martedì 22 marzo 2016

CAPITOLO 3



Cinque anni prima
Controllo l'orologio e poi la flebo. Sto ascoltando musica già da un'ora e la flebo è scesa solo della metà. Il tempo qui dentro non passa mai.
Invece la nausea sta salendo, in maniera inversamente proporzionale al liquido della flebo. Proprio vero che la matematica è in ogni aspetto della nostra vita.
L'infermiera entra a controllarmi e mi sorride. Che cazzo c'è da ridere? Se ti vomito addosso scommetti che smetti di ridere?
-Tutto bene, Signor Cullen?-mi chiede.
-Un vero godimento, grazie. Sto per avere un orgasmo.
Lei spegne il sorriso ed esce, senza aggiungere una sola parola. Benissimo.
L'ironia è sempre stata una delle mie armi migliori. Ci ferisco la gente. Mi ci diverto. Ci gioco con chi non capisce e mi guarda allibito. Ci testo l'intelligenza delle persone. Infatti per lo più non capiscono. Spesso credono che scherzo e ridono. Allora li ferisco ancora di più. Altre volte cercano di rispondermi a tono, ma non c'è niente da fare. L'ultima parola è sempre la mia.
Vale anche per te, malattia del cazzo. Ti sconfiggerò, perchè io sono Edward Cullen e non perdo. Mai.
Dopo un'altra mezz'ora sono sfinito. La nausea non riesco quasi più a controllarla, ma non chiamerò quella stronza infermiera per portarmi una bacinella.
Devo concentrarmi per non vomitare e penso. Ricordo.
Quando ero piccolo d'estate andavo con la mamma a trovare i nonni. Fu quando avevo cinque anni che mi ammalai per la prima volta.
Fu la nonna ad accorgersi che qualcosa non andava in me. Non avevo appetito, ero sempre stanco, la sera avevo sempre qualche linea di febbre.
Mi portarono a fare le analisi e mi ricoverarono lo stesso giorno.
Allora non mi spiegarono perchè dovessi stare sempre in ospedale, con la flebo attaccata al braccio, né perchè la nausea non mi passasse mai.
Dopo qualche settimana persi tutti i capelli e una mattina, mentre fingevo di dormire, rannicchiato nel lettino dell'ospedale, vidi mia madre piangere mentre mi accarezzava.
Pensai che stavo per morire e ne fui contento. Tutti mi dicevano sempre che chi muore diventa un angelo e va in cielo. Così pensai che sarei diventato un angelo e avrei incontrato Red, il mio cane, che era morto l'anno prima e mi mancava tanto...
Furono giorni terribili, ma passarono. Guarii e tornai alla vita di sempre.
Qualche controllo ogni tanto. Tutto era sempre nella norma.
Crebbi. Arrivai al college...
Un bussare deciso alla porta mi risveglia dal torpore. E mi torna la nausea, forte come uno schiaffo.
Vaffanculo, ma chi cazzo è?
-Avanti!- parlo a denti stretti per non vomitare.
-Ciao. Scusa. Volevo chiederti se...
-Se mi vuoi fare un pompino torna domani, gioia. Oggi non sono in vena - la ammutolisco immediatamente. Lei arrossisce ed esce dalla stanza velocissima, chiudendosi la porta dietro.
E' carina, poveraccia. L'ho ammazzata. Chissà cosa voleva.
Mi viene da ridere, ma un conato più forte mi induce ad un più stretto controllo sul mio corpo. Mi concentro di nuovo e torno nel mio passato.
Un'ora dopo il calvario è terminato. Mi faccio dare due pastiglie per la nausea ed esco dalla stanza.
Dal corridoio sento un cicaleccio di bambini ed altre voci che dialogano. Che succede?
Mi avvicino incuriosito.
La ragazza del pompino è seduta a gambe incrociate per terra, nelle mani ha due marionette. Una è il lupo, l'altra Cappuccetto Rosso.
Sta raccontando la fiaba ai bambini del reparto di Ematologia. Roba da matti. Voleva invitarmi ad ascoltare le favole?
Esco ridacchiando, il senso di nausea stranamente alleggerito. Abbottono la giacca rabbrividendo e salgo sul taxi che mi riporta a casa.

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