanno un naso da...clown.
Sulla libreria sono allineati libri di tutti i generi.
Testi universitari. Codice penale. Codice civile.
Romanzi e narrativa. Qualche trattato di pedagogia e psicologia.
-Ti interessi di psicologia?
-Un po'.
Oltre ai libri c'è anche qualche fotografia incorniciata.
Lei bambina, in bici. Lei in braccio a suo padre probabilmente. Lei adolescente con un bambino di pochi anni, forse suo fratello?
Lei abbracciata ad una bella bionda, Rose?
Lei al college.
Lei in camice con un gruppo di ragazzi. Alcuni hanno un naso da...clown.
Smetto di respirare. Il cassetto dei ricordi mi si apre di colpo.
Mi giro verso di lei.
-Tu sei una del gruppo “La fabbrica del sorriso”?
Annuisce seria.
-Bentornato nel passato.
Deglutisco un grumo amaro e mi arriva una sensazione di panico che non sentivo da anni. Cerco di respirare profondamente prima che l'attacco mi comprima troppo i polmoni.
Mi viene vicino e mi prende il viso tra le mani.
-Sono quella che volevi ti facesse un pompino, ricordi?
Cerco di sorridere.
-E tu sei il principe.
-Il principe?
-Ti chiamavamo così. Superbo e presuntuoso. Non volevi avere che fare con nessuno di noi. Mai un sorriso, mai un saluto. Avremmo potuto soprannominarti lo stronzo. Ma ci sembrò più carino il principe.
-Devo sedermi.
Mi aiuta a stendermi sul divano e si accuccia sul tappeto, accanto a me.
-Da quando lo sai?
-Ti ho riconosciuto durante uno spettacolo, circa un mese fa. Ti guardavo già da qualche sera, mi ricordavi qualcuno. E, non sei, diciamo, uno che passa inosservato.
Fa una pausa e sorride.
-Poi una sera hai alzato il sopracciglio sinistro e piegato la parte destra del viso in un mezzo sorriso. Quell'espressione me la ricordavo bene. Mi faceva bagnare le mutande già allora. Ed ho capito che eri tu.
Sono senza parole. Lei prosegue inarrestabile, finalmente ciarliera.
-Ho chiesto qua e là ed ho saputo il tuo nome, corrispondeva.
Sorride ricordando.
-Mi piacevi allora. Tanto. Anche magro, macilento. Avevi una carica dentro che sprizzava dagli occhi. Annotavo mentalmente tutte le tue rispostacce ad infermiere e volontari. Uno stronzo. Uno stronzo bellissimo, intelligentissimo e sagace.
Io allora ero una ragazzina ferita. Nemmeno vent'anni, i miei separati. Mia madre, lasciamo perdere. Ero timida. E cotta persa di un bastardo malato e borioso.
Non so che dire. Taccio e ascolto.
-Alla fine di aprile di quell'anno ho sospeso la mia partecipazione alla cooperativa. Avevo diversi esami. Non ho più saputo nulla di te se non qualche mese più tardi da un'infermiera, che stavi guarendo. La vita è andata avanti.
-Ed ora siamo qui - riesco a dire.
-Stai bene?
Tremo. Non credo al destino, non credo in Dio, non credo alla fortuna, né alla sfortuna. Non più. Ma è sorprendente ritrovare ora la ragazza dell'ospedale. Sembra un segno, sì. Un fottutissimo segno.
-E la decisione di prendere l'ufficio sopra il mio?
-Casualità, forzata opportunamente. Ero in studio con una collega e volevo mettermi per conto mio già da un po', per questo ero in contatto con diverse agenzie ed avevo visto diversi uffici. Quando ho trovato quello nel tuo stesso stabile, beh, non ne ho cercati altri. Ed ho pensato di aspettare che mi riconoscessi. Ho sperato che mi riconoscessi. Che in qualche modo la ragazzetta scialba che ero ti avesse lasciato un microricordo.
Non le dico quanto mi fa piacere ciò.
Non le dico che non credo in nessun futuro.
Non le dico che però aver ritrovato lei, dopo cinque anni, mi ha impressionato.
Non le dico che sono un uomo interrotto, che non ha niente da dare.
Non le dico che se spera in qualcosa da me ha sbagliato indirizzo.
