martedì 22 marzo 2016

CAPITOLO 8






Quartetto d'archi
Siamo in macchina, stiamo andando a casa dei nostri genitori. Mi sono preso mezza giornata di ferie. Speriamo che il cretino non combini disastri incommensurabili durante la mia assenza. Eric ha la capacità di incasinare le cose semplici e rendere disperate le situazioni complesse. Un'arte tutta sua. Che vale tutta la mia voglia di prenderlo costantemente a calci in culo.
-Com'è andata allora?
-Francamente non lo so.
Rido.
-Sconvolto?
-Fatto. Drogato. Ubriaco. La tigre m'ha steso. Tu?
-In piedi, ma barcollante.
-Qual è meglio delle due?
-Non saprei. La tigre non la conosco. Dovrei farci un giro.
-Possiamo fare uno scambio.
-Scordatelo.
-Certo. Con te è sempre la solita storia. Come da piccoli. Quello che è mio è anche tuo, quello che è tuo è solo tuo.
Rido.
-E' la triste sorte del fratello minore, Emm, fattene una ragione.
-Mi tengo la tigre allora. E niente scambio.
-Quelle due hanno organizzato qualcosa per stasera.
-Ti avviso. Finchè fanno loro, va tutto bene. Ma se disgraziatamente mi trovo le tue mani addosso, te le amputo, chiaro?
-Ma che sei matto? Che schifo. Già vederti nudo col tuo ciondolo...
-Un ciondolo perfetto.
-Meglio il mio.
-Ti ricordi quando lo misuravamo?
Rido di nuovo.
-E quella volta che abbiamo provato a pesarlo sulla bilancia da cucina della mamma?
-Deve saperlo ancora adesso! L'avrebbe disinfettata fino a consumarla.
-Invece noi, una passata di carta igienica e...voilà!
Ridiamo.
Con mio fratello si potrebbe ridere per giorni. E parlare per ore senza dire un cazzo. Solo scemate.
Ho recuperato il rapporto con lui. Ci sentiamo spesso e parliamo di tutto.
Durante la mia malattia aveva paura di parlarmi e faceva solo battutine.
Mi girava alla larga, probabilmente per paura di vedermi sparire da un momento all'altro.
Non che fossi stato poi molto lontano dallo sparire.
Dopo il trapianto, due mesi di isolamento quasi totale, in ospedale, in attesa che le difese si ricreassero, che il midollo ripartisse. Che la mia vita riprendesse.
Niente amici, niente visite.
Veniva mia madre, si metteva camice, babbucce, mascherina, cuffietta e stava con me qualche ora. Mi parlava, mi imboccava, mi puliva con pezzuole di morbido cotone. Mi lavava con quelle pezzuole.
Avevo la pelle così delicata e sottile che si lacerava per un nonnulla.
Mi passava crema idratante ovunque, come quando ero neonato.
Usava un tocco così delicato che mi commuoveva. E mi parlava. Di tutto. Di me quando ero piccolo. Di mio fratello.
Del lavoro di papà. Di lei. Delle loro giornate senza di me. Di cosa avremmo fatto quando fossi tornato a casa.
Quando finalmente tornai a casa, in ottobre, mi fece trovare la casa addobbata come per la festa di compleanno di un bambino delle elementari.
Poveretta. Era talmente felice che avrebbe preso la luna e l'avrebbe appesa al soffitto per farmi un regalo speciale.
Mi ripresi, molto lentamente. Iniziai a stare in piedi sempre più a lungo. A stare sveglio sempre più a lungo. A mangiare pasti normali e non più ogni due ore e solo omogeneizzati. Sparirono le afte che rendevano difficile anche ingoiare l'acqua.
Smisi di essere raffreddato quattro giorni a settimana.
Tossii ancora per un anno. Poi passò anche la tosse.
Ricrebbero i capelli e smisi di utilizzare quell'orrendo berretto di lana.
