Sogni e rivelazioni
Sono nel corridoio dell'ospedale, al reparto di Ematologia, il mio reparto.
La vedo camminarmi incontro dal fondo del corridoio. Sulla spalla destra ha un port-enfant blu. Nella mano sinistra una piccola valigia e la sua solita borsa e io mi sento le ginocchia molli.
Mi immobilizzo ed aspetto che si accorga di me. Non so come reagirà.
Può gridarmi contro. Può prendermi a schiaffi. Può farmi arrestare.
Ma non mi schiodo di qui. Non potrai passare prima che io ti abbia parlato.
Tuo figlio è anche mio. E' il sogno che ho sempre custodito in fondo al cuore. Il desiderio che ho sempre avuto e che credevo impossibile.
Fammelo solo vedere, ti prego. Solo una volta.
Potrei usare il mio potere, i miei soldi. Potrei far valere il test di paternità. Potrei trascinarti in tribunale. Non riuscirei certo a strapparti tuo figlio, mio figlio. Ma potrei ottenere di far parte della sua vita, della vostra vita. Potrei pretendere qualche ritaglio esiguo, qualche tessera del puzzle perfetto che siete.
Sento piangere mio figlio.
Hai sentito i miei pensieri? Non vuoi, piccolo? Non vuoi che crei casini? Ne ho già creati abbastanza? Hai ragione.
Sentirti piangere mi commuove fino in fondo allo stupido stomaco vuoto da stronzo ottuso che ho.
Sentirti piangere mi spinge a camminarvi incontro.
Sentirti piangere fa muovere la mia mano in un piccolo cenno verso tua madre. Perchè si accorga di me. Perchè se vuole evitarmi possa ancora tornare indietro, prendere l'ascensore ed uscire dall'altro lato.
Non lo fa.
Si ferma. Poggia a terra il port-enfant. E ti sento piangere sempre più forte.
Lei si china su di te, sposta il cumulo di stoffa azzurra e blu che ti avvolge, mentre io sono ormai arrivato da voi.
La guardo ipnotizzato. Lei mi osserva calma, senza parlare. Ma non c'è bisogno di parole.
Ce ne siamo dette fin troppe. Urlandole per non pensarle troppo.
Almeno spero che fosse così anche per te, Bella. Per me è stato così.
Ho urlato così forte che sono riuscito a non sentirmi. Per non odiarmi. Per non sentirmi più stupido di come mi sento in questo momento, con le mani vuote e gli occhi lucidi, a guardarvi. Muto, fuori da un vetro, a vedere una vita felice da spettatore. Ed è la mia, cazzo!
Lei solleva un fagottino celeste. Un fagottino che non piange più. Ha ottenuto l'attenzione che voleva.
Io tengo le mani dietro la schiena. Per non spaventarla, per non farle vedere quanto tremano e quanto vorrei usarle per riprendermi stringendo, tirando e strappando ciò che è mio.
Avvicino il viso al fagottino profumato. E lei lo gira lentamente verso di me.
Un musino rosa con due occhietti semichiusi. Una bocca piccola e tonda. Una “o” perfetta. Un nasino minuscolo, perfetto.
Fa una smorfia e mi strappa un sorriso. Tira su due respiri sonori e ricomincia a piangere. Lei se lo attira a sé protettiva e lui smette di nuovo.
Sorrido di più. E' come suo padre. Sta bene solo attaccato a lei.
-Come l'hai chiamato?- le chiedo soffiando.
-Anthony. Anthony Swan.
Ed eccolo lo schiaffo.
Swan. Ma non è mio figlio?
Vorrei chiederlo, ma taccio. E' meglio.
-E' bellissimo. Ti somiglia- dico invece.
La guardo e lei sorride.
-Posso almeno accompagnarvi a casa?- Per non lasciarli andare via così presto, inventerei qualunque cosa. Un ingorgo, un posto di blocco, una strada sbagliata, un terremoto, una guerra civile, un attacco alieno. Il mio regno per un'idea ora, subito. Per tenerli con me. Un'ora, un giorno. Un po' di tempo. Voglio continuare a guardare dal vetro. Per favore.