La bacio invece. Un bacio lungo, morbido, bagnato, a labbra semiaperte. Le imprigiono il labbro superiore tra le mie e stringo, succhio, mordo.
Ho fame di lei. Ho sete di lei. Ho fame della vita che lei rappresenta. Ho sete del desiderio che sgorga da lei. Placa ogni fame. Seda ogni sete.
Ci stacchiamo.
Si alza in piedi e sparisce in cucina, quando torna ha in mano un barattolo di yogurt alla vaniglia. La faccia di nuovo felina.
Lecca lo yogurt dal cucchiaio come fosse la cosa più buona del mondo.
Mi giro verso di lei.
-Tu sei una del gruppo “La fabbrica del sorriso”?
Annuisce seria.
-Bentornato nel passato.
Deglutisco un grumo amaro e mi arriva una sensazione di panico che non sentivo da anni. Cerco di respirare profondamente prima che l'attacco mi comprima troppo i polmoni.
Mi viene vicino e mi prende il viso tra le mani.
-Sono quella che volevi ti facesse un pompino, ricordi?
Cerco di sorridere.
-E tu sei il principe.
-Il principe?
-Ti chiamavamo così. Superbo e presuntuoso. Non volevi avere che fare con nessuno di noi. Mai un sorriso, mai un saluto. Avremmo potuto soprannominarti lo stronzo. Ma ci sembrò più carino il principe.
-Devo sedermi.
Mi aiuta a stendermi sul divano e si accuccia sul tappeto, accanto a me.
-Da quando lo sai?
-Ti ho riconosciuto durante uno spettacolo, circa un mese fa. Ti guardavo già da qualche sera, mi ricordavi qualcuno. E, non sei, diciamo, uno che passa inosservato.
Fa una pausa e sorride.
-Poi una sera hai alzato il sopracciglio sinistro e piegato la parte destra del viso in un mezzo sorriso. Quell'espressione me la ricordavo bene. Mi faceva bagnare le mutande già allora. Ed ho capito che eri tu.
Sono senza parole. Lei prosegue inarrestabile, finalmente ciarliera.
-Ho chiesto qua e là ed ho saputo il tuo nome, corrispondeva.
Sorride ricordando.
-Mi piacevi allora. Tanto. Anche magro, macilento. Avevi una carica dentro che sprizzava dagli occhi. Annotavo mentalmente tutte le tue rispostacce ad infermiere e volontari. Uno stronzo. Uno stronzo bellissimo, intelligentissimo e sagace.
Io allora ero una ragazzina ferita. Nemmeno vent'anni, i miei separati. Mia madre, lasciamo perdere. Ero timida. E cotta persa di un bastardo malato e borioso.
Non so che dire. Taccio e ascolto.
-Alla fine di aprile di quell'anno ho sospeso la mia partecipazione alla cooperativa. Avevo diversi esami. Non ho più saputo nulla di te se non qualche mese più tardi da un'infermiera, che stavi guarendo. La vita è andata avanti.
-Ed ora siamo qui - riesco a dire.
-Stai bene?
Tremo. Non credo al destino, non credo in Dio, non credo alla fortuna, né alla sfortuna. Non più. Ma è sorprendente ritrovare ora la ragazza dell'ospedale. Sembra un segno, sì. Un fottutissimo segno.
-E la decisione di prendere l'ufficio sopra il mio?
-Casualità, forzata opportunamente. Ero in studio con una collega e volevo mettermi per conto mio già da un po', per questo ero in contatto con diverse agenzie ed avevo visto diversi uffici. Quando ho trovato quello nel tuo stesso stabile, beh, non ne ho cercati altri. Ed ho pensato di aspettare che mi riconoscessi. Ho sperato che mi riconoscessi. Che in qualche modo la ragazzetta scialba che ero ti avesse lasciato un microricordo.
Non le dico quanto mi fa piacere ciò.
Non le dico che non credo in nessun futuro.
Non le dico che però aver ritrovato lei, dopo cinque anni, mi ha impressionato.
Non le dico che sono un uomo interrotto, che non ha niente da dare.
Non le dico che se spera in qualcosa da me ha sbagliato indirizzo.
La bacio invece. Un bacio lungo, morbido, bagnato, a labbra semiaperte. Le imprigiono il labbro superiore tra le mie e stringo, succhio, mordo.
Ho fame di lei. Ho sete di lei. Ho fame della vita che lei rappresenta. Ho sete del desiderio che sgorga da lei. Placa ogni fame. Seda ogni sete.
