martedì 22 marzo 2016

CAPITOLO 4



Cinque anni prima- parte seconda
Torno in ospedale tre giorni dopo, per un'altra chemio. Una ogni tre giorni, cicli da cinque per volta. Poi riposo per una decina di giorni, poi di nuovo un'altra serie di cinque.
Le prime due serie le ho sopportate tutto sommato abbastanza bene.
Ora comincia ad andare peggio. Sono sempre stanco, sembra che un camion mi sia passato sopra e mi abbia annientato. Non riesco a mangiare un cazzo. Ogni cosa ha un sapore di merda e mi fa venire nausea.
La nausea è la mia più fedele compagna. Ce l'ho alla sera prima di dormire. Ce l'ho quando mi sveglio di notte. Ce l'ho al mattino, quando mia madre prepara il caffè per mio fratello.
Io non bevo caffè. Non più. Mi piaceva prima, ma adesso no. Adesso mi fa venire nausea.
Vita di merda.
Malattia di merda.
Cure di merda.
Ti fanno stare ancora peggio.
Mi dà sui nervi anche mia madre, poveretta. Mi dice “Vedrai Eddy. Tornerai a stare bene. Ti hanno curato una volta, ti cureranno di nuovo. Passerà. Devi solo tenere duro.”
Devo tenere duro? Sono bravo a tenere duro. Non sono uno che si arrende. Ma il mio corpo non lo sa. Ed è lui che si è arreso, mi sembra.
Devo convincerlo. Devo concentrarmi, ma è sempre più difficile.
Tornerò a stare bene, mi dico. Anzi, lo dico alla mia simpatica malattia.
Dai, brutta stronza. Se mi fai tornare a stare bene, poi potrai colpirmi più forte. L'hai già fatto. Ti sfido.
Quante volte nella vita un organismo può sopportare questa malattia e le cure pazzesche che comporta? Due, tre? Di più non credo.
Se non muori per la malattia in sé, muori soffocato dal vomito mentre dormi.
Già, perchè a volte mi sveglio mentre sto vomitando. E' una cosa simpatica. Non hai neanche più il controllo del tuo corpo ed è una cosa che mi manda fuori di brutto.
A volte i conati sono così intensi e sfibranti che me la faccio addosso, come un bambinetto.
E allora divento furioso. Mia madre deve lavare le mie lenzuola sporche di qualunque cosa.
Mi faccio schifo. Puzzo. Anche se mi lavo due volte al giorno.
Puzzo di malattia, di medicinali, di vomito, di piscio. Mi sento addosso tutte le puzze del mondo.
Puzzo di carne già quasi putrefatta.
Mi guardo allo specchio e rido di me.
Magro, ingobbito. Muscoli zero. La testa lucida e liscia come il palmo delle mani. Gli occhi incavati. Hanno un colore grigio, spento, malato.
Che schifo.
Raccolgo un po' di saliva dentro la bocca, alzo la testa e sputo forte, dritto sopra di me.
Poi guardo nello specchio la mia saliva che ricadendo mi ha ricoperto la testa e mi cola negli occhi, sulle guance, fino in bocca. La lecco. Come un cane.
Bestiale. La malattia non ti lascia dignità.
Forse preferirei crepare che guardarmi ridotto così.
Ma non mi arrendo. Ho una sfida in corso.
Ce l'ho fatta una volta. Ce la farò di nuovo.
Tornerò forte. Così potrai prendermi di nuovo e di nuovo massacrarmi e ridurmi una merda. Come ora.
Maledetta.
Di nuovo guardo la flebo che scende lentissima. Sto odiando anche Vivaldi, che di solito mi aiuta a distrarmi.
Spengo l'I-pod e ascolto i rumori che arrivano lievissimi dalla strada.
Da bambino riconoscevo la cilindrata delle auto dal loro rumore.
Anche allora ero in ospedale. Se penso a quanto tempo della mia vita ho passato in ospedale, dovrei sentirmi a casa, in fondo. Invece, ridicolo, mi sento all'inferno.
Non sento tanto bene i rumori. La mia stanza stavolta non dà sulla strada, ma nel cortile interno dell'ospedale.
Vedo gli alberi, però. Sono bellissimi, altissimi. Pini, abeti, cipressi. Il nonno amava mostrarmi gli alberi, quando andavo da loro.
Ora sento voci e chiacchiere allegre nel corridoio appena fuori dalla porta della mia stanza. Guardo l'ora, sono le cinque. Sono passati solo cinque minuti, cazzo!