Smisi di avere sempre freddo, di avere sempre male alle giunture.
Ripresi a fare qualche esercizio, prima in casa, con mio fratello. Qualche peso.
Poi piscina. Infine mi iscrissi ad un corso di karate.
Tornarono i muscoli. Ricominciai ad uscire la sera. A bere qualche birra. Ad andare dietro a qualche ragazza.
Ma non era più come prima.
Non sapevo più divertirmi.
La vita era diventata preziosa ai miei occhi. Mi dispiaceva buttarla nell'alcool, nelle droghe, anche leggere.
Ero un pesce fuor d'acqua. Una mosca bianca.
Facile invece dedicarmi anima e corpo al lavoro.
Partecipai ad un concorso per giovani architetti indetto dal team di Lorenzo Piano. Lo vinsi.
Entrai così nel suo staff, lavorando a vari progetti e facendomi un nome tra i colossi dell'architettura e del design.
In breve ebbi nome e fortuna da mettermi per mio conto, guadagnare da vivere bene e concedermi più di un capriccio.
Insieme ad altri cominciai a frequentare club privati dove socializzavo facilmente con tutti e conobbi varie ragazze. Mi ripresi da secoli di astinenza sessuale.
I controlli avvenivano una volta al mese all'inizio. Ogni volta trattenevo il fiato e sudavo freddo per il terrore che scoprissero di nuovo il tarlo della malattia, in qualche mio organo, o di nuovo nel mio sangue. Un supplizio.
Ancora oggi nei giorni dei controlli sono una bestia feroce, teso ed isterico.
Sfido io.
I medici mi dicono sempre “ Tutto ok, Cullen. Sei tornato una roccia. Alla prossima volta. Non fartele tutte, eh? Lasciane qualcuna anche a noi”
Li guardo e rido, ma dentro di me li mando tutti a fare in culo.
E' facile pensare di convincere il povero stupido Damocle che la spada sulla sua testa non cadrà, non lo colpirà.
Ma Damocle avrà sempre la fottutissima, maledettissima paura che la spada invece cada e lo colpisca a morte, nel momento migliore, o peggiore, dipende dai punti di vista.
In questi cinque anni sono tornato a ridere, scherzare, bere anche, quasi ubriacarmi. Ma sempre senza perdere completamente il controllo. Non posso perdere d'occhio la spada sulla mia testa. Devo essere attento. Non voglio farmi cogliere di sorpresa, l'ho già detto.
Adoro le donne. Soprattutto quelle belle, eleganti, intelligenti, abili a letto. Quelle come Isabella insomma.
Ma rapporti seri, convivenza, matrimonio, no grazie.
A che fine? Con quale scopo?
Osservo spesso mio padre e mia madre che dopo una vita insieme guardano ancora la tv vicini sul divano, lui con un braccio intorno alle spalle di lei, lei con la testa abbandonata sulla spalla di lui.
Mi piacciono. Sono adorabili. Mi danno gioia e tranquillità.
Mi fanno una profonda invidia.
I miei amici ad uno ad uno si sono fidanzati, poi sposati.
Molti hanno bambini.
Damocle ha gli spermatozoi atrofizzati dalla radio. Me l’hanno detto.
Niente bambini.
Si possono adottare. Balle.
Damocle desiderava un bambino in cui cercare gli occhi di sua madre, le mani di suo padre, la risata di suo zio, i capelli di suo nonno.
Damocle desidererebbe invecchiare accanto ad una donna come sua madre, che ancora chiama “amore” suo marito, dopo trentacinque anni insieme.
Damocle le donne può scoparsele.
Può divertirle. Può divertirsi.
Offrire loro cene, serate a teatro. Vacanze piacevoli.
Ma non può offrire una vita. Un futuro.
Io sono oggi. Allegro, ricco, in salute. Domani magari sarò di nuovo una larva. Un poveraccio che tutti guarderanno con compassione.
Non voglio nessuno vicino quando quel momento arriverà.
Sono guarito, dicono.