No.
-Mi dispiace. C'è già il taxi che ho chiamato poco fa...
-Lo mando via. Lo pago e lo mando via. Ti prego.
Tentenna. Non sa se fidarsi. Ha ragione. Ho fatto tante di quelle cazzate ultimamente che di me stesso non mi fiderei nemmeno più io.
-Ti prego. Sono sobrio. Sto bene. Sono calmo. Non vi tocco nemmeno. Giuro- sto implorando.
Sorride. Annuisce.
Tocco il cielo con un dito e volo fuori a cacciare via il taxi.
Vaffanculo a tutti gli ostacoli, fuori dalla mia vita. Giù le zampe dai miei tesori.
In un attimo ho già raggiunto la macchina, ho già messo in moto e sono davanti alla scalinata dove lei aspetta, in piedi.
Scendo e le prendo le borse e il port-enfant mettendoli dietro. Poi le apro lo sportello davanti, vicino a me.
Sorride.
-Non posso sedere davanti con lui in braccio, Edward. E nel port-enfant ha deciso che non vuole starci.
Ci credo, vorrei dirle. Sorrido ebete e sposto di nuovo tutta la roba, nel bagagliaio stavolta. Poi le apro lo sportello dietro.
Lei ride del mio imbarazzo e del mio silenzio, poi sale e si sistema il fagottino addosso. Mi sporgo per allacciarle la cintura e il suo profumo mi stordisce. Un pugno in pieno stomaco.
Se non mi calmo mi viene un infarto, me lo sento.
Giro veloce intorno alla macchina e salgo. Metto in moto e ingranando la marcia gratto un po'. Rido.
-Ho preso la patente da poco, sai.
-I segnali te li ricordi, almeno?- sta al gioco e mi rilassa. Come sempre.
Guido nel traffico, sbirciandola ogni tanto dallo specchietto retrovisore. Lei mi vede e mi sorride.
-Ti sei fatto crescere la barba.
La guardo e sorrido.
-Stai bene.
-Tu invece hai i capelli più lunghi.
-Sì, sono più comodi da tirare su.
La conversazione langue. Il fagottino è silenzioso.
-Dorme?-le chiedo.
-No. Sembra ascoltarci. Sta immobile con gli occhi aperti.
-Ti lascia dormire di notte?
Io non lo farei.
-Poco. Mangia ogni tre ore, notte e giorno. Se ne frega che ho sonno, lui. Se vuole qualcosa sa farsi ascoltare -sorride e mi guarda.
Io non ci sono riuscito.
-Lo allatti tu?
-Sì. E' una cosa magica, sai? Una connessione incredibile. Non ho mai provato niente di simile, tranne...
-Tranne?
-Niente. Però davvero, è bellissimo. Sembra guardarmi con degli occhioni fiduciosi. Succhia come se fossi la cosa più buona del mondo e posa la manina sul mio seno, con le dita aperte. E' un gesto possessivo.
Mi guarda dallo specchietto. Sta comunicando con me attraverso gli occhi.
Cosa vuoi dirmi?
Una volta ero bravo a capirti. Poi ho cominciato a perdere la strada e non sono più riuscito a farlo. Ora vacillo. Mi sembra che tu mi stia lanciando la cima di una corda, per salvarmi, perchè io possa aggrapparmi. Ma è davvero così?
Perchè se ci credo e mi sbaglio, se mi aggrappo e la cima non tiene, che ne sarà stavolta di me? Rialzarmi è sempre stato difficile.
Incontrarti e perderti è stata l'esperienza più terribile che abbia dovuto affrontare. Peggiore anche della malattia.
Vorrei qualche garanzia, ma so per certo che non me la darai.
Hai ragione. Nemmeno io la darei a me stesso.
Ho avuto in mano la chiave del paradiso. L'ho buttata via.
Ora la sto ricercando. Nessuno mi deve aiutare. E' compito mio.