Ci stacchiamo.
Si alza in piedi e sparisce in cucina, quando torna ha in mano un barattolo di yogurt alla vaniglia. La faccia di nuovo felina.
Lecca lo yogurt dal cucchiaio come fosse la cosa più buona del mondo.
-Buono?- chiedo.
Me ne porge una cucchiaiata, ma arrivata alla mia bocca cambia direzione.
Passa il cucchiaio sul mento da destra verso sinistra, poi torna indietro.
Lo yogurt cola giù, lo sento nel collo.
La guardo e la lascio fare. Vuol giocare. Gioca bambina, gioca con me.
Lesta, lecca lo yogurt. Poi me ne dà un cucchiaio.
Intinge di nuovo il cucchiaio e riparte. Stavolta lo fa colare sul mio petto, in circolo.
Disegna una spirale. Mi pulisce di nuovo leccandola dall'esterno verso l'interno.
La terza cucchiaiata cola nel mio ombelico. Alcune goccioline restano impigliate sui peli.
Lei lecca e succhia.
Sto implodendo. Il mio cazzo è una fiaccola accesa. Incandescente.
-Ti piace questo gioco, baby?
Non rispondo. Le strappo il cucchiaio dalle mani, prendo la massima quantità di yogurt e mi riempio la bocca, senza ingoiare. Con l'altra mano la prendo per il mento e me l'avvicino. Poso le labbra sulle sue e le passo lo yogurt spingendolo con la lingua.
Lei ingoia e si lecca le labbra.
La guardo fisso e mi giro con i piedi contro il tavolino di cristallo che spingo oltre il tappeto. Sollevo il bacino e sfilo i boxer.
Poi prendo il barattolo dello yogurt e rovescio quello che è rimasto sul mio cazzo, senza smettere di guardarla.
Mai invito è stato più chiaro.
Sorride e si lancia a leccare il cono verticale, con la punta rosa che già spunta nel giallo dello yogurt.
-Buono- dice mentre lei succhia e io impazzisco.
-Buono- ripete mentre lecca ciò che è sceso fin sui testicoli.
Io mi lascio scivolare sul tappeto e mi inarco verso la sua bocca, tenendole ferma la testa. I suoi capelli si appiccicano alla mia pelle per il calore umido, lo yogurt e la saliva.
Vengo emettendo un lungo grido basso.
Mi ci vuole qualche minuto per riprendermi.
-Ora tocca a me- le dico.
Mi alzo e mi dirigo in cucina. Il tempo di prendere un altro barattolo dal frigo, aprirlo e sono di nuovo da lei.
Mi aspetta senza camicia, distesa sul morbido tappeto bianco.
-Sei bellissima- le dico.
-Apri le gambe, piccola, e piega le ginocchia. Brava, così.
Rovescio il vasetto lentamente, disegnando una strisciolina che va da un' anca all'altra. Lei grida leggermente, per il freddo dello yogurt sulla pelle bollente.
Disegno una larga “v” sotto la prima striscia.
Continuo sul pube con un cerchio rotondo. Poi le allargo le labbra e faccio colare il resto del vasetto dal clitoride verso il basso. Lei si inarca e chiude gli occhi. E' quasi al limite.
Io mi metto a quattro zampe sopra di lei, girato con il viso verso le sue gambe.
Lecco la sua pancia piatta e morbida. Ingoio e soffio sulla sua pelle rimasta umida. Lei sospira e geme forte.
Lecco il suo pube di seta e soffio ancora. Sospira e geme più forte.
Arrivo alle sue labbra e lì pulisco meticolosamente ogni angolino, anche il più recondito. Succhio il clitoride, succhio le labbra, lecco tra le pieghe e soffio ancora. Infilo la lingua nella sua figa caramellata e succhio più forte. Poi le soffio dentro, come volessi gonfiare un palloncino o appannare uno specchio.
Lei inizia a contrarsi gridando, mentre non smetto di succhiare e mordicchiare dolcemente quella carne stupenda. Poi proseguo ripulendo anche il perineo e l'altro orifizio.
Passo le mani sotto le sue natiche, la sollevo leggermente e lecco ancora, più comodo, più a fondo. Poi soffio per asciugare la pelle umida.
La vedo ricoprirsi di brividi. Mi sento potente. Un drago medioevale.
