martedì 22 marzo 2016

CAPITOLO 15



Thomas Masen
Sono passate due settimane.
Bella sta meglio, il mal di schiena si è affievolito ed anche il suo viso ha ripreso colore.
E' stata a casa in malattia in questi giorni, e sono andato da lei ogni sera, all'uscita dall'ufficio. Ho fatto la spesa, ho cucinato per lei e per me, abbiamo guardato la tv sul suo divano con le gambe allacciate. L'ho aiutata ad andare in bagno nei primi giorni, quando si muoveva con difficoltà. Abbiamo dormito insieme ogni notte, abbracciandoci e coccolandoci, nel suo letto, che continuo a guardare con ostilità.
Siamo una coppia ormai, a tutti gli effetti. E quando ci penso mi spaventa ancora, ma non posso più tornare indietro. Le devo tanto. La vita, la speranza, la serenità, la normalità. Tutte cose che non avevo e adesso ho.
Cose che mi ha dato senza chiedere niente in cambio. Cose che le ho dato senza pensare che erano un impegno. Un impegno che fino a poche settimane fa mi avrebbe fatto scappare a gambe levate. Ma oggi sento che non potrei più fare a meno di lei.
Domani andiamo a casa dei miei.
Io che porto una donna a pranzo dai miei. Incredibile. Mia madre piangeva commossa quando gliel'ho detto.
-Oh Edward, finalmente!
Che poi vuol dire mille cose. Finalmente sorridi. Finalmente hai una vita normale. Finalmente stai con una donna impegnandoti seriamente anziché scopartene ogni sera una diversa. Finalmente posso pensare che mio figlio è diventato grande. Finalmente posso smettere di preoccuparmi che la malattia non gli abbia strappato la vita ma l'esistenza sì.
Finalmente non ho più paura.
O meglio, ce l'ho, l'ho già detto, ma sparisce appena gravito intorno a lei. Certe volte arrivo a casa sua nervoso, ansioso. Poi entro, lei mi sorride ed io, semplicemente, mi dimentico di essere mai stato nervoso, o ansioso. Ha un effetto benefico su di me. Finalmente.
Due sere fa abbiamo di nuovo fatto sesso, dopo dodici giorni. Finalmente.
Li ho contati, certo. Non l'avrei mai forzata, né glielo avrei mai fatto notare. Piuttosto me lo sarei annodato, quel maledetto dannato traditore. Ma tirava più di cento buoi e i jeans mi sembravano sempre più stretti, ad ogni nuovo giorno di astinenza.
E' stato diverso.
Ho iniziato io con le solite manovre aggiranti l'ostacolo. Baci sul collo, carezze sulla schiena, sotto la maglia. Mani tra le mani. Naso tra i capelli. E quel soffiare lento, inesorabile che so che le fa venire i brividi dappertutto, e la fa gemere di piacere.
L' ho fatto qualche altra volta in queste due settimane, in verità. Mi piace vederla in difficoltà, quando non sa come farmi smettere ed è imbarazzata. Vederla imbarazzata fa ridere. Lei, il puma, la regina del sesso, imbarazzata.
Ma è un imbarazzo che capisco, che riconosco. E' l'imbarazzo di chi non vorrebbe dire no, che teme di offendere. E' l'imbarazzo che crea l'amore. Il sesso non ne crea. Mai.
Poco importa che ogni volta arrivati ad un certo punto, armato, ho dovuto staccarmi ed andare in bagno per trovare un sollievo molto poco appagante.
Ma due sere fa, arrivati al solito punto armato, si è allungata a prendere il telecomando sul tavolino per spegnere il televisore. E si è girata verso di me.
-E adesso basta, Cullen.
Mi è salita sopra a cavalcioni ed ha iniziato a strusciarsi come il solito gatto, avanti e indietro, con forza, dalle mie ginocchia al bacino e al contrario.
-Ti farai male alla schiena, Bella.