Fine degli egoismi. Fine delle viltà. Fine del vittimismo.
Fine della strada. Siamo arrivati.
E ora?
Resto muto. Non parcheggio. Accosto davanti al suo portone e spengo il motore.
Scendo e vado ad aprirle lo sportello.
Sbircio il fagottino che ora sembra addormentato.
Prendo tutta la sua roba dal bagagliaio e l'accompagno fino al portone.
-Non sali?-mi chiede.
-Volentieri, se tu vuoi.
Annuisce.
Torno indietro senza toccare terra con i piedi. E cerco un posteggio bestemmiando contro l'impossibilità di far semplicemente smaterializzare una stupida macchina.
La raggiungo al piano, correndo per le scale ed arrivando mentre lei sta uscendo dall'ascensore.
Anthony sta nuovamente piangendo e lei gli sta parlando.
-Piccolino, cosa c'è? Siamo a casa sai? Ora facciamo la pappa. Non piangere, cucciolo.
Davanti alla porta c'è da cercare le chiavi nella borsa di Mary Poppins. L'ho sempre presa in giro per questo. La borsa grande, piena di cose, e le chiavi non le trova mai.
-Cerco io?-propongo.
-No, aspetta. Tieni lui- me lo sbatte in braccio, urlante e rosso di rabbia.
Trattengo il fiato, mentre lo tengo impacciato e intimorito. Se mi cade? Com'è piccolo. Se gli faccio male? Magari lo stringo troppo. La mia mano è più grande di tutto lui. Se...
-Ecco qua.
Apre la porta e mi fa strada.
Le restituisco il cucciolo. Tenerlo due minuti è già stato troppo bello. Non esageriamo.
Anthony si calma quando la riconosce.
Hai ragione cucciolo. La mamma ha un profumo buonissimo. Il più buono del mondo.
-Bella, io...
-Vuoi un tè?- mi interrompe.
-Forse una camomilla è meglio.
-Hai ragione -ride.-La prepari tu? Anche per me, grazie. Io devo allattare questa bestiolina prima che ci faccia diventare sordi!
Vado in cucina, mentre lei si accomoda sul divano, liberando dalla tutina azzurra il piccolo.
Urla sempre più forte, mentre sento che lei lo rassicura con voce dolce, canticchiando.
Poi non sento più nulla.
Quando spunto in salotto con il vassoio e le tazze, ho la fortuna di assistere al più bello spettacolo del mondo.
Lei è semisdraiata sul divano, le gambe libere dalle scarpe sul bracciolo, tiene Anthony con il braccio sinistro e lui sta succhiando voracemente dal suo seno, una manina rilassata aperta, ferma in aria, gli occhietti chiusi. L'altra mano di Bella gli accarezza leggerissima la piccola schiena.
Poggio il vassoio sul tavolino di cristallo e mi accuccio sul tappeto. Sono commosso davanti al miracolo della vita.
E riprovo a parlare.
-Grazie di avermi permesso di restare con voi oggi. L'ho apprezzato molto.
-E' tuo diritto. Visto che è anche tuo figlio.
-Beh, speravo che non fosse solo questione di diritto...
-Non esagerare, Edward. Mi fa piacere che sei qui. Mi piace osservare che sei tranquillo, posato, affidabile. Ma da qui a riconoscerti un qualunque ruolo nella vita mia e di Anthony, ce ne passa.
-Non chiedo niente. Permettimi solo di venire a trovarvi ogni tanto. Permettimi di mostrarti che puoi fidarti di me. Vuoi?
Mi guarda. Mi sento sotto esame e sudo. Di' di sì, di' di sì, di' di sì.
-Va bene, Edward. Vieni quando vuoi.
-Posso domani?
Ride, annuisce.
-E stasera?
Ride di più. -Ma sei ancora qui ed è già pomeriggio!
-Magari ti serve qualcosa dalla farmacia? O vado a prenderti una pizza per cena?
-Quella della pizza è una buona idea. Prendi anche due birre, nel frigo non ho niente.