Certo. Come la prima volta.
Ed appena mi sono sentito tranquillo, è stato un attimo. La mia simpatica amica me l'ha messo in culo dolorosamente.
Stavolta possono dirmi fino allo sfinimento che sono guarito.
Sto all'erta. Non mi faccio cogliere alla sprovvista. Da nessuno. Neanche da te, amica dal nome dolce.
Leucemia. Sembra quasi il nome di un fiore. Il nome di un fiore raro.
Un nome maledetto, odiato e temuto.
-Ed? Dove sei con la testa? E' un po' che ti chiamo.
Mio fratello mi distrae dalle mie solite paranoie.
Siamo arrivati.
Mia madre e mio padre ci vengono incontro sorridenti.
Baci, abbracci, battute, risate. Un pomeriggio in famiglia, pieno d'affetto. Piacevole.
Contribuisco anch'io, ma mi sento stonato.
Sono una nota grave in un accordo di note acute. Un grido in una chiesa silenziosa.
Una mosca bianca, infatti.
Vorrei essere come tutti gli altri. Non è così. E non posso farci un cazzo di niente.
§§§
Torniamo a casa mia che sono quasi le 19.
Ci prepariamo un aperitivo ed accendiamo la tv.
Mezz'ora dopo, suona il campanello.
Vado ad aprire e vengo investito da due nuvole di profumo.
Diverse. Intense.
Una nuvola bionda. Occhi azzurri. Bella, come l’immaginavo. E’ la ragazza che nella foto è abbracciata ad Isabella.
L’altra bruna, sorridente. Occhi scuri. Il mio sole nero.
Mi dà un bacio lieve sulle labbra.
Saluta Emm.
Entrano e si accomodano.
Offro anche a loro l’aperitivo.
-Spero vi piaccia mangiare orientale – dice Isabella.
Annuisco, mentre Emmett grida un “Certo bellezza”.
Si sta allargando con la confidenza. Mi dà vagamente sui nervi.
Forse ha ragione che sono sempre stato molto possessivo.
E’ un difetto? Anche se, io sono così.
Le ragazze dicono di doversi preparare e di aver bisogno di bagno e camera.
Allargo le mani e dico di fare come a casa loro.
Spariscono e sentiamo le loro voci ridacchiare in camera mia.
Dopo dieci minuti suonano di nuovo alla porta. La cena, forse?
Non faccio in tempo ad alzarmi che Isabella arriva scalza, correndo. Indossa una vestaglia che le si apre e fa vedere tutto il suo meraviglioso corpo nudo.
Mio fratello si aggiusta il cavallo dei pantaloni ed io sono decisamente infastidito.
Non so se questa serata mi piacerà.
Isabella paga e chiude la porta con il piede, portando buste e vassoi in cucina.
Arriva anche Rose, anche lei in vestaglia, recando in mano due foulard di raso, neri.
-Dobbiamo bendarvi- dicono.
Guardo torvo Isabella. Sa che non mi piace trovarmi limitato o costretto. E che detesto il buio.
Mi viene vicino e mi accarezza i capelli.
-Fidati di me. Non te ne pentirai. E’ solo per poco tempo. Ci prepariamo e voi non dovete guardare. Poi vi diremo di togliere le bende, ok?
Annuisco e le strappo un bacio umido e duro, da arrabbiato. Mi lascia fare.
Ci bendano. Siamo distanti. Io e Emm nelle due poltrone di fronte al tappeto. C’è il divano a separarci.
Sento fruscii di carta e borbottii sommessi. Isabella e Rose parlano tra loro. Passi felpati vanno dal salotto alla cucina e viceversa.
Poi sento il rumore di un accendino, più volte, e mi irrigidisco.
Infine silenzio.
La voce di Isabella che dice:
-Togliete pure le bende.
Me la strappo via. Emmett fa lo stesso.