-Sta' zitto, Cullen. Mi prendo tutte le mie fottute responsabilità con la mia schiena.
Ho riso e lasciato fare.
-Sono stufa dei tuoi preliminari a vuoto. Sono stufa della mia patata umida e triste. Sono stufa dei tuoi viaggi solitari in bagno. Mi prendo ciò che è mio.
-Tuo?
-Mio. Qualcosa in contrario?
-Mi sembrava qualcuno avesse parlato di “No contratto di esclusiva, no contratto di acquisto, no contratto”.
-Tu parli troppo. Taci e lascia che esprima la sua opinione l'olandese lì sotto.
Non me lo sono fatto ripetere due volte.
L'olandese era già in festa, attrezzato a dovere.
Spogliato lui e spogliata lei l'ho guardata prendermelo in mano con forza e avvicinarlo al suo ingresso bollente e tumido, mentre si teneva sulle ginocchia ai lati delle mie cosce. L'ho ammirata estasiato mentre si è calata su di me come una lanzichenecca, decisa, sicura. Una dea vendicatrice. Ho sentito ogni millimetro del suo velluto accendere la pelle del mio uccello vibrante. Un' aquila reale. Un grifone. Beh, ingrifato ero ingrifato parecchio. Mi ero quasi dimenticato quale piacere indescrivibile mi comunicasse.
Le sue unghie piantate nelle mie spalle, le mie mani arpionate ai suoi glutei, ho accompagnato ogni sua furiosa avanzata andandole incontro con la stessa forza, con la stessa brama. E gridando ad ogni spinta.
Mia. Mia. Mia. Mia. Mia.
Sempre più forte. A voce sempre più alta. Finchè sono esploso, continuando a darle scossoni decisi ad ogni fiotto e trascinandola con me nell'orgasmo.
Mi sono gettato lateralmente sul divano per sdraiarmi e me la sono tirata sopra, come una coperta, come un tetto, come un coperchio. Sono qui sotto, ma nessuno deve saperlo. Immobile e silenzioso, sfuggo al mondo e ai suoi, miei, fantasmi.
Come facevo da bambino quando mi nascondevo e non rispondevo a mia madre.
-Tutto ciò che voglio sei tu- ha detto semplicemente, dopo un minuto o dopo un'ora, stretta nel mio abbraccio.
-E' lo stesso per me.
§§§
E' sera e sto guidando nel traffico per andare da lei quando il mio cellulare suona.
E' Bella.
-Ehi, ciao. Sto arrivando.
-Non venire. Sto uscendo. Devo andare in ospedale.
-Cos'è successo?- Ecco qualcosa che non cambierà mai. Quando sento la parola “ospedale” tutti i sensi mi vanno in allerta. Sono un fottutissimo segnale d'allarme vivente.
-Thomas è in rianimazione.
-Cazzo. Ci troviamo là.
-Grazie, Edward.
In questi giorni ho usato le mie conoscenze per ottenere informazioni sul bambino a cui Bella ha donato il midollo. Ho utilizzato qualche sorriso. Sfruttato qualche simpatia. Chiesto qualche favore.
Ho ottenuto il suo nome, Thomas Masen, ed ho parlato con la madre. Le ho consegnato un regalo per suo figlio da parte di Bella: le sue vecchie marionette con cui faceva gli spettacoli per i bambini.
La signora non finiva più di ringraziarmi e mi ha chiesto il numero di Bella. Non avrei dovuto darglielo, ma l'ho fatto e non me ne pento. Si sono sentite spesso da quel giorno, ed ho osservato Bella sempre più serena, parlandole. Sempre più allegra, ottimista.
Ha conosciuto una madre. Quella che lei non ricorda di aver mai avuto.
E domani le farò conoscere la mia.
Arriviamo in ospedale quasi contemporaneamente. La abbraccio e ci avviamo dentro, senza parlare.