-La prendo per te. Io non posso.
-Benissimo. Una Coca andrà meglio anche per me. Senza caffeina, se no finirà nel latte di Anthony.
Il piccolo ha finito la sua poppata e si è addormentato stremato.
-Guardalo. E' incantevole.
Mi avvicino.
La bocca semiaperta, gli cola giù un piccolo rivolo di latte. Le manine abbandonate, rilassatissimo. Sembra beato.
E' stupendo, davvero.
Ma il mio sguardo viene attirato dal seno di lei, rimasto scoperto.
E' più grande, pieno, rotondo.
E' meravigliosa. Come sempre. Di più.
Intercetta il mio sguardo e si copre, arrossendo imbarazzata.
Sono imbarazzato anch'io, al solo vedere il suo seno sto rischiando di venire nelle mutande in questo preciso istante.
Sarà dura comportarmi da bravo. Ma ce la farò. Mi ha concesso una possibilità che non meritavo, non la sprecherò.
Non voglio certo buttare via di nuovo la chiave del paradiso...
>>
Mi sveglio sudato e a cazzo dritto.
Ma è mai possibile?
Il sogno mi ha ammazzato.
Anthony.
Mi piacerebbe chiamarlo davvero così.
Era il nome di mio nonno.
Era bellissimo. Un fagottino azzurro. E lei, beh, lei era lei.
Lei è un sogno sempre. Poi è una vita che non la vedo. Poi è una vita che non scopo e sono ridotto che lo infilerei nel buco del lavandino se ci arrivasse.
Il giorno che farò di nuovo sesso, e spero vivamente sia con lei, durerò trenta secondi netti netti. Spero che mi consenta di rifarmi in un secondo round, e magari anche un terzo, se no sono finito. Ex-alcolista, geloso, possessivo, impulsivo, va bene, ma pure eiaculatore precoce no, eh?
Che strapalle. Sono solo le cinque. La notte non passa mai.
Quasi quasi mi alzo, faccio una doccia e me ne vado in ufficio.
Do un'occhiata distratta al cellulare, più per abitudine che perchè pensi di trovarci un suo messaggio.
Invece c'è.
Non riesce a dormire neanche lei?
Sono in terapia anch'io. E' giusto che tu lo sappia.
Che significa?
Scusa? rispondo.
Un attimo dopo mi suona il cellulare.
Rispondo con il cuore che pompa a mille.
-Troppi scheletri nell'armadio. Devo riuscire a seppellirne qualcuno, se non voglio essere una pessima madre per mio figlio.
Mi limito ad ascoltarla. In certi casi domande o osservazioni da parte di chi ti ascolta ti fanno perdere di vista le tue motivazioni. Io lo so bene.
-Sono troppo intransigente. Con me stessa. Con gli altri. Non va bene. Al mondo non ci siamo solo noi, no?
Continuo a tacere, è una domanda retorica.
-Sono anni che cerco di costruirmi una bolla intorno. Una bolla che dovrebbe proteggere un mondo perfetto in cui la donna perfetta, io, vive la sua vita perfetta. Poi appena un minimo di imperfezione sfiora la mia bolla, questa scoppia ed io con lei. Sindrome di Wonderwoman, la chiamano.
Fa una risatina isterica. Soffre.
Mi dispiace tanto, gioia.
Ero così preso dai miei problemi e dalle mie paure che nemmeno mi sono reso conto che potevi averne anche tu.
Ma si sa che gli uomini o fanno ragionare il cazzo o il cervello, entrambi contemporaneamente mai, e con te...mi è sempre venuto facile far funzionare il primo. Anzi, quello inizia a funzionare senza manco interpellarmi. Pure adesso devo dire che è decisamente reattivo.
Tira su con il naso, poi prosegue inarrestabile. Io perfettamente muto.
-Ci sei sempre?- mi dice.
-Certo.
Per te sempre. A costo di perdere l'uso della lingua per inutilizzo e delle orecchie per troppo uso.
Parla per un'ora, mentre mi si addormenta il braccio con cui mi sostengo su un gomito, semisdraiato nel letto.