Intorno a noi candele accese ovunque. Le ragazze distese sul tappeto. Completamente nude. Disposte speculari. Parallele una all'altra. Dalla parte dove una tiene la testa, l'altra ha i piedi.
Mi tiro leggermente su. Mi sento teso. E non solo sul cavallo di pantaloni.
Emmett ridacchia. E’ su di giri, lo vedo, ma molto più rilassato di me.
Rose fa partire la musica dello stereo. Musica ipnotica, da lap dance.
Un cd che devono avere portato loro.
Accanto ai loro corpi sono disposte ciotole e vassoi.
Si muovono lentissime, in slow motion. Isabella allunga una mano e cattura un boccone da uno dei vassoi, lo intinge in una ciotola e lo posiziona sulla pancia di Rose.
Rose fa lo stesso sul corpo di Isabella.
Poi un altro boccone su uno dei seni. Rose fa lo stesso.
Poi sull’altro seno.
Continuano così, in silenzio, finchè i loro corpi sono quasi completamente pieni di cibo.
-Potete avvicinarvi…
Emmett scatta in piedi come un soldatino bavarese.
A me scappa da ridere. Queste due sono dinamite per i nostri ormoni.
Mi sento come se avessi assunto un intero blister di Viagra.
Mi avvicino dal lato di Isabella.
-Mangiami- mi dice –ma senza usare le mani.
Ed infatti mi chino a mangiare, leccare, succhiare, mordere.
Salse dolci, piccanti, acidule. Bocconi di carne e bocconi di pesce.
Bocconi di verdura.
Guardo Emmett fare lo stesso. Con la lingua deve fare solletico a Rose perché lei ridacchia sommessamente.
Isabella invece è seria. Mi guarda concentrata. Gli occhi sono il solito pozzo dei desideri. I miei. I suoi. Tutti i desideri del mondo in quei due laghi neri.
Potrei perdermici. Vorrei perdermici.
Perché non posso in fondo?
Non ci voglio pensare ora. Dovrò farlo. Analizzare. Parlare. Chiedere. Comunicare. Che fatica.
Ma ora no.
Chiudo gli occhi e lecco ogni residuo di salsa.
Lecco i suoi seni, meticolosamente.
Lecco il suo collo, minuziosamente.
Lecco la sua pancia, avidamente.
Lecco il suo meraviglioso monte di Venere e lei si inarca, geme, mugola.
Quando le inserisco due dita dentro grida di piacere e viene sulla mia mano, contraendosi e chiudendo le sue gambe attorno al mio polso.
Riapro gli occhi e vedo più in là mio fratello che mi guarda e sorride compiaciuto.
Poi chiude gli occhi e si dedica a Rose.
Isabella si tira leggermente su, la faccia arrossata, la pelle segnata dai miei morsi. Mi sorride e comincia a spogliarmi.
Quando ha finito mi fa stendere al suo posto e ricopre il mio corpo come prima ha fatto con la sua amica.
Poi inizia lentamente, minuziosamente, avidamente a mangiare su di me.
E’ una sensazione fantastica.
Il contrasto tra i bocconi freddi rispetto al mio corpo, tra le salse che colano sulla pelle e la ruvida lingua bollente che le raccoglie è un mix indescrivibile di sensazioni.
Non credo che il mio uccello sia mai stato più duro di così.
Tendo le dita dei piedi, al culmine dell’eccitazione e lei continua a leccare, succhiare, mordere.
Poi sinuosa, a suo agio come fossimo soli, si sposta su di me e mi infila dentro di sé, iniziando a cavalcarmi lentamente e sussurrando una nenia dolcissima che sa di vita. Che sa di lei. E che mi commuove fino in fondo allo stomaco.
-Vieni con me, Edward. Mio Edward. Mio dolcissimo Edward. Amatissimo Edward.
La sento così tanto che non riesco più a pensare.
Mi lascio andare e pulso dentro di lei a lunghi fiotti mentre mi sembra di gridare delle parole.
-Isabella. Amore.
L’ho detto davvero?

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