martedì 22 marzo 2016

CAPITOLO 10




Carpe diem
-Isabella?
-Bella.
-Mh?
-Bella. Non Isabella. Per gli amici solo Bella.
Mi viene da ridere. Riesce sempre a mandarmi in confusione.
-Siamo amici?
Mi tiro su e la guardo. Ha la faccia rossa e sconvolta. Sicuramente anch’io.
-Così sembrerebbe. O no?
-Forse qualcosa di più.
-E sia. Qualcosa di più. Edward e Bella, suona bene, no?
Suona troppo bene, qui sta il punto.
-Bella dobbiamo parlare.
-Ti ascolto.
-Non ci riesco se continui ad accarezzarmi.
-Me l’hai chiesto tu, quando ancora eri Mr Hyde. Non tornare dottor Jekyll perché non mi piaci.
Cosa sta dicendo? Le vado bene pazzo frenetico? Quando la scopo come un disperato e la tratto come fosse la mia puttana personale, quando me ne vado senza una spiegazione e poi torno dando per certo che lei sia lì ad aspettarmi?
Tu sei da ricovero.
-Temo che il dottor Jekyll debba parlarti.
Mi sposta in malo modo. Poi si tira su con la faccia incazzata e senza guardarmi.
Si sistema i vestiti e va in cucina.
-Quanti spaghetti?-chiede.
-Lascia perdere gli spaghetti e ascoltami.
Sbatte la confezione sul tavolo e spegne il gas. Poi torna a passo spedito da me, le mani sui fianchi.
Mi fa ridere così furibonda.
-Sentimi tu, idiota di un Edward Cullen.
Si gratta la fronte come per cercare un’idea. Sospira. E riparte.
-Credi che non abbia capito cosa stai per fare?
Vuoi dirmi che questo gioco si è spinto troppo in là.
E chi cazzo sei tu per dirlo?
Chi cazzo sei tu per dire: fin qui ho giocato, ora basta?
Chi cazzo sei tu per dire a me che io devo smettere di giocare?
Ti piace scopare duro?
Perfetto, anche a me.
Non vuoi complicazioni sentimentali?
Perfetto, nemmeno io.
Vuoi andare anche con altre? Fa’ pure.
Nessun contratto di esclusiva. Nessun contratto d’acquisto.
Nessun cazzo di contratto, di nessun genere.
Non ti piaccio più? Raccontala a qualcun’ altra. Io lo so come reagiresti, anche in questo preciso momento se ti toccassi.
Vuoi che lo faccia? Vuoi che te lo dimostri?-
Mi stringe le palle con una mano e con l’altra mi accarezza non troppo dolcemente sopra il cavallo dei pantaloni, ancora aperti.
E sono già sull’attenti. Ma chi cazzo è questa?
-Non intendevo convincerti che non mi piaci- fatico a parlare, porca puttana.
-E allora cosa intendevi?
Mi lascia di scatto.
-Che ho preso una sbandata da pivello per te. Che non volevo ma è successo. Che non va per niente bene. Che finiremo per farci solo del male. Io a te. Tu a me. Che sarebbe meglio finirla qui e subito. Ecco cosa volevo dirti.
Il discorso è finito.
Ci guardiamo furiosi entrambi. In silenzio.
Poi muoviamo contemporaneamente le mani.
Ci afferriamo, con maggior violenza di prima.
Lei mi bacia. Io la bacio.
Lei mi morde. Io la mordo.
Lei mi succhia. Io faccio lo stesso.
Un attimo dopo stiamo camminando verso la camera da letto. Cazzo, il letto ad acqua no. Ma non faccio in tempo ad elaborare un’alternativa. Ci stiamo di nuovo strappando i vestiti. Ci stiamo di nuovo mangiando come due lupi famelici.
Ci stiamo succhiando via l’anima.
Come i condannati. Come i disperati.
Ma il condannato all’infelicità sono io. Il disperato sono io.
Lei che cazzo c’entra?
Cosa vorrebbe che capissi quando mi mangia e mi succhia disperata?
Glielo devo chiedere, ma ora no.
Ora devo arrivare a quel maledetto letto, devo schiantarcela dentro. Devo scoparmela di nuovo, prima di diventare matto del tutto.
Poi forse le chiederò, mi spiegherà, capirò. Perché posso dirlo con assoluta certezza, non ci sto capendo un emerito.
Con lei il mondo gira al contrario.
Lei mi ha riconosciuto, lei mi ha abbordato al parcheggio. Lei mi ha preso corpo e anima.
E’ entrata nel mio presente, ha catturato un bel pezzo del mio passato e si sta accaparrando, se l’avessi, il mio futuro.
Arriviamo al letto. Ci cadiamo. Sciabordio e calore assurdo è tutto ciò che sento.
Sembriamo lava che sfrigola formando l’isola vulcanica.
Il vulcano ce l’ho io, nei jeans. E lei è la lava bollente, quella che è già eruttata e quella che erutterò tra un nanosecondo.
Togliersi di nuovo tutto non è difficile.
E’ strada conosciuta. E’ il percorso di casa.
Come quando vai via per un lungo periodo. Quando torni senti l’odore da lontano. Odore che commuove, che ti sale dallo stomaco e arriva agli occhi.
E’ odore di lei.
E’ casa mia.