Thomas ha una complicazione polmonare. Le sue difese immunitarie così basse non sono riuscite a reagire ad una banale infezione respiratoria. Ha la broncopolmonite e respira grazie all'ossigeno.
Lo guardiamo dal vetro fuori.
Respiro profondo, contando due secondi tra un respiro e l'altro, altrimenti vado in iperventilazione.
Bella ha gli occhi sbarrati e si torce le mani sudate.
La signora Masen ci guarda e mi riconosce. Sorride mesta, lascia un bacio sulla testolina di Thomas ed esce, venendo da noi.
Abbraccia Bella. Non si erano ancora viste ma ha capito chi è. Affinità elettive.
Le lascio sole ed esco a fare due passi.
Nello stomaco il noto senso di vuoto che mi attanaglia e mi sale verso la trachea. Chiudo e apro con forza le mani per impedire che perdano sensibilità all'arrivo dell'attacco di panico.
Il cuore pompa ad un ritmo esagerato ed un attimo dopo giunge anche il dolore. Sordo, si allarga come una marea all'interno del mio corpo. Comprime i polmoni, chiude la gola.
Riesco a sedermi su uno scalino e aspetto, le mani in grembo, respirando respiri neonati e contando. Un minuto ed è passato.
Non c'è più. Spero che non ne soffra anche Thomas.
Fa paura. Oltre ad essere doloroso.
Un bambino non dovrebbe provare dolore, né paura.
Dopo un po' mi alzo e raggiungo Bella dentro.
Mi vede e mi viene incontro piangendo.
Thomas ha avuto un arresto cardiaco, i medici sono da lui e stanno facendo il possibile per rianimarlo.
La porto fuori e ci sediamo sullo stesso gradino dove prima ero io.
-Dio mio- sussurro.
La voce le esce sibilante e dura.
-Lascia stare Dio, Edward. Lascialo stare per carità. Non serve. Non c'è. Non esiste. E' come le favole che raccontavo. Un bisogno dell'uomo, una necessità etica, morale, sociale.
Tira via una lacrima col dorso della mano e continua.
-Filosoficamente è bontà infinita. E che bontà ci vedi in uno che se ne sta seduto sulle sue belle nuvole e guarda giù sbadigliando annoiato? Me lo figuro opulento e rubicondo, mentre ascolta i cori degli angeli distratto e vede bambini soffrire, uomini morire di fame, madri piangere ed invocare il suo aiuto, soldati saltare in aria, persone impiccarsi disperate. Cambiate canale, che noia.
Mi guarda.
L'abbraccio in silenzio e la stringo. E' disperata. Le sue bestemmie sono una preghiera. Forse le faccio male alla schiena ma ora è più importante cacciare via questa rabbia, questa disperazione, dai suoi occhi e dal suo cuore.
E intanto penso.
Penso che sarebbe una madre stupenda, lei. Così sensibile. Così tenera. Così passionale. E' così fragile e così forte. E' così dolce e così spietata.
Una donna così dalla vita vuole tutto. Ha diritto a tutto.
Che ci fai di uno come me, Bella? Non potrai mai giocare con me a come saremo tra dieci, venti, trent'anni. Non potrò mai darti un figlio. E non riesco nemmeno a parlartene.
Piango mentre piange. E non mi sono mai sentito tanto uomo come in questo momento.
Torniamo dentro perchè fuori fa freddo. La signora Masen ci viene incontro sorridente, poveretta. Thomas ha superato la crisi. Il peggio è passato, almeno per ora.
Riesco a convincere Bella a tornare a casa, promettendole che torneremo l'indomani mattina.
Arrivati a casa sua la metto a dormire come fosse una bambina.
La spoglio, le infilo la camicia da notte. Le tolgo le calze.
Lo choc emotivo l'ha stremata. Dorme in piedi.
La spingo dolcemente sotto le coperte e le bacio i capelli.
Poi mi sdraio accanto a lei, vestito.
Se dovesse chiamare la signora Masen sarei già pronto.