Il suo sapore è unico. Non è lo yogurt. Non è la vaniglia. Non è il sesso.
E' lei. Il sapore più buono del mondo.
Me ne porge una cucchiaiata, ma arrivata alla mia bocca cambia direzione.
Passa il cucchiaio sul mento da destra verso sinistra, poi torna indietro.
Lo yogurt cola giù, lo sento nel collo.
La guardo e la lascio fare. Vuol giocare. Gioca bambina, gioca con me.
Lesta, lecca lo yogurt. Poi me ne dà un cucchiaio.
Intinge di nuovo il cucchiaio e riparte. Stavolta lo fa colare sul mio petto, in circolo.
Disegna una spirale. Mi pulisce di nuovo leccandola dall'esterno verso l'interno.
La terza cucchiaiata cola nel mio ombelico. Alcune goccioline restano impigliate sui peli.
Lei lecca e succhia.
Sto implodendo. Il mio cazzo è una fiaccola accesa. Incandescente.
-Ti piace questo gioco, baby?
Non rispondo. Le strappo il cucchiaio dalle mani, prendo la massima quantità di yogurt e mi riempio la bocca, senza ingoiare. Con l'altra mano la prendo per il mento e me l'avvicino. Poso le labbra sulle sue e le passo lo yogurt spingendolo con la lingua.
Lei ingoia e si lecca le labbra.
La guardo fisso e mi giro con i piedi contro il tavolino di cristallo che spingo oltre il tappeto. Sollevo il bacino e sfilo i boxer.
Poi prendo il barattolo dello yogurt e rovescio quello che è rimasto sul mio cazzo, senza smettere di guardarla.
Mai invito è stato più chiaro.
Sorride e si lancia a leccare il cono verticale, con la punta rosa che già spunta nel giallo dello yogurt.
-Buono- dice mentre lei succhia e io impazzisco.
-Buono- ripete mentre lecca ciò che è sceso fin sui testicoli.
Io mi lascio scivolare sul tappeto e mi inarco verso la sua bocca, tenendole ferma la testa. I suoi capelli si appiccicano alla mia pelle per il calore umido, lo yogurt e la saliva.
Vengo emettendo un lungo grido basso.
Mi ci vuole qualche minuto per riprendermi.
-Ora tocca a me- le dico.
Mi alzo e mi dirigo in cucina. Il tempo di prendere un altro barattolo dal frigo, aprirlo e sono di nuovo da lei.
Mi aspetta senza camicia, distesa sul morbido tappeto bianco.
-Sei bellissima- le dico.
-Apri le gambe, piccola, e piega le ginocchia. Brava, così.
Rovescio il vasetto lentamente, disegnando una strisciolina che va da un' anca all'altra. Lei grida leggermente, per il freddo dello yogurt sulla pelle bollente.
Disegno una larga “v” sotto la prima striscia.
Continuo sul pube con un cerchio rotondo. Poi le allargo le labbra e faccio colare il resto del vasetto dal clitoride verso il basso. Lei si inarca e chiude gli occhi. E' quasi al limite.
Io mi metto a quattro zampe sopra di lei, girato con il viso verso le sue gambe.
Lecco la sua pancia piatta e morbida. Ingoio e soffio sulla sua pelle rimasta umida. Lei sospira e geme forte.
Lecco il suo pube di seta e soffio ancora. Sospira e geme più forte.
Arrivo alle sue labbra e lì pulisco meticolosamente ogni angolino, anche il più recondito. Succhio il clitoride, succhio le labbra, lecco tra le pieghe e soffio ancora. Infilo la lingua nella sua figa caramellata e succhio più forte. Poi le soffio dentro, come volessi gonfiare un palloncino o appannare uno specchio.
Lei inizia a contrarsi gridando, mentre non smetto di succhiare e mordicchiare dolcemente quella carne stupenda. Poi proseguo ripulendo anche il perineo e l'altro orifizio.
Passo le mani sotto le sue natiche, la sollevo leggermente e lecco ancora, più comodo, più a fondo. Poi soffio per asciugare la pelle umida.
La vedo ricoprirsi di brividi. Mi sento potente. Un drago medioevale.
Il suo sapore è unico. Non è lo yogurt. Non è la vaniglia. Non è il sesso.
E' lei. Il sapore più buono del mondo.

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