Mi spinge con tutta la forza che ha per girarmi di schiena. La lascio fare, a questo punto.
Sono stanco di combattere. Combatto da sempre e non vinco mai.
Fa’ di me quello che vuoi, ragazzina testarda.
Se ci saranno cocci li raccoglierò. L’ho fatto altre volte.
Sale su di me e si gira dandomi le spalle.
Poi lentamente, abbassandosi sulla mia pancia, scivola indietro strofinandosi come un gatto.
Infila i piedi sotto al cuscino. Scivola ancora un po’ e con la sua meravigliosa figa bagnata e profumata mi accarezza il viso. Parte dal mento, passa sulla mia bocca, si sfrega sul mio naso. Glielo infilo dentro e annuso sniffando a pieni polmoni.
Mi aiuto con le mani e tocco tutto quello che posso.
Una mano accarezza e stuzzica clitoride e labbra, così morbide che potrei mangiarle.
L’altra mano massaggia l’altro suo ingresso.
Adoro il suo corpo. Lo venero.
Poi sposto il naso più indietro e uso la lingua. La infilo tutta dentro di lei, e succhio, e mordo, e aspiro, e soffio.
La sento gemere mentre la sua bocca cala sul mio cazzo rovente.
-Così, gioia. Così, – ansimo come un cane.
Mugola mentre anche lei aspira e lambisce. Lo inghiotte fino in gola, di colpo e poi lentamente risale, lasciandolo bagnato e soffiando sulla punta. Fa lo stesso infinite volte. E’ una tortura impossibile.
Non capisco più niente.
Contraggo ogni muscolo per riuscire a trattenermi ancora un po’, per aspettarla.
E quando si inarca sul mio viso e grida, finalmente mi rilasso. Ed esplodo.
Le vengo in bocca mentre lei continua ad accarezzarmi i testicoli e tutta la fascia dei muscoli che va fino al perineo.
E’ fantastica. Sento quasi solletico ma è piacevole, mi dà i brividi. Partono dalla base della schiena e mi arrivano al collo.
Per tutto il tempo sono rimasto con le sue labbra strette tra le mie, la lingua sempre dentro di lei. Ed ho continuato a succhiare.
La lascio di scatto, emettendo uno schiocco.
La sento ridere.
Si solleva, si gira, mi bacia.
E ci scambiamo così i nostri rispettivi umori.
E’ sale e miele, è liquido e denso, è dolce e amaro.
E’ amore.
Sto ancora riprendendo fiato, mentre lei si alza e va in bagno.
Quando torna ha tra le mani una delle cornici di fotografie esposte sulla libreria.
La accarezza distratta.
Poi mi guarda con gli occhi pieni di lacrime e comincia a parlare.
Mi tiro su appoggiandomi sui gomiti e guardo la foto.
-Era mio fratello. Jacob.
Qui abbiamo quattordici e nove anni.
E’ stata scattata qualche mese prima che si ammalasse.-
La guardo, non è più commossa ora. Mi sorride.
-Mio padre e mia madre si sono separati quando Jacob aveva solo cinque anni.
Mia madre si era presa una sbandata per un giocatore di football e ci aveva lasciati l’anno precedente. Jacob veniva a dormire nel mio letto perché gli mancava la mamma. L’ho odiata. Per anni.
Ma con papà siamo stati felici. Poi si è risposato.
Quando Jacob aveva nove anni, giocava a football anche lui. Cadeva, era pieno di lividi, spesso zoppicava.
Poi cominciò a lamentarsi di avere mal di schiena. Sempre più spesso.
Lo portammo a far visitare.
Analisi, biopsia, giorni di attesa e terrore.
Osteosarcoma.
E’ vissuto solo sei mesi dopo la diagnosi.
Mia madre è tornata a trovarci quando era in ospedale. Si è fermata solo due giorni. Poi ha detto a mio padre che non ce la faceva a vedere “il suo piccolo bambino in quelle condizioni” e se n’è andata. Senza neanche salutarci.
Per me è morta quel giorno.-
Sono senza parole.
-Ho cominciato a lavorare come volontaria in ospedale allora.
Non sei l’unico ad aver sofferto Edward. Non sei l’unico ad avere paura.
Il futuro fa paura quando ti ha riservato sempre e solo brutte sorprese.
Ma nessuno sa quanto futuro ha a disposizione.
Magari solo qualche ora intensa. Magari cento anni di noia e solitudine.
Quale opzione scegli Edward?
Scegli bene, perché potresti non avere un’altra opportunità.
Per conto mio io ho scelto.
E’ meglio vivere un’ora che non essere mai nati. Ed è meglio essere indimenticabili che dimenticati. Lo sapeva anche Jacob.
Non buttare via solo per paura qualcosa che vale la pena.-
Si alza e porta con sé la foto.
Io sono basito, annichilito, ammutolito.
Mi sporgo dal letto e cerco in terra i boxer e i jeans con cui coprire il mio cazzo floscio e il mio egoismo stupido.

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