L'indomani mattina arriviamo prestissimo in ospedale e troviamo una bella sorpresa.
Thomas ha ripreso a respirare autonomamente e muove appena la manina stanca dal letto quando lo salutiamo dal vetro.
Restiamo un po' lì e guardo Bella parlare animatamente con la mamma di Thomas mentre da lui ci sono i medici.
Oggi è tranquilla. Della disperazione e della rabbia di stanotte non c'è più traccia.
E' piena di vita e di ottimismo, sempre.
E' serena e sorridente anche più tardi, quando con i finestrini aperti ad accogliere questa bella giornata di sole, stiamo percorrendo la superstrada che ci porta a casa dei miei.
-Tra quindici giorni vado in ferie. Dovrei andare da mio padre sul serio... Oppure pensi che potremmo andare da qualche parte insieme?- mi chiede allegra.
Oh Bella...
-Penso sia meglio tu vada da tuo padre- rispondo, un po' troppo bruscamente forse.
Resta muta per cinque minuti, poi inizia a fischiettare un motivetto.
Infine ne sussurra le parole. Sempre le stesse.
“If you love me, won't you let me alone.”
Forse non è un motivo qualunque. E' piuttosto un messaggio per me.
Oh Bella, il destino ha fatto un gran favore a me, ma non credo valga lo stesso per te.
Quando arriviamo, i miei genitori sembrano in preda a crisi di nervi collettiva.
Mio padre parla a raffica, abbraccia Bella, le prende la borsa, dà una pacca su una spalla a me, ride, tutto contemporaneamente. Parla ancora, sembra ubriaco.
Mia madre si presenta, bacia Bella commossa, ridacchia imbarazzata, l'abbraccia.
Questa giornata sarà interminabile, sono già a disagio.
Ci sediamo a tavola e la mia mano, dotata di vita propria, va sulla mano di Bella, al centro del tavolo. Lei solleva in alto le dita e le intreccia alle mie, con tranquillità, senza guardarmi e senza smettere di parlare con mio padre. Se la intendono alla perfezione, i due avvocati. Parlano la stessa lingua, il burocratichese.
Mia madre guarda le nostre mani e mi sorride commossa. Non sta nella pelle dalla gioia.
Quando mi alzo per andare in cantina a prendere una bottiglia di vino nero che Bella preferisce, mi segue con una scusa.
-Che bella che è, Edward.
Sorrido.
-Sì, è molto bella. Fuori e dentro.
-Sono felice per te.
L'abbraccio e le bacio i capelli. Ha sempre lo stesso odore che aveva quando da piccolo mi consolava per un ginocchio sbucciato e affondavo il mio naso moccioloso nel suo collo.
Ripartiamo che è quasi buio e Bella accetta da mia madre gli avanzi che scalderemo per cena. Mi passa i sacchetti. Prende sorridendo dalle mani di mio padre due bottiglie del vino che le piace. Ringrazia con calore. E' a suo agio.
Quando riesco a mettere in moto ho un'emiparesi alla faccia e sono sfinito.
Lei mi guarda e ride.
-Teso?
Come cazzo faccia non lo so.
-Si vede così tanto?
-No, ti esce soltanto del fumo dalle orecchie.
Rido anch'io e mi sento già meglio.
-Grazie comunque- aggiunge.
-Di averti portata nella fossa dei leoni?
-Scemo. Di non aver detto chi sono.
-Uhmm, mio padre sarebbe orgoglioso di sapere che suo figlio ha sedotto un...puma contorsionista.
Ride di gusto.
-Sul serio. Grazie.
-So che non vuoi essere trattata come una benefattrice.
Ride di nuovo.
-Non mi si addice. Una benefattrice si sacrifica. Io invece...la do via volentieri!
Non mi sto divertendo più.
-Solo a te ora, certo. Scemo di nuovo.
Faccio gli occhi storti e caccio fuori la lingua da un lato. E mi diverto di nuovo.

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