giovedì 24 marzo 2016

CAPITOLO 24



Apnea
Mi decido al ricovero in ospedale per quindici giorni dove affronto la terapia disintossicante e le sedute psicologiche. E' come dire che mi lavano il sangue e il cervello.
Durante i primi giorni sono una bestia in gabbia. Sempre più incazzato, sempre più muto.
Poi inizio a sciogliermi e parlo anche un po'.
Un giorno durante una seduta, racconto una storia in terza persona. Fanno tutti così qui, ed anche se mi sembra una grandissima cazzata, visto che tutti sappiamo che chi parla parla di sé, mi adatto. Però gioco con il protagonista. Così mi diverto, se no che noia.
-Voglio raccontare una storia anch'io. E' la storia di Peter Pan, che viveva nell'Isola che non c'è, felice e beato. Il destino di Peter era quello di non diventare mai grande, avrebbe giocato, riso e saltato fino alla morte, senza crescere mai. A cinque anni infatti si ammalò e sarebbe dovuto morire, ma degli elfi buoni e coraggiosi lo salvarono e riscrissero per lui un altro pezzo di esistenza. Peter ricominciò a giocare libero e felice, credendo che il buio non sarebbe mai più tornato ad inseguirlo. Crebbe e stava quasi per diventare un uomo, quando il Destino si ricordò di nuovo di lui, e della sua vita che gli apparteneva. Così cercò di nuovo di prenderlo, e di nuovo Peter stava per soccombere, ma ancora una volta fu salvato dagli elfi buoni, con l'aiuto di una fata mascherata. Peter guarì e sconfisse il suo Destino, ma rimase convinto che da solo non avrebbe mai potuto sconfiggerlo, e che quello stesso Destino avrebbe sempre cercato di ghermirlo, per tutto il resto della sua esistenza. Peter non riuscì più a divertirsi saltando e giocando ed imparò a camminare guardandosi sempre indietro, che non ci fosse il suo Destino ad inseguirlo. Non era molto coraggioso il nostro Peter, e lungo la strada si aggrappava sempre a qualcosa, per avere un aiuto in caso di bisogno. Si aggrappava a fili d'erba che non tenevano. Si arrampicava su rami d'albero che si spezzavano. Si sedeva su zolle di terra molle che sprofondavano. Non riusciva mai a sentirsi tranquillo.
Faccio una pausa e bevo un sorso d'acqua, mentre tutti mi guardano in attesa di sentire il resto.
Ho le pause interessanti. Mi viene da ridere. Sono un uomo in pausa, interessante.
Proseguo a braccio, da qui in poi in parte invento. Chissà se il grande fratello capirà che mi sto psicanalizzando da solo, improvvisando.
-Un giorno rincontrò la fata e fece insieme a lei un pezzo di strada, provando a saltellare. Ma a causa della sua abitudine, si appoggiò troppo a lei che era eterea, ed entrambi caddero. Lei riuscì a salvarsi dispiegando le sue ali trasparenti e volando in alto, Peter invece sprofondò in un fosso buio e maleodorante. E rimase lì, a cercare di risalire, grattando con le unghie la terra dalle pareti del fosso, cercando inutilmente di aggrapparsi ai resti delle radici intorno a lui, ferendosi e sentendo freddo. Fine della storia di Peter Pan.
Qualcuno inizia un timido applauso, seguito da altri, poi da altri ancora. Alla fine applaudono tutti, pure il grande fratello, che mi si avvicina.
-Se Peter smetterà di attaccarsi alle radici marce, forse riuscirà a risalire.
Rido amaro.
-Dice che si tratta solo di scegliere le radici giuste?
-Dico che Peter deve inventare qualcosa per non rimanere per sempre laggiù.
Tipo pisciare sulla terra smossa per renderla compatta e poterla scalare senza scivolare? Vorrei dirgli, ma taccio. Tempo sprecato con gli strizzacervelli. Non capiscono un cazzo e si credono Dio.
Ne avevo uno con cui parlavo quando cinque anni fa ero in ospedale. Lo prendevo per il culo e disegnavo sempre paesaggi desolati usando pennarelli neri, grigi e marroni. Mi divertii tantissimo in quelle sedute. Ma il cretino si preoccupò e chiamò mia madre e mio padre dicendo loro che avevo tendenze suicide.
Dovetti ammettere che lo facevo apposta e che in realtà sognavo di disegnare prati verdi e cieli azzurri. Mi salvai dal dovuto rimprovero solo perchè ero malato e compassionevole. Me la sono sempre cavata così, ora che ci penso.