Parla di come si sia sentita quando sua madre dedicava molto più tempo a se stessa che ai suoi bambini.
Di quante volte lei e suo fratello arrivavano da scuola affamati e lei stava ballando davanti alla televisione e non aveva nemmeno apparecchiato la tavola.
Delle litigate dei suoi genitori, quando lei e Jacob andavano a chiudersi nella loro stanza per non sentire, e cantavano tenendosi le mani sulle orecchie per non sentire le loro grida e i loro insulti.
Di quando si è sentita liberata della sua presenza scomoda, nel momento in cui è sparita con il giocatore di football. Di come poi, notando la sofferenza di suo fratello, si sia anche colpevolizzata per averla pensata una soluzione.
Di quanto abbia odiato sua madre quando è tornata, ha visto Jacob sofferente ed è sparita di nuovo.
-La guardavo mentre urlava con mio padre e desideravo che il pavimento si aprisse sotto di lei, la ingoiasse e si richiudesse. Capisci Edward cosa vuol dire sentire di odiare la propria madre? E' contro natura, fa più male a te che a lei. Ti uccide dentro, giorno per giorno. Sei un essere odioso a te stesso.
Parla di come abbia cercato da un lato di compensare i bambini sofferenti, come lei e suo fratello, e gli uomini sofferenti, come suo padre. E me.
E dall'altro di come abbia camuffato se stessa in un'altra donna, migliore di sua madre, ma anche migliore di lei, che odiava sua madre.
Di come si sia ammazzata di lavoro per dimostrarsi diversa, migliore.
Di come abbia fatto pulizia di ciò che non era perfetto, che non era giusto, che non era buono.
Di come gli spettacoli e il potere sugli uomini la facessero sentire perfetta per gli altri e quindi giusta ai suoi stessi occhi.
Di come si sia aggrappata a Rose perchè aveva una storia simile alla sua. Un passato di sofferenza, di genitori divisi, di un patrigno violento.
-Avevi ragione tu ad accusarmi. Ho fatto tutto da sola perchè pensavo di avere come sempre io la soluzione per tutto. Non aveva importanza il tuo punto di vista. Volevo migliorare anche te, renderti perfetto per infilarti nella mia bolla perfetta. E trattarti di merda serviva a far sentire me migliore. Quando mi hai dato della puttana, al di là del non essere vero, hai compiuto un delitto di lesa maestà ai miei occhi. E chi non mi ama non mi merita. Fuori dalla mia bolla.
Mi racconta che si è resa conto di aver bisogno di aiuto quando avermi trattato come pensava meritassi non le aveva dato il sollievo che credeva. Stava male per me. E per nostro figlio.
-Capisci? Se faccio del male a chi amo, che bestia sono? Peggiore di mia madre.
Parla e pian piano le sento la voce tornare più serena.
Parla e sembra che anche lei stia costruendo un gradino alla volta nel suo fosso.
Allora non era volata via grazie ad ali che io non ho. Si attaccava anche lei alle radici, alla terra e scivolava. Ed io ero così preso da me stesso che neanche mi sono accorto che scivolava disperata accanto a me.
-Come può crescere un figlio una madre così, Edward? Un bambino normale rischia di essere annientato da una maniaca della perfezione. Io invece voglio che sia amato. Amato. Rispettato. Capito. Coccolato. Tutto quello che mia madre non ha fatto con me.
Parla e mentre va avanti nel suo racconto io sento che ce la possiamo fare.
Siamo due metà incomplete.
Il destino ha davvero deciso per noi. Ci ha tagliati a metà e ci ha portati fin qui.
Ora si tratta di ricomporci. E l'obiettivo è farcela per noi stessi, per noi come coppia, per nostro figlio.
Alla fine di questa lunghissima telefonata sono commosso e senza parole.
So che dirmi queste cose deve esserle costato una fatica immane. Ha davvero cercato di scalare il fosso con le unghie e con i denti.
Un gradino alla volta, Bella. Un gradino alla volta.