Alle cinque c'è lo spettacolo de “La fabbrica del sorriso”.
Un gruppo di ragazzi e ragazze volontari che vengono a divertire per un'ora i bambini del reparto. Sono bravi. Recitano con le marionette. Fanno piccoli siparietti buffi travestiti da clown. Alcuni suonano e cantano con i bambini.
Una è la ragazza che era venuta l'altro giorno e che ho ammazzato.
Avrei voluto ascoltarla in realtà. Magari avrei potuto chiederle di raccontarmi qualcosa. Ma di primo acchito non sono io a rispondere. E' il me malato, testardo, incazzato, stufo di tutto a parlare per me. Non mi chiede nemmeno se sia d'accordo.
D'altronde l'altro io è patetico. Si piange addosso, si piscia addosso, si sputa addosso.
Ed ha paura. E io detesto avere paura.
Edward Cullen non ha paura. O forse sì?
§§§
Sono a casa. Sempre più stanco. Sempre più debole.
Non ce la faccio davvero più.
Me l'avevano detto. Stavolta la malattia non sarebbe stata curata solo con farmaci. Avrei dovuto subire anche diverse sedute di radioterapia.
Dovevano ridurre le mie difese immunitarie a zero. Ridurmi al livello di un neonato.
Completamente inerme ed esposto. Allora avrebbero resettato il mio midollo, irradiandolo.
E poi mi avrebbero trapiantato quello di un donatore compatibile.
Se fosse riuscito il trapianto, e il midollo avesse ripreso a funzionare correttamente, sarei stato salvo.
Resettato. Pronto a ripartire. Midollo nuovo. Vita nuova.
Un uomo nuovo. Guarito.
Certo, come l'altra volta.
Anche allora ero guarito. Niente ricadute per tutta la durata della remissione. Niente ricadute per i due anni successivi in cui avevo effettuato controlli mensili, poi trimestrali, poi semestrali. Infine annuali.
Ero guarito.
Nessuno ha mai avuto una ricaduta della malattia dopo quasi vent'anni.
Nessuno. Tranne me.
Ora è tutto pronto. Sono perennemente raffreddato, visto che non ho difese immunitarie.
Mi sono laureato da casa. Sono venuti i professori da me. Con le loro facce compassionevoli.
Lo so che sono compassionevole. Ma sono preparato, cazzo! Non ho un cazzo da fare tutto il giorno.
Non posso uscire, non posso fumare, non posso bere, non posso avere una donna, non mi reggo in piedi, come potrei fare qualunque cosa? Per cui studio. Sono egregiamente preparato, cazzo.
Certo, faccio un po' fatica a parlare, ma se avete pazienza vi dico tutto ciò che so.
Invece mi chiedono sempre e solo un decimo di ciò che so.
Tutti gli ultimi esami e poi la tesi sono una farsa. Mi sento un condannato a morte.
“Tanto questo crepa, diamogli la laurea e finiamola qui. Non vedo l'ora di uscire da questa casa, questo poveraccio mi fa troppa pena.”
Lo leggo chiaro in viso a tutti loro.
E griderei se ne avessi la forza.
Li prenderei a calci nel culo, questi stronzi.
Non crepo, invece. Ve lo faccio per dispetto, facce di cazzo.
E quando ne avrò di nuovo la forza, diventerò così in gamba che dovrete inchinarvi quando passo.
Domattina mi ricoverano. Hanno trovato un donatore compatibile al novanta per cento.
Di meglio non c'è. Né mia madre, né mio padre, né mio fratello sono compatibili, purtroppo. Devo accontentarmi di un estraneo.
Ma dicono che una compatibilità così alta è un buona garanzia.
Mi dicono di stare tranquillo.
Lo dicono anche ai miei.
Agli occhi spalancati di mio padre che non batte le palpebre per paura di piangere.
Alle mani torte di mia madre che non respira nemmeno per non singhiozzare.
Alle battute stupide di mio fratello che non riesce a fare un discorso serio con me per paura di scoppiare in lacrime.
Mi dispiace per voi. Non sapete mentire così bene da ingannarmi. Vi leggo dentro.
Possiamo stare tranquilli.
Dicono che guarirò. L'hanno già detto, ricordate?
Ed avevano ragione.
Loro hanno sempre ragione.
Per lo più.

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