Sorrido al grande fratello, che però mi guarda con una faccia indagatrice. Forse ha capito cosa penso di quelli come lui?
Mi chiede di disegnare il fosso in cui è caduto Peter Pan.
Questo mi fa scappare un sorrisetto. Devo cercare un pennarello marrone, o nero, meglio. E' il colore della terra del resto, no?
Lascio perdere i miei giochetti, non ce n'ho per il cazzo oggi.
Disegno una “u” lunga e stretta con la penna, e sul fondo ci schiaffo un omino stilizzato, in piedi.
-Lui è Peter Pan- dico e lo guardo con sfida. E che cazzo capisci da ciò, stronzo?
Lui sorride, mi prende la penna e accanto disegna una piramide a gradoni rovesciata. Sul fondo lo stesso orribile omino.
-Se Peter Pan scavasse dei gradini nella terra e ne salisse uno alla volta, forse riuscirebbe a salire in cima senza scivolare- mi dice con ovvietà.
Minchia! Ho beccato l'unico strizzacervelli normodotato dell'universo.
Decido che da oggi lo rispetterò. Ha ragione e merita la mia stima.
Ogni tanto viene a trovarmi l'architetto che mi sostituisce nel mio periodo di “vacanza forzata”.
Tanto per cambiare è uno che non capisce granchè, ha poca inventiva e viene a chiedermi anche le cose più ovvie. Però disegna bene e sta ultimando molti dei progetti che ultimamente la mia amica bottiglia mi aveva fatto trascurare.
A volte vengono i miei.
Sono tornati anche oggi pomeriggio.
Mia madre è la solita romantica. Se non fosse che l'amo con tutto il cuore, riderei di lei.
-Bella non ti ha mai chiamato?- mi chiede.
-Avrebbe dovuto?
Non risponde ma scambia uno sguardo eloquente con mio padre.
-Se volete esco, così parlate più comodamente usando le parole anziché segnali con gli occhi.
-Hai ragione Ed, scusa. Si tratta di questo: da quando sei qui, sentiamo Bella quasi ogni giorno.
-Ah. E posso sapere cosa vi dite? O è segreto di stato?
-Nessun segreto. Lei vuole sapere come stai e noi chiediamo come sta lei.
-Amiconi, quindi.
Capiscono che hanno ricominciato a girarmi i coglioni e tacciono. Il mio carattere è questo. Proprio tanto lontano dall'albero una mela non cade, no?
Parliamo ancora qualche minuto del più e del meno, poi se ne vanno. Tra cinque giorni esco, uomo nuovo.
Cazzo, di nuovo. Sono stato rinnovato più volte io che la carta riciclata. E finiamola, no?
Rifletto sulle ultime interessanti novità. Vuole sapere come sto. Che significa? Le interessa qualcosa di me, o vuole solo sapere quanto e se può fidarsi del padre di suo figlio? Per che farsene?
Vuoi sapere come sto? E perchè non chiami me?
Provo a chiamarla io, ma l'utente non è raggiungibile.
Sto per sbattere in terra il cellulare. Invece mi trattengo. Wow, che miglioramenti!
Leggo un libro del cazzo per una mezz'ora. Poi riprovo.
Mi risponde al terzo squillo. Voce festosa. Anche la mia, come se avessi un palo piantato su per il culo.
-Ciao, Edward.
-Ciao. Come va?
-Bene, grazie. Sono contenta che hai chiamato.
Farlo tu no, eh?
Mi legge nel pensiero e mi risponde.
-Avrei voluto farlo io tante volte, poi mi è mancato il coraggio.
Resto indeciso se dire una cattiveria o essere sincero, così taccio e ascolto.
-Mi dispiace per la denuncia.
-E' stato un incidente, Bella. Tu sai che non ti farei mai del male.
-Lo so. Ma è così quando sei in te. Di una bottiglia si dice che non ci si possa fidare.
-Non berrò più.
-E' un impegno o solo una speranza?
-Un impegno.
Hanno smesso di girarmi i coglioni. Come fa?
-Ne sono felice.
Per me. Per te. O per noi?
-Per te- mi precede, mentre ancora sto pensando se farle o no la domanda.
Non ho imparato un cazzo. Non ancora. Non parlo quando dovrei, e parlo a vanvera quando sarebbe meglio tapparsi il buco, anziché cagare fuori stronzate.
-Ho ritirato la denuncia.
Resto in apnea.
-Ho litigato con mio padre per questo. Lui dice che ha visto tanti casi simili. Una donna su tre viene uccisa per aver sottovalutato le prime avvisaglie dell'orco nel suo compagno. Ma io so che tu sei buono.