Il primo che arriva su allunga una mano all'altro.
E' questo l'obiettivo finale.
E saremo in cima.
Ma è mai possibile?
Il sogno mi ha ammazzato.
Anthony.
Mi piacerebbe chiamarlo davvero così.
Era il nome di mio nonno.
Era bellissimo. Un fagottino azzurro. E lei, beh, lei era lei.
Lei è un sogno sempre. Poi è una vita che non la vedo. Poi è una vita che non scopo e sono ridotto che lo infilerei nel buco del lavandino se ci arrivasse.
Il giorno che farò di nuovo sesso, e spero vivamente sia con lei, durerò trenta secondi netti netti. Spero che mi consenta di rifarmi in un secondo round, e magari anche un terzo, se no sono finito. Ex-alcolista, geloso, possessivo, impulsivo, va bene, ma pure eiaculatore precoce no, eh?
Che strapalle. Sono solo le cinque. La notte non passa mai.
Quasi quasi mi alzo, faccio una doccia e me ne vado in ufficio.
Do un'occhiata distratta al cellulare, più per abitudine che perchè pensi di trovarci un suo messaggio.
Invece c'è.
Non riesce a dormire neanche lei?
Sono in terapia anch'io. E' giusto che tu lo sappia.
Che significa?
Scusa? rispondo.
Un attimo dopo mi suona il cellulare.
Rispondo con il cuore che pompa a mille.
-Troppi scheletri nell'armadio. Devo riuscire a seppellirne qualcuno, se non voglio essere una pessima madre per mio figlio.
Mi limito ad ascoltarla. In certi casi domande o osservazioni da parte di chi ti ascolta ti fanno perdere di vista le tue motivazioni. Io lo so bene.
-Sono troppo intransigente. Con me stessa. Con gli altri. Non va bene. Al mondo non ci siamo solo noi, no?
Continuo a tacere, è una domanda retorica.
-Sono anni che cerco di costruirmi una bolla intorno. Una bolla che dovrebbe proteggere un mondo perfetto in cui la donna perfetta, io, vive la sua vita perfetta. Poi appena un minimo di imperfezione sfiora la mia bolla, questa scoppia ed io con lei. Sindrome di Wonderwoman, la chiamano.
Fa una risatina isterica. Soffre.
Mi dispiace tanto, gioia.
Ero così preso dai miei problemi e dalle mie paure che nemmeno mi sono reso conto che potevi averne anche tu.
Ma si sa che gli uomini o fanno ragionare il cazzo o il cervello, entrambi contemporaneamente mai, e con te...mi è sempre venuto facile far funzionare il primo. Anzi, quello inizia a funzionare senza manco interpellarmi. Pure adesso devo dire che è decisamente reattivo.
Tira su con il naso, poi prosegue inarrestabile. Io perfettamente muto.
-Ci sei sempre?- mi dice.
-Certo.
Per te sempre. A costo di perdere l'uso della lingua per inutilizzo e delle orecchie per troppo uso.
Parla per un'ora, mentre mi si addormenta il braccio con cui mi sostengo su un gomito, semisdraiato nel letto.
Parla di come si sia sentita quando sua madre dedicava molto più tempo a se stessa che ai suoi bambini.
Di quante volte lei e suo fratello arrivavano da scuola affamati e lei stava ballando davanti alla televisione e non aveva nemmeno apparecchiato la tavola.
Delle litigate dei suoi genitori, quando lei e Jacob andavano a chiudersi nella loro stanza per non sentire, e cantavano tenendosi le mani sulle orecchie per non sentire le loro grida e i loro insulti.
Di quando si è sentita liberata della sua presenza scomoda, nel momento in cui è sparita con il giocatore di football. Di come poi, notando la sofferenza di suo fratello, si sia anche colpevolizzata per averla pensata una soluzione.
Di quanto abbia odiato sua madre quando è tornata, ha visto Jacob sofferente ed è sparita di nuovo.