La sento sorridere ed io mi sciolgo.
-Sei un buono sotto copertura. Un riccio dotato di aculei pericolosi.
Ho un aculeo in questo momento che se lo vedessi lo giudicheresti pericoloso davvero, gioia!
-Sono carini i ricci. Hanno un musetto simpatico- dico. Sembro cretino. Adesso le canto una canzoncina. Ma quanti anni ho?
-Esco tra cinque giorni. Potremmo vederci- butto là.
Sono ancora in apnea. Devo aver quasi stabilito il nuovo record mondiale.
-Verrei volentieri, ma sarò a Boston per lavoro.
Boston è lontanissima.
-Starai via molto?
-Il tempo necessario. Mi paga una società di marketing, per seguire legalmente tutte le pratiche e gli accordi nella difficile fusione con un'altra società. Forse un mese, forse di più.
-Quando parti?
-Giovedì mattina. Ho l'aereo alle nove.
Oggi è martedì. Non riuscirò a rivederla, a meno che...
-Vieni a trovarmi, domani.
-Non ce la faccio proprio. Ho diversi appuntamenti in giornata e...
-Non fa niente, non preoccuparti.
-No. Aspetta, lasciami parlare. Sul serio, verrei. Non posso davvero. Mi dispiace.
La voce sembra sincera.
-Edward?
-Dimmi.
-Scusami.
Io scusare te, gioia? E perchè?
-Scusami tu, anche se ammetto che è molto difficile.
-Non è difficile. Abbiamo sbagliato entrambi- concede.
Fa una pausa e sospira. -O forse più io.
-Potremmo provare a mettere una pietra sopra a tutto e ripartire, con più sincerità.
Sorride, la sento.
-Prendiamoci del tempo per noi stessi. Per riflettere, per capire. Per analizzare.
-Analizzare? Oddio, questa parola la odio. Qui mi analizzano anche se mordo un'unghia distratto!
-Hai ragione, scusa.
-Non scusarti. Non fa niente. Ero io a bere, mica tu. E quindi sono io da analizzare.
Amare vuol dire non dire mai “mi dispiace”, dove l'ho letta questa frase?
Qua ci stiamo scusando entrambi, quindi non c'è amore. Non c'è più o non c'è mai stato?
A questo punto sarebbe essenziale capirlo.
Prende fiato, poi riprende.
-Ieri sono stata dal ginecologo.
Un uomo? Un ginecologo donna non c'era? E' sempre la storia della mela e dell'albero, non cambierò mai.
Aspetto che prosegua, per fortuna riuscendo perfino a tacere.
-Tutto bene. Cresce. Dall'ecografia lo vedevo mentre si succhiava un ditino. Era seduto sul fondo del mio utero a gambe incrociate. E' una cosa incredibile.
Ride tesa. Io invece mando giù un grumo di commozione.
Avrei voluto esserci.
Forza Cullen, parla.
-La prossima volta mi piacerebbe esserci anch'io.
-D'accordo. Te lo farò sapere.
Una pausa imbarazzata.
-Devo andare ora. Ho un appuntamento.
-Certo. Scusa. Buona serata, Bella.
-Anche a te, Edward.
Riattacchiamo e resto a guardare il cellulare come se potesse dirmi le sue impressioni.
Cinque giorni dopo è mio padre a venire a prendermi, all'uscita dall'ospedale.
E' una bella giornata di sole e gli uccelli cantano.
Canterebbe volentieri anche il mio, ma non è un usignolo. Canta meglio in compagnia che in assolo.
C'ho l'idea fissa, c'ho.
Per la strada gli racconto che ho sentito Bella e che so che ha ritirato la denuncia.
-Lo so. E' arrivata una notifica anche a me, per conoscenza.
-Posso andare dove voglio quindi, giusto?
-Sì. Ma restano le due denunce per ubriachezza, quindi vedi di non fare altre cazzate, Edward. Okay?
-Tranquillo. Sono al secondo gradino, sarebbe stupido tornare indietro adesso.
-Secondo gradino?
-Una metafora. Non preoccuparti. So quello che faccio.
Scuote la testa e non sembra convinto.
Non mi chiedo perchè. Ho diversi difetti, ma tra questi non c'è la stupidità. Come potrebbe papà essere convinto che io sappia quello che faccio? Sarebbe una novità.
Bene, ti sorprenderò.
In ufficio riprendo la vita instancabile di sempre.
Lavoro, mi incazzo, lavoro.
La sera a casa mi scasso le palle in un modo orribile. Ma la gente che non beve e non scopa come cazzo le passa le serate?
A volte torno in ufficio preso dallo sconforto.
Una sera sono tornato al pub ed ho visto Rose.
-Ciao, Cullen. Redento?
Certo che questa è proprio stronza, che ci trova mio fratello?
So che continuano a vedersi. Quando c'è qualche festività lei parte e va da lui. E ogni qual volta il Gran Premio è in qualche località americana, lui le chiede di raggiungerlo.
Sorseggio un analcolico pensando che fa proprio schifo e mi guardo intorno.
Ad un tavolo in fondo noto il lombrico sbiadito, in compagnia.
La ragazza mi sembra di conoscerla. Mentre li guardo lei dice qualcosa a Hale e lui si gira. Alzo il bicchiere in segno di saluto, sorridendo.
Mi sento bendisposto verso il prossimo recentemente, fa parte della redenzione.
Lui fa altrettanto e intanto riconosco la ragazza in sua compagnia. E' Alice, la segretaria di Bella.
Si è dato da fare l’avvocato. Hai fatto bene. Bella non è alla tua portata, e la segretaria è piuttosto carina, anche se sorride un po’ troppo. Ha la sindrome allegra di Eric.
Sento Bella spesso in questi giorni.
E' soddisfatta del suo lavoro, anche se è un po' stanca.
-Non esagerare. Pensa che dovresti...
-Sì, va bene. Riposare per due. Mangiare per due. Tutte cazzate, Edward.
-Può darsi. Tu però abbi cura di te.
-Anche tu, Edward, anche tu.
-Tranquilla, ba…Bella- non cagare Edward, per favore. –Mi coccolo a tutto spiano ultimamente.
Sapessi che seghe infatti. Da Nobel.
-Bravo. Ci provo anch’io.
A farti le seghe?
-Ma è così noioso qui. Qualche aperitivo con conoscenti di questi giorni, un po’ di shopping. Ma non voglio comprare abiti premaman, e chissà che taglia avrò, dopo.
Sarai stupenda come sempre. Sto divagando, e brucio, a causa della torcia in mezzo alle gambe.
-La pancia come va?- trattengo il fiato.
-Un terremoto. Penso di aver ingoiato un pacco di caramelle da bagno al bicarbonato. Friggono tutte insieme!
Ridiamo.
-Si muove molto?
-Muoversi è un eufemismo. Secondo me è un calciatore. Oppure un maniaco dell’ordine e lì dentro fa le pulizie di primavera. Deve esserci un casino…
Rido e mi sento leggero come se avessi bevuto.
-Sei ancora in analisi?
Questo argomento mi fa incazzare.
-Sì- rispondo secco.
-Argomento tabù?
Sbuffo.
-Ok. Cambio. Mangi sempre come un disperato?
-Di più adesso. Sto ingrassando come un orso prima del letargo.
-Partoriremo insieme?
-Forse prima io.
Ridiamo di nuovo.
-Quando scade il termine?
-Fra tre mesi esatti. Se il terremoto non esce prima.
Andiamo avanti così a chiacchierare leggeri. Nuotiamo in superficie, bracciate calibrate, movimenti lenti.
Ci stiamo studiando. E nel frattempo ci avviciniamo.
Ci penso da due ore. Sdraiato nel letto, con gli occhi aperti come se fosse mezzogiorno.
Eppure qualcosa non mi quadra.
Lei sembra sospesa. Come chi è sul punto di dirti qualcosa e non riesce a farlo.
Il suo ermetismo mi spiazza. Mi ha sempre spiazzato.
Mi ha cercato, mi ha irretito, mi ha ammaliato.
Ha cercato un figlio, con l’idea di plasmarmi un futuro.
Non mi sono comportato come lei avrebbe desiderato e mi ha preso a calci per giorni, settimane. Lo meritavo, va bene.
Mi ha denunciato. Forse meritavo anche questo.
Poi di colpo, gira il vento. Chiama i miei, si interessa a me, ritira la denuncia.
Ultimamente, quando ci sentiamo sembriamo quasi una coppia normale, un po’ in crisi, ma che cerca di recuperare.
E questa sensazione di sospensione.
Cos’altro c’è Bella? Chi altro sei?
Guardo l’orologio ma è l’una di notte. Lei starà dormendo, non posso chiamarla.
Però non voglio più rimandare, quando ho in mente di fare qualcosa.
Non voglio più fare stronzate con te.
Sono al terzo gradino. Ho imparato a pensare ed agire.
Le mando un messaggio.
Sicura che va tutto bene?

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