-La guardavo mentre urlava con mio padre e desideravo che il pavimento si aprisse sotto di lei, la ingoiasse e si richiudesse. Capisci Edward cosa vuol dire sentire di odiare la propria madre? E' contro natura, fa più male a te che a lei. Ti uccide dentro, giorno per giorno. Sei un essere odioso a te stesso.
Parla di come abbia cercato da un lato di compensare i bambini sofferenti, come lei e suo fratello, e gli uomini sofferenti, come suo padre. E me.
E dall'altro di come abbia camuffato se stessa in un'altra donna, migliore di sua madre, ma anche migliore di lei, che odiava sua madre.
Di come si sia ammazzata di lavoro per dimostrarsi diversa, migliore.
Di come abbia fatto pulizia di ciò che non era perfetto, che non era giusto, che non era buono.
Di come gli spettacoli e il potere sugli uomini la facessero sentire perfetta per gli altri e quindi giusta ai suoi stessi occhi.
Di come si sia aggrappata a Rose perchè aveva una storia simile alla sua. Un passato di sofferenza, di genitori divisi, di un patrigno violento.
-Avevi ragione tu ad accusarmi. Ho fatto tutto da sola perchè pensavo di avere come sempre io la soluzione per tutto. Non aveva importanza il tuo punto di vista. Volevo migliorare anche te, renderti perfetto per infilarti nella mia bolla perfetta. E trattarti di merda serviva a far sentire me migliore. Quando mi hai dato della puttana, al di là del non essere vero, hai compiuto un delitto di lesa maestà ai miei occhi. E chi non mi ama non mi merita. Fuori dalla mia bolla.
Mi racconta che si è resa conto di aver bisogno di aiuto quando avermi trattato come pensava meritassi non le aveva dato il sollievo che credeva. Stava male per me. E per nostro figlio.
-Capisci? Se faccio del male a chi amo, che bestia sono? Peggiore di mia madre.
Parla e pian piano le sento la voce tornare più serena.
Parla e sembra che anche lei stia costruendo un gradino alla volta nel suo fosso.
Allora non era volata via grazie ad ali che io non ho. Si attaccava anche lei alle radici, alla terra e scivolava. Ed io ero così preso da me stesso che neanche mi sono accorto che scivolava disperata accanto a me.
-Come può crescere un figlio una madre così, Edward? Un bambino normale rischia di essere annientato da una maniaca della perfezione. Io invece voglio che sia amato. Amato. Rispettato. Capito. Coccolato. Tutto quello che mia madre non ha fatto con me.
Parla e mentre va avanti nel suo racconto io sento che ce la possiamo fare.
Siamo due metà incomplete.
Il destino ha davvero deciso per noi. Ci ha tagliati a metà e ci ha portati fin qui.
Ora si tratta di ricomporci. E l'obiettivo è farcela per noi stessi, per noi come coppia, per nostro figlio.
Alla fine di questa lunghissima telefonata sono commosso e senza parole.
So che dirmi queste cose deve esserle costato una fatica immane. Ha davvero cercato di scalare il fosso con le unghie e con i denti.
Un gradino alla volta, Bella. Un gradino alla volta.
Il primo che arriva su allunga una mano all'altro.
E' questo l'obiettivo finale.
E saremo in cima.

Bella ha sicuramente sbagliato a rimanere incinta apposta e senza parlarne prima con Edward, ma lui è e rimane una merda.
RispondiEliminaScusa la parola, ma è la verità. Si nasconde dietro la paura della malattia per fare i suoi porci comodi. E sono proprio porci visto che non riesce a tenerlo nei pantaloni neanche da innamorato. Però io questo amore non riesco proprio a vederlo, o almeno l'amore per Bella, perché l'amore per se stesso lo vedo benissimo! E' solo un egoista, immaturo e viziato. Tu potrai scrivere il proseguimento che vuoi, è un'opera di fantasia questa, ma nella realtà uno così non sarà mai un buon compagno e meno che meno un buon padre. Ubriacone e puttaniere con una vena violenta. Proprio l'uomo